Questione Fiat: il dopo petrolio è già cominciato

La pesante crisi della FIAT, il processo di ristrutturazione in corso già da alcuni anni degli assetti proprietari, finanziari e produttivi dei maggiori gruppi a livello mondiale del settore auto, sono tutti indicatori che si sta concludendo il ciclo di sviluppo capitalistico basato su “petrolio – energia – auto”.
Il lungo matrimonio di interessi fra industria petrolifera e industria dell’auto potrebbe andare in crisi. La crisi dell’auto, come dice Joseph Halevi nell’articolo pubblicato su Liberazione il 15-10-2002, è strutturale, la capacità produttiva del settore, l’offerta, è eccedentaria rispetto alla domanda, almeno l’80% della popolazione mondiale non può accedere al bene auto, solo mercati come la Cina e l’India potrebbero potenzialmente rilanciare una domanda, che se soddisfatta con il tradizionale modello auto, con il motore a combustione, comporterebbe conseguenze devastanti per l’ecosistema.
Jeremy Rifkin, nel suo ultimo libro “Economia all’idrogeno”, con una seria e documentata comparazione di studi, evidenzia che il “picco” della produzione mondiale di petrolio potrebbe essere raggiunto fra il 2010 e il 2020 e vi sono esperti ancora più pessimisti che affermano che tale picco verrà raggiunto entro il decennio in corso. Tutti gli esperti affermano che prima del raggiungimento del picco (cioè il raggiungimento del 50% della produzione di greggio estratto), si determinerà una impennata (questa volta irreversibile) dei prezzi, tale da mandare in depressione tutta l’economia mondiale.
Alla luce di questo ragionamento e del fatto che le maggiori riserve di petrolio sono detenute dai Paesi Opec, si capisce che la guerra all’Irak serve per mettere “sotto controllo” le sue riserve di petrolio. Ma di non solo petrolio si tratta. Infatti l’altra fonte energetica considerata strategica è il gas naturale di cui sono ricchi, oltre ai Paesi Opec, anche la Russia ed in particolare il Kazakistan (che è anche ricco di petrolio); da qui il progetto di un oleodotto-gasdotto, che attraversando l’Afganistan, dovrebbe sfociare sulle grandi rotte del Golfo Persico, dove le navi gasiere porteranno il combustibile nelle nuove centrali a gas di cui si stanno dotando sempre più le imprese USA dell’energia. Ricordiamo a tal proposito che la stessa guerra cecena è guerra per il controllo delle risorse energetiche e delle sue rotte caucasiche.
L’Amministrazione Bush, cerca quindi di farsi carico degli interessi capitalistici “globali”, con l’obiettivo “minimo” di spostare, almeno di qualche anno, il momento chiave del raggiungimento del picco, per dare più tempo alle forze capitalistiche di affrontare e pianificare, secondo i propri interessi di profitto e di comando dei processi, la necessaria ed ineludibile transizione energetica. Tenere “sotto controllo” le risorse energetiche significa inoltre avere un sufficiente controllo dei prezzi del greggio, così da evitare una crisi incontrollabile con effetto domino di proporzioni mondiali.
Come ogni rivoluzione di carattere epocale, anche il passaggio dall’era dei combustibili fossili a quella dell’idrogeno (il combustibile prossimo venturo), lascerà sul campo “morti e feriti”.
Noi dobbiamo lavorare per evitare le guerre, affinché non siano i popoli del mondo, soprattutto quelli più poveri a pagarne, ancora una volta, il prezzo più alto. Noi dobbiamo lavorare perché siano le potenti lobby conservatrici del petrolio e dell’industria degli armamenti a soccombere.
Jeremy Rifkin, per fortuna (con il suo ultimo libro), ci porta una buona notizia e cioè che il combustibile del futuro già iniziato, l’idrogeno (pulito e praticamente inesauribile), è per sua “natura” più “democratico” del petrolio e degli altri combustibili fossili (può essere estratto senza inquinare dall’acqua o inquinando poco dal gas), lo sviluppo della ricerca e della tecnologia dell’idrogeno come vettore energetico (può infatti essere trasportato e immagazzinato), sarebbe addirittura fondamentale per il successo delle altre fonti rinnovabili come la solare, l’eolica e le biomasse.
Di più, afferma Rifkin, l’economia all’idrogeno, non richiede, come nel caso del petrolio, una architettura aziendale, statuale e sociale di tipo piramidale, accentrata e burocratica del potere, né, una volta sviluppata la sua tecnologia, i giganteschi investimenti che richiede quella del petrolio.
La produzione e la distribuzione di idrogeno, cioè di energia, è invece perfettamente congeniale ad una architettura orizzontale, a rete, ove il cittadino non è solo l’utente finale, ma può diventare egli stesso produttore e distributore.
Un’ipotesi affascinante, che merita di essere meglio indagata, discussa, ma che ci impone “di darci …una mossa” a cominciare, qui da noi in Italia, dalla crisi della FIAT.
Dal dibattito intorno alla vicenda FIAT, così come emerso anche dalle pagine di Liberazione, con contributi importanti (vedi articoli di Oscar Marchisio, di Bruno Casati, nonché di Paolo Ferrero, di Alfonso Gianni, e del sopraccitato Halevi, ma anche dalla FIOM e soprattutto da Claudio Sabattini), sono venute analisi e proposte di lavoro che andrebbero riprese, discusse, approfondite, criticate … che dovrebbero diventare oggetto di una larga discussione a cominciare da Rifondazione, per attraversare movimenti e sindacati.
Quale soluzione alla crisi della FIAT, quale soluzione alla crisi del modello auto-petrolio, quale soluzione ai problemi della mobilità e dei trasporti, quale soluzione alla crisi del modello energetico e industriale, quale soluzione alla crisi sociale e politica, come contrastare e impedire le guerre (quasi tutte scatenate per il controllo delle fonti di energia), come salvare l’ecosistema ?
Sono convinto che il futuro si gioca sulla capacità nostra di saper interpretare, dal punto di vista politico, sociale ed economico, questo passaggio epocale.
Occorre quindi conoscere, andare in profondità nelle analisi, individuare le implicazioni che tali processi determineranno nel medio e nel lungo periodo.
In secondo luogo occorrerebbe a- dottare una strategia che faccia saltare i “tempi”, sfruttando le contraddizioni intercapitalistiche e geopolitiche (che tenderanno a riacutizzarsi a differenza di quanto apparso negli ultimi due decenni), che vedono oggi la parte più retriva e dominante del capitalismo mondiale (le grandi compagnie del petrolio e del complesso militare), tentare di costringere l’umanità a dipendere per la sua sopravvivenza (da pagare a caro prez-zo) ancora dal petrolio e dagli altri combustibili fossili, sino “all’ultima goccia”, (perché quel potere è saldamente nelle loro mani), costi quel che costi, comprese guerre globali permanenti e ancor più gravi disastri ambientali… sino al limite della irreversibilità dei processi.
Se questa analisi è giusta, cosa fare allora per dare il nostro essenziale contributo alla “caduta dell’impero” riducendo i danni per tutta l’umanità e gli esseri viventi? Dobbiamo aspettare che i signori del petrolio, delle armi, dell’auto, dell’energia, dell’elettronica ecc… si mettano d’accor-do sui tempi (…lunghi) e sulle modalità di sfruttare l’energia all’idrogeno così come quella solare? Dobbiamo aspettare la stipula di un nuovo compromesso, che sancisca magari nuovi e diversi equilibri di potere, per la gestione del nuovo e “rivoluzionario” ciclo dell’economia all’idrogeno?
No, credo che il nostro compito sia quello di lavorare alacremente per “accorciare” i tempi e costruire le condizioni per favorire al massimo tale cambiamento, costruendo al contempo adeguate basi sociali e materiali, economiche e politiche, tali da poter contendere il “primato” sulla guida di tale processo.
Un altro mondo è possibile, un’altra Europa è possibile, a partire dalla maturazione di questa consapevolezza. I “movimenti”, le giovani generazioni, la nuova classe operaia, le donne e gli uomini della scienza, gli operatori della ricerca che agiscono (spesso ignorati e sconosciuti) nelle linee di frontiera della lotta di classe, possono dare un contributo essenziale.
In tale contesto, compito della buona politica è anche quello di orientare dal basso una domanda di qualità diversa di sviluppo, di energia, di prodotto, di qualità della vita e di relazione, di bisogno di partecipazione e di diritto di controllo e di potere. Non solo quindi cittadini “obbedienti” e consumatori, ma cittadini protagonisti e produttori. “Disobbe-dienza” si, se intesa quindi come passaggio di contestazione e presa di coscienza, come modalità di fare ed essere movimento. Ma per fare il “salto” occorre lavorare sodo e fare presto per costruire “il Progetto”.
Per la crisi della FIAT dunque, non bastano i “girotondi” intorno ai problemi e neanche una nazionalizzazione che si limiti a socializzare le per dite.
La richiesta di un intervento pubblico partecipativo determinante nel salvare il “patrimonio FIAT” (ma soprattutto di auto ed energia), dovrebbe essere accompagnato con più forza da una richiesta politica e dal “basso” per costruire “un’altra auto” e un diverso modello di mobilità, in stretto rapporto con i Centri di ricerca (in Italia: Enea, Cnr, Univer-sità, ecc..), e con le altre imprese del settore auto e dell’energia, soprattutto europee (un polo europeo dell’energia e dell’auto basati sull’idrogeno) che sono molto più avanti da questo punto di vista (si pensi che nella Germania di Schroder il piano energetico nazionale mette al centro lo sviluppo dell’energia all’idrogeno), per alimentare una “sana” e utile concorrenza con i colossi d’oltreoceano (statunitensi e giapponesi), per mettere in produzione l’auto all’idrogeno in tempi più brevi e per avviare nel contempo la costruzione dell’architettura decentrata e democratica di produzione e distribuzione dell’energia.