Que se vayan todo

IL SIGNIFICATO DI CLASSE DEL NO FRANCESE ALLA COSTITUZIONE EUROPEA E LE PROSPETTIVE DI LOTTA CHE SI APRONO IN FRANCIA E IN EUROPA

Il risultato del referendum di domenica 29 maggio 2005 in Francia sul progetto di “Trattato per una costituzione per l’Europa” ha visto vincitori i fautori del No. Questa vittoria merita di essere sottolineata sotto molti aspetti.

PER UN BILANCIO

La vittoria è da una parte incontestabile per la percentuale dei votanti (il 69,74%), un dato che mette fine alla costante progressione dell’astensionismo elettorale, e dall’altra per la rilevanza dello scarto fra le due risposte possibili, di quasi 10 punti (No 54,87%; Sì 45,13%) e 3 milioni di voti. 84 dipartimenti su 100 hanno votato No.
La vittoria testimonia un’assai forte determinazione dell’elettorato contrario alla costituzione, che non ha ceduto affatto alla campagna ricattatoria, che faceva leva sulla paura e sulla minaccia del caos, orchestrata dalle forze politiche coalizzate della destra al potere e dei socialdemocratici (Partito socialista e Verdi), appoggiati dalla quasi totalità dei mezzi di propaganda sia pubblici che privati. E non va dimenticato che il campo del Sì non ha esitato a chiamare in suo soccorso i propri sostenitori all’estero, da Bruxelles al Lussemburgo, Berlino, Madrid, Roma, Varsavia e le capitali baltiche, seguendo in questo l’esempio dato … dalla monarchia francese nel 1792. La vittoria si situa inoltre risolutamente a sinistra, rappresentando la percentuale dell’elettorato di sinistra (estrema sinistra, PCF, dissidenti socialisti e verdi) il triplo di quella di destra (dissidenti dell’ UMP, Movimento per la Francia ed estrema destra). È un voto popolare, con l’80% degli operai e degli impiegati, il 95% dell’elettorato comunista, il 93 % di quello dell’estrema sinistra e rispettivamente il 59% dei socialisti e il 64% dei Verdi, benché queste due formazioni, con una consultazione interna, si fossero pronunciate per il Sì. Basta poi osservare una cartina per farsi un’idea, anche geografica, della divisione sociale e politica del voto. Il Sì ha prevalso in 7 dipartimenti dell’ Ovest (Bretagna, Vandea), nell’Est (una metà dell’Alsazia e l’Alta Savoia), tutti tradizionalmente conservatori, e unicamente in due grandi comunità urbane, il Rodano con Lione e a Parigi, che ha il record con quasi il 70% dei voti favorevoli al Trattato. Si noterà che queste due città sono amministrate da consigli municipali socialisti, e che Parigi è diventata, sul filo delle espulsioni e delle discriminazioni legate alla speculazione immobiliare, il ghetto dei “bobos” (1). La vittoria del No inoltre è giovane, con circa il 60% degli elettori con meno di 25 anni. È noto che questo segmento della popolazione detiene il record europeo di coloro che sono alla ricerca di un lavoro, e che è grazie alle recenti lotte contro la riforma dell’insegnamento che i liceali hanno fatto il loro ingresso, con una bella combattività, nella lotta politica.

UN VOTO DI CLASSE

I motivi che hanno permesso la costituzione di questo “fronte del rifiuto”, secondo l’espressione gradita dei giornalisti, sono noti. Numerosi sondaggi li hanno dettagliatamente analizzati, anche nelle loro diversità, dall’anticapitalismo al “sovranismo”. Non è comunque affatto necessario soffermarvisi, poiché tre fra di essi risultano essere dominanti e unanimi: il permanere della crisi economica nella doppia figura del tasso di disoccupazione e dell’aggravamento di tutte le diseguaglianze; il rigetto della messa in forma costituzionale, in qualche modo “definitiva”, di mezzo secolo d’esperienza europea negativa; la denuncia delle politiche neoliberiste e, alla loro radice, della mondializzazione e dell’imperialismo. Va sottolineato come l’argomento instancabilmente agitato da tutti i fautori del Sì, ovvero la necessità di distinguere in questa consultazione fra giudizio sull’Europa e sanzione all’operato del governo, non ha prodotto nessuno degli effetti attesi. Al contrario, la maggioranza dell’elettorato ha perfettamente compreso il legame tra le pratiche politiche nazionali, incessantemente operate dalla “sinistra” e dalla destra, e la loro istituzionalizzazione in una Costituzione che consacra il mercato e la libera concorrenza per 25 paesi, aspettando i prossimi compari. Una simile presa di coscienza non rimanda ad un semplice stato d’animo, ma è il prodotto di un’approfondita conoscenza, di cui testimoniano sia il successo dei libri dedicati alla questione europea, sia la qualità degli argomenti e la profondità dei dibattiti dalla parte del No, contrariamente degli anatemi verbali del campo opposto, che non si sono astenuti dall’ingiuria e da una grande povertà argomentativa. In una parola, i Francesi non hanno voluto dare il via libera ad un’associazione di malfattori.
Per “spiegare” l’avvenimento, all’indomani del voto la stampa del /al potere non ha trovato altre parole che “inquietudine”, “paura”, “angoscia”, e, per qualificarlo, “impasse”, “blocco”, e “caos”. Sono invece di tutt’altra fatta i sentimenti che si sono manifestati nel voto: la collera certamente, tonica e sovente creatrice, ma anche il dinamismo, la speranza nell’esemplarità del No per gli altri popoli e per cambiamenti radicali, e il piacere. Il piacere? Sì, il piacere di non essere stati colpiti da indegnità politica. In primo luogo il piacere dei comunisti (direzione e militanti), che in questa occasione si sono riallacciati all’identità perduta durante la lunga penitenza dei compromessi socialdemocratici. E, ancor più ampiamente, la gioia condivisa di sentirsi di nuovo protagonisti politici. Perché dietro certe pratiche e disegni politici vi sono personaggi ai quali si prova la voglia di gridare, alla maniera del popolo argentino che ha licenziato i suoi dirigenti: “Que se vayan todos”, “Che se ne vadano tutti”, o, alla francese, questa felicità di dire merda in un solo colpo alle tribù dominanti.
Facciamone l’elenco: la pretesa “classe politica”, presidente, primo ministro, governo e la santa alleanza destra/sinistra che s’è formata al momento dell’elezione presidenziale sotto la copertura dello sbarrare la strada al Fronte nazionale; i loro maîtres à penser, veri guru pieni d’arroganza, dall’ostentato autore del testo del trattato, l’ex-presidente Giscard, ai Veil, Barre, Badinter, Delors e al jolly Jospin; il MEDEF, associazione del padronato e vero detentore del potere; le più alte autorità morali e “comunitarie” cattoliche, ebree e musulmane, sino al movimento “Né puttane, né sottomesse”; la quasi totalità dei “facitori d’opinione”, padroni della stampa, editorialisti, cronisti e i loro servili topolini della stampa scritta, parlata e dell’immagine; i “cani da guardia”, ideologi ad alta fedeltà, intellettuali lucida scarpe, esperti in piaggeria e specialisti del trucco; le star del cinema e dello show business promossi autorità politiche, uno che crede che il Marocco stia in Europa (Johnny Hallyday), un altro che pubblicamente ci da dei “coglioni” (un certo Dave). (2)
Tutto questo rivela una nuova e non minore caratteristica della vittoria del No; il suo contenuto di classe. Aggiungiamo ai dati già forniti: il 67% degli impiegati, il 70% dei contadini, il 71% dei disoccupati, il 64% dei dipendenti pubblici e il 56 % di quelli privati; in termini di reddito: il 66% delle famiglie il cui reddito non supera i 1500 euro; il 56 % fra i 1600 e 3000 euro, il 40% fra i 3000 e i 4500; il 26% con più di 4500 (3)- euro. L’invocazione verbale e demagogica della “frattura sociale”, evidentemente da ridurre (Chirac) ha preso corpo. Dopo l’evocazione del lupo, il lupo in persona.

IMMOBILISMO DI CLASSE

In virtù della regola ormai ferreamente stabilita secondo cui l’esercizio della sovranità popolare si tradurrebbe in “un messaggio indirizzato dal popolo ai suoi dirigenti”, e che sostituisce “l’ascolto” alla decisione e all’azione, lo “tsunami” del 29 maggio, come ha detto un magniloquente cronista mondano, non ha a rigore prodotto NULLA. Il cambio del governo, che di fatto ha ci ha riportato al precedente, è stato la verifica, tre giorni dopo, di quest’altra vecchia massima dominante: “cambiare tutto perché tutto resti come prima”.
Ecco dunque il risultato dell’“ascolto”: il Presidente della Repubblica, sconfessato quattro volte di seguito (elezioni cantonali, regionali, europee e referendum) e sceso al 24% di gradimento nei sondaggi (3 giugno), il governo e verosimilmente la sua politica, inclusa quella europea, se ne restano al loro posto. Il Congresso (Assemblea nazionale e Senato), che si era pronunciato al 92% in favore del Sì, resta lì. La direzione socialista guidata da Hollande e quella dei Verdi guidata da Berling adottano un atteggiamento analogo. Il segretario generale della C. G. T., rudemente censurato dai militanti, non sembra aver nulla da dire loro. Non ci si aspetta inoltre che altrove – dai chierici di tutta obbedienza, ai media e ai loro servi mediatici –le cose vadano diversamente. Ad eccezione di qualche fanfarone rimesso in naftalina, tutti, al contrario, si sono rimessi al loro lavoro di terrorismo morale e hanno intrapreso l’elaborazione del lutto … ma degli altri, i loro avversari che hanno vinto.
Il capo del padronato francese è diventato intanto il capo del padronato europeo, e il commissario europeo francese e socialista è stato eletto al rango di capo dell’Organizzazione mondiale per il commercio.
Di questo atteggiamento ci si può dare una ragione, in verità più psicologica che politica : ovvero che i fautori del trattato non avevano molto semplicemente neppure immaginato di poter perdere. Ai loro occhi, il Sì sarebbe venuto da solo. Non era che una semplice formalità, e da qui il referendum che essi speravano alla spagnola. “Bisogna assolutamente che vinca il Sì”, diceva Jean-Luc Dehaene, vice presidente della Convenzione europea nel giugno 2004. “ L’Europa non è né di destra né di sinistra, è il nostro destino”, assicurava il primo ministro francese Jean- Pierre Raffarin. La “disobbedienza” veniva dichiarata impossibile da Libération e da Le Monde. E Nicolas Sarkozy dichiarava, in una sorta di lucida profezia: “Sarebbe per noi un gigantesco problema se la Francia si lasciasse andare a dire No(4). E tuttavia essa vi si è lasciata andare, e ora il problema ce l’avete.

PROSPETTIVE

Non è tuttavia di moda farsi illusioni. La parola d’ordine che ha vinto in America latina, da noi non ha fatto scuola: loro non se ne sono andati, e al contrario s’abbarbicano. Sarà dunque bene analizzare come l’indispensabile seguito insito nella lezione del referendum, vale a dire la prospettiva di una alternativa radicale, appaia piena di ostacoli. «Che fare?» è ancora una domanda di bruciante attualità.
Dalle parti del Sì, gli sviluppi che si possono avvertire oltre la facciata dell’immobilismo hanno prontamente rinunciato ad evocare la minaccia dell’isolamento della Francia, “pecora nera” dell’Europa (Jack Lang). Perso ogni pudore, dopo il voto dei Paesi Bassi non si teme nemmeno più un arresto del processo, tanto che non ha fatto notizia la decisione favorevole della Lettonia (02.06). L’esemplarità per contagio o capillarità del No, annunciata da suoi fautori, ha già provocato questo risultato. Non è nemmeno più questione di ritentare il colpo della Danimarca e del’Irlanda, preconizzando un nuovo scrutinio (Giscard, Barroso, Junker…). Tutto questo non significa affatto tuttavia che il potere sia rimasto senza munizioni. Il rapporto di forze è stato scosso dall’insurrezione “citttadina”, ma regge ancora. La solidità dei suoi due pilastri non va sottovalutata.
Il primo rimanda alla pesantezza, debitamente cementata, delle istituzioni ; che vale in modo particolare e soprattutto per quelle della V Repubblica, costantemente vilipesa ed ogni volta confermata; e vale pure per i partiti e le organizzazioni sindacali, per natura desiderosi di autoconservarsi e d’assicurare la conferma ai propri eletti. Ottenebrati come sono dalla scadenza elettorale del 2007, è il caso tanto del raggruppamento dell’ UMP attorno a Sarkozy che del PS attorno ad Hollande o ad un altro pretendente che presenti migliori garanzie.
Il secondo rinvia alla situazione prevalente prima del risveglio politico di classe avvenuto in questa consultazione, vale a dire il tanto celebrato consensus, ovvero l’altro nome delle braccia penzolanti e della sottomissione interiorizzata nei confronti dei dispositivi, ribattezzati fatalità, delle politiche neoliberiste e del pensiero unico. La cosa non è da poco: si tratta di fare in modo che il cittadino si rimetta i panni del portatore di rivendicazioni egualitarie e dismessi dal consumatore/spettatore/ elettore intermittente, e che affronti le contraddizioni che appesantiscono il No e che di tutto faranno per renderle acute. In chiaro: agiteranno lo spauracchio dell’estrema destra e/o cercheranno di mettere gli uni contro gli altri i No di PS/Verdi e i No di PCF/LCR.
Uno scenario possibile: il riallineamento sotto la bandiera di Laurent Fabius – cinicamente presentato dalla stampa più favorevole al Sì come “il grande beneficiario dello scrutinio” (Le Monde) – di tutta la famiglia socialista, ortodossi e dissidenti, in vista del successo di una “sinistra plurale” resuscitata alle prossime elezioni presidenziali. Grazie al singolare paradosso di un pretendente convertito, dopo alcuni “affari”, dalla liquidazione del socialismo intenzionale del primo governo Mitterrand alla lotta in favore dell’“Europa sociale” e della “Francia dal basso”, l’alternanza social- liberale sarebbe così chiamata a sbarrare la strada all’alternativa “rossa”. Non vi è che un mezzo per impedire un simile esito: “l’unione nelle lotte”, come si diceva un tempo, delle forze popolari, condizione per una “rifondazione della sinistra” (Jean-Pierre Chevènement). Mantenendo cioè la mobilitazione del “paese reale” contro “il paese legale” (De Villiers). Ma a partire da quali proposte? Sono state numerose quelle avanzate dai diversi protagonisti del fronte del No, ma non sempre sembrano saper distinguere fra utopia e rapporti di forze.
***In questo modo il tema quasi unanimemente condiviso della volontà di un’“altra Europa”, “sociale”, tradotto in appello per un’ immediato rinegoziato del trattato costituzionale sembra riposare su tre presupposti: su quale “altra” Europa negoziare? Una Costituzione, ma che obbedisca a quale necessità? da negoziare con chi?
Tentare di rispondere a questi interrogativi è come mettersi a tessere una tela di ragno. Quali linee di divisione? Con quali dei 24 paesi? quali le indicazioni per il negoziatore francese, e chi gliele darà (o imporrà)? La nuova Costituzione, salvo cadere nei medesimi schemi, sarà sottoposta ad un’Assemblea costituente? E chi la costituirebbe? Come?
Se il ricorso a un piano di ricambio, il cosiddetto ”Piano B”, non fa parte del regno dei fantasmi, a chi è o dev’essere demandato? Alle istituzioni in carica? Alla Commissione europea di Barroso? Di nuovo alla penna giscardiana? All’insieme dei popoli? Ritorniamo allora alle impasse già viste…
Sul piano nazionale, l’esigenza di dimissioni del presidente della Repubblica francese sembra essere poco realistica. Quella dello scioglimento dell’Assemblea lo è poco meno, almeno a tempi brevi, in assenza di uno sbandamento del governo di fresca nomina. E che cosa attendersi dalla convocazione delle “Assise della Repubblica”, di ”Stati Generali” o del ritorno alle “Assemblee citttadine”, che non lo sono che di nome?

ALCUNE INIZIATIVE POSSIBILI

Possono essere prese in considerazione alcune altre iniziative, sicuramente meno ambiziose ma altrettanto difficili, tenuto conto delle (cattive) abitudini acquisite. Il loro numero e la loro natura, che saranno diretta conseguenza delle lotte concrete, se non possono essere predeterminati, sono quantomeno passibili di un inventario provvisorio a partire dall’esistente.
Citiamo fra di esse, a livello europeo, da una parte la necessità d’impedire la messa in opera di tutti o dispositivi liberisti che sono stati autorizzati dai trattati esistenti (per esempio, la circolare Bolkestein e l’indipendenza della B.C.E.); dall’altra, qualsiasi forma di propaganda suscettibile d’universalizzare la rivoluzione francese, come ci si augurava due secoli fa, o piuttosto franco-olandese, fino a quando anche gli altri quattro restanti paesi non si saranno pronunciati, spingendo verso l’adozione generalizzata della via referendaria; infine, denunciando le burocrazie sindacali che hanno proclamato l’acquiescenza al trattato di 60 milioni di lavoratori, nello sforzo, di fatto mai realmente avviato, di costituzione di un fronte sindacale rappresentativo delle forze produttive umane.
Sul piano nazionale, poiché non esiste altro luogo d’azione privilegiato e in stretta relazione con il fronte in questione, s’impone la volontà reale di un’unione dei lavoratori nella e per mezzo della convergenza delle lotte, infelicemente evitate e talvolta sviate sino ad ora, mentre si moltiplicano conflitti di ogni tipo riguardanti tutti i settori d’attività e tutti i “partner sociali”. Il No della protesta di classe ha forse altro ancoraggio che questo?
L’instancabile reiterazione dell’esigenza democratica, che si tratti dell’ambito locale, regionale, nazionale ed europeo, rappresenta un pilastro obbligato. Essa presuppone l’annullamento delle misure reazionarie del governo Raffarin, delle privatizzazioni e delocalizzazioni, delle riforme in corso (pensioni, insegnamento) e il rispetto delle 35 ore. La conclusione di eque alleanze con i paesi del Sud – eluse dal trattato messo a suffragio – collegate all’annullamento del debito, è un’altra iniziativa necessaria. Va inoltre ribadito con forza che è nella natura della lotta per la democrazia di mescolarsi con quella per la promozione dell’uguaglianza, ovunque e per tutti, lavoratori immigrati, donne, giovani, e in primo luogo nel diritto ineliminabile al lavoro e ai relativi rapporti.
Dovrà infine essere una campagna continua, radicalizzata, che non potrà dispensarsi dalla solidarietà militante con i popoli in lotta per la loro indipendenza o liberazione, concretamente dalla Palestina all’ Irak, dalla Colombia al Venezuela, e per principio dall’Africa all’America latina e all’Asia.
Il primo dovere internazionalista esige in sommo grado la partecipazione a tutte le forze e movimenti che s’oppongono alle imprese di dominazione imperialista, in particolare a quelle della superpotenza statunitense. Il No che saprà prendere questa strada non sarà stato gridato invano.

NOTE 1 Termine che designa i “borghesi bohèmes”, paradigma dei ceti garantiti.

2 Posso mettere in proposito a disposizione dei lettori una lista che potrebbe divertirli assai.

3 Fonte: due sondaggi effettuati all’uscita dalle urne, dove il numero di intervistati supera ampiamente le abituali quote (5.216 e 3.355).

4 Queste citazioni sono prese dall’editoriale “I francesi non hanno il diritto di dire No”, dell’eccellente “Giornale progressista radicalmente eurocritico” La Lettre de BRN, n° 009, aprile-maggio 2005.

Oltre l’Unione europea, per un’altra Europa

“Chi vuole un’Europa davvero autonoma dagli Usa e dal loro modello di società deve avere un progetto alternativo, che comprenda tutti i Paesi del continente, andando oltre l’attuale Unione europea e le basi neoliberiste, transatlantiche e neo-imperialiste su cui essa è venuta formandosi.
È vero che oggi l’imperialismo franco-tedesco è meno pericoloso per la pace mondiale di quello Usa e può fungere, a volte, da ostacolo per le spinte più aggressive. Ma sarebbe sbagliato trarne una linea di incoraggiamento al riarmo dell’Unione europea: i movimenti operai e i popoli europei, e ogni progetto di Europa sociale e democratica, verrebbero colpiti al cuore da una politica di militarizzazione del continente su basi neo-imperialistiche. Essa stimolerebbe la corsa al riarmo a livello internazionale e il costo di una crescita esponenziale delle spese militari, in un’Europa neo-liberale dove già oggi vengono colpite le condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari, distruggerebbe quel poco che rimane dello Stato sociale europeo.
Più in generale va contrastata l’illusione che una Unione europea sotto l’egemonia del grande capitale possa rappresentare una alternativa di progresso all’imperialismo Usa. E che i processi di integrazione in atto in Europa, nei loro assi portanti, siano una sorta di contenitore neutrale che possa essere, a seconda dei casi, riempito di contenuti di destra o di sinistra, e non invece – come in realtà sono – un progetto strategico coerente di integrazione capitalistica e neo-imperialistica “.

(dalla mozione congressuale “Essere comunisti”)