Quel che è accaduto parla di noi: guerra e mercato

E’ nella testa di ognuno di noi che nulla, dopo l’apocalisse scatenata dall’attentato terroristico nel cuore dell’impero americano, sarà più come prima. Tantomeno la sinistra, bruscamente risvegliata dal proprio mortifero torpore e costretta – questa volta lo sarà davvero – a ridefinire la propria lettura del mondo contemporaneo, a ricercare un proprio autonomo ruolo, non reclinato (almeno si spera) sulla equivoca e rabbrividente difesa della civiltà occidentale oggi brandita minacciosamente e contrapposta con irresponsabile cinismo al resto del mondo, vale a dire a quei quattro quinti dell’umanità condannati – più o meno estesamente – alla deriva economica e sociale.
Potremo finchè vogliamo rabbrividire ed indignarci di fronte al lucido delirio di chi ha concepito e attuato, a prezzo del proprio consapevole autoannientamento, un’ecatombe di proporzione mai viste in tempo di pace. Ciò non toglie che siano squadernate davanti a noi clamorose evidenze.
La prima – determinante – è che il colosso invincibile, fino a ieri certo della propria invulnerabilità, ha mostrato una insospettabile fragilità (non è forse questo uno degli obiettivi, forse il principale, che gli attentatori perseguivano?). Non vi sono né scudi spaziali, né VI flotte che possano mettere al riparo da veri e propri atti di guerra, talmente letali da determinare contraccolpi politici, economici, psicologici non assorbibili.
Il proposito della replica “colpo su colpo”, l’illusione della ritorsione risolutiva, l’avvitamento paranoico che promette scenari di guerra sono lì ad indicare la manifesta impotenza – contro l’inafferrabilità del terrorismo – del più grande potenziale militare del mondo. E – contemporaneamente – la devastante pericolosità di un’ ideologia guerrafondaia che prelude ad una generale semplificazione della politica, ad una totale e definitiva derubricazione dei già negletti temi dello sviluppo diseguale, della fame, della sete, della morte per malattie, dello sfruttamento e dell’ingiustizia che sono il frutto avvelenato di un mondo totalmente deregolato, dove la sovranità, dove il diritto internazionale degli stati, dove i già zoppicanti organismi sovranazionali rappresentativi, sono stati soppiantati dalle alleanze militari sotto la cui protezione si consuma un colossale processo di accumulazione della ricchezza e del potere nelle mani di una ristretta oligarchia di paesi.
Questo è lo sfondo che da questa parte del mondo si è fino ad oggi ignorato, girando ipocritamente la testa dall’altra parte e immaginando che a noi non sarebbe mai toccato pagar dazio.
La politica predatoria dei paesi ricchi, l’inerzia colpevole che ne ha caratterizzato l’atteggiamento di fronte ai drammi sociali di vaste proporzioni di un’umanità cui è stata tolta anche la speranza, rappresentano il brodo che alimenta incessantemente l’odio, la disperazione e anche la disponibilità a gesti estremi.
Ecco perché sarebbe un errore limitarsi a condannare la brutalità omicida dell’attentato terroristico, come se fosse circoscrivibile al gesto malato di un folle che si abbatte su un corpo sano.
Quel che è accaduto parla di noi, dell’assetto mondiale idolatra del mercato che abbiamo contribuito a beatificare, parla della correità di una vasta parte della sinistra che da oltre un decennio ha rimosso dal proprio bagaglio culturale e strategico ogni criticità verso il mondo che usciva vincente dallo scontro fra i due blocchi. E presenta il conto salato a quanti hanno risposto alla vittoria planetaria del capitalismo con una sorta di abiura, con la sostituzione in toto di un sistema di valori e persino di categorie interpretative con una impostazione mutuata dall’avversario di ieri. Insomma, si è verificata una vera e propria “fuga nell’opposto”: dalla programmazione al mercato, dal pubblico al privato, dal lavoro al capitale, dall’uguaglianza alle pari opportunità, dalla centralità dei lavoratori a quella dell’impresa.
Questo deliberato espianto ha finito inevitabilmente per inaridire le fonti ideali della politica della sinistra che fu di governo, riducendola ad una navigazione a vista, ad un pragmatismo privo di slanci che è spesso risultato più arretrato di una schietta cultura liberale.
L’avvilente rincorsa sulla destra intorno al tema cruciale dell’immigrazione, il silenzio assordante sull’annientamento del popolo palestinese, la reticenza sui temi della globalizzazione, fino alla presa di distanza dalla manifestazione di Genova; e ancora, la stupefacente acquiescenza per la sopraffazione delle prerogative dell’ONU da parte di un’alleanza militare fra potenti come la NATO, danno conto di uno scivolamento progressivo, che è ben più di un occasionale ruzzolone.
Oggi, la scoperta che il mondo dei poveri non si acquieta e che i conti non possono essere chiusi con l’impiego della forza, perché schegge impazzite possono giungere sino a irridere anche le più imponenti misure di sicurezza, dovrebbe favorire una revisione delle propensioni filo-atlantiche della sinistra europea.
Perseverare, partecipare ad una moderna crociata contro il male, identificato con giudizio sommario in quanti non si allineano agli interessi del colosso ferito; peggio: accettare la tesi aberrante secondo la quale la pace si difende con la guerra e che la libertà la si preserva rinunciando ad un po’ di democrazia, significherebbe aggravare ogni problema e imbrigliare o ostacolare proprio quei movimenti pacifici e di massa – siano essi i metalmeccanici o il variegato movimento no-global – che costituiscono le sole risorse sociali in campo.
Da qui, dallo shock nel quale il mondo intero è stato precipitato e dall’urgenza di risposte nuove, può venire anche ad una sinistra prostrata dalle diaspore e dalla perdita di identità, una tardiva resipiscenza.
Non c’è nessuna superiore razionalità nel mondo amministrato dal capitale; non c’è sviluppo, ma distruzione delle forze produttive; non c’è rispetto, ma corrompimento dell’equilibrio ambientale che permetta di riprodurre le condizioni dell’esistenza. E la suggestione reazionaria di uno sviluppo separato, di un’apartheid planetaria, regolata “manu militari” assomiglia sempre più ad una farneticazione. Una farneticazione pericolosissima.
La crisi del modello economicamente e culturalmente dominante, di quella che un imprenditore e politologo conservatore come Eduard Luttwack chiama “la dittatura del capitalismo”, offre alla sinistra la possibilità di ridefinire per se stessa e per il futuro di tutti un progetto nuovo di convivenza che può incontrare la spinta al cambiamento sempre più visibile anche in occidente.
Forse comincia a farsi strada il sospetto che il liberismo conduce al naufragio, e che l’alternativa ad un comune e solidale destino è soltanto la barbarie.
Se la tanto invocata fase costituente della sinistra ha una chance, questa è data ora. Domani potrebbe essere davvero troppo tardi.