Quel che le regionali ci mandano a dire

DALLE REGIONALI, UN MESSAGGIO ANCHE PER LA SINISTRA RADICALE: FARE MASSA CRITICA PER ARGINARE TENTAZIONI E DERIVE MODERATE DELL’UNIONE

In queste settimane s’è avviato attorno ai risultati delle regionali e delle amministrative un largo dibattito che attraversa tutte le forze politiche. Il centrodestra, dopo la sonora sconfitta, non riesce a dare un assetto preciso alla propria coalizione. Il nuovo governo, fotocopia del primo, non esce dai confini della politica che ha portato al loro disastro e al disastro del paese.
La nostra economia è in recessione e la crisi sociale del paese è sempre più grave. Tale situazione sta pesantemente incrinando il blocco del governo su tutto il territorio nazionale. anche se non possiamo dire che esso sia definitivamente scomposto, come ha dimostrato il voto di Catania.
Il centrodestra cade sotto i colpi della propria politica. Oltre alla crisi del berlusconismo come modo di governo della cosa pubblica, non è più credibile il modello sociale da essi proposto fondato sui principi della deregulation liberista che ha condotto il paese sulla strada del declino. Sull’incapacità del centrodestra si fonda l’importante vittoria del centrosinistra, su quasi tutto il territorio nazionale. Il consenso al centrosinistra ha superato per la prima volta il 50%. In tale cifra, pur all’interno di un calo dei votanti, vi è sicuramente uno spostamento significativo tra uno schieramento e l’altro, che può far guardare alle prossime elezioni politiche con fiducia. Tuttavia anche il centrosinistra non è tranquillo. Riemergono tentazioni mai sopite, che facendo riferimento all’incremento di voti delle forze moderate della coalizione puntano ad affermare che la vittoria è possibile solo se si guarda al centro. D’Alema ha ripreso le sue vecchie convinzioni che in fondo la destra ha ragione e che l’obiettivo dei neocons è giusto, che bisogna estendere la democrazia, e che se fosse necessario perché non fare uso della forza, della guerra?; si ricomincia a parlare di flessibilità. Rutelli va tessendo una propria rete, tesa a rafforzare la parte centrale della coalizione che viene rimpolpata da passaggi quasi quotidiani della maggioranza di governo. La proposta della Fed non impedisce i giochi verso il centro come è stato affermato nel congresso dei DS, semmai li amplifica e li diversifica a fronte della crisi del centrodestra. In questo contesto vi è un pericoloso silenzio e imbarazzo nella parte sinistra della coalizione, che esce dalle urne meno forte e più divisa. L’analisi dei risultati delle elezioni può essere l’occasione per fare un bilancio della vicenda di questi anni. Dopo il biennio rosso della stagione dei movimenti, dal G8 all’immensa manifestazione di Roma sull’ articolo 18, alla lotta contro la guerra e per la pace, si è espressa alta la richiesta non solo di contenuti nuovi rispetto all’esperienza di governo del centrosinistra, ma anche quella di una nuova soggettività politica della sinistra. A questa domanda nessuno ha saputo dare una risposta convincente e il peso politico della sinistra sembra essere in calo.
All’interno dei DS, la sinistra interna nell’ultimo congresso ha conquistato un livello di consensi più basso di quello raggiunto nel congresso di Torino. Rifondazione comunista che sperava di allargare i propri consensi si ritrova, dopo queste regionali, meno unita e meno forte. I risultati di Verdi e PDCI non annullano, per la loro entità, il dato che la parte sinistra oggi è meno ampia e meno influente che nel recente passato, e questo rischia di indebolire la coalizione di centrosinistra, poiché non sono meno forti le ragioni che hanno spinto 3 milioni di persone a scendere in piazza a Roma nel 2002.
Eppure tutti insieme, variamente collocati, rischiamo di non essere di più di un’appendice della fabbrica di Bologna.
Vanificato, con la decisione di Sergio Cofferati di andare a fare il sindaco di Bologna, una possibile proposta di riorganizzazione della sinistra, è la parte moderata della coalizione ad aver avviato una riorganizzazione del centrosinistra, rispetto alla quale la sinistra radicale non ha saputo esprimere nessun disegno alternativo. Tutti i tentativi che sono stati fatti in tal senso sono falliti o sono stati fatti fallire.
Al fondo di queste difficoltà vi è in primo luogo – e riguarda tutti – la difficoltà a superare i confini degli attuali soggetti politici e il non saper guardare alla politica in termini aggregativi per costruire pazientemente un’unità tra diversi. Ciò ha impedito e impedisce di guardare oltre un orizzonte minoritario o estatico del proprio risultato elettorale contingente. Inoltre vi sono le storiche divisioni del personale politico, le antiche e le recenti diffidenze.
Detto questo, è utile guardare in avanti, tenendo conto che sullo sfondo per quanto mi riguarda rimane l’esigenza che, a fronte di una costituzione peraltro difficile di un partito riformista, vi sia nel nostro paese un soggetto politico di sinistra che non si accontenti della soglia fisiologica della sinistra radicale.
Oggi il compito primario, a partire dalle attuali appartenenze, è di sconfiggere il governo di centrodestra, perché le sorti della sinistra passano comunque dalla sconfitta di Berlusconi. Perché solo così è possibile creare un terreno più conveniente e più avanzato per le nuove battaglie di democrazia.
Per cui sarebbe importante, per il complesso della sinistra critica, più che coltivare effimere egemonie, fare massa critica per evitare lo slittamento moderato del centrosinistra, rilanciare insieme e con forza i contenuti di un nuovo ordine internazionale, di una buona e piena occupazione, della democrazia nei posti di lavoro, un nuovo modello istituzionale che si fondi sulla partecipazione dei cittadini, etc. Mantenendo aperto un cantiere di comunicazione e di unità d’azione, a partire dai tanti contenuti che condividiamo e su cui abbiamo sviluppato in questi anni battaglie decisive per il nostro paese.