“Quanto mi dai se mi sparo?”

“…come un lungo sogno che il giorno porta via/ e chi ha il coraggio di rinfacciare un sogno/ ma che malinconia quando muore un utopia…/ …non c’è più il picì non c’è più il picì/ il picì non c’è più non c’è più il picì…”.

Non c’è più il Pci e adesso non c’è più nemmeno Sergio Endrigo, l’autore di Tango rosso, la canzone dedicata alla fine del più grande Partito comunista dell’Occidente pubblicata su disco ma mai veramente distribuita, forse per non disturbare i manovratori palesi e occulti del tentativo di cancellare un’idea e una speranza.
Di solito per un personaggio come lui si scrive che se n’è andato in punta di piedi, ma in questo caso non funziona. Non era sua intenzione andarsene in silenzio. Altri hanno deciso che era meglio così. E anche la sinistra, quella sinistra che è sempre stata la sua casa naturale, l’ha salutato con frasi di circostanza, qualche ricordo ricco di citazioni, ma non l’ha poi troppo rivendicato. Raccontava Jimi Hendrix, pochi mesi prima di morire: “È strano come la gente finisca per essere affascinata dai morti. Chissà, forse devi morire perché gli altri si convincano che valevi qualcosa…”. Per Endrigo non sembra funzionare neppure questa visione. La sua morte non apre una nuova stagione di riscoperta, se non tra quelli che l’amavano già. In più qualcuno di quelli che non l’amavano per niente farà ancora soldi sulle sue canzoni, esibendo qualche lacrimuccia stampata sotto agli occhi. Provate a leggere il suo libro Quanto mi dai se mi sparo?, che le Edizioni associate hanno di recente ristampato, e forse si comprende quali siano stati gli umori che l’hanno accompagnato negli ultimi anni.
Hanno detto che era un po’ troppo evanescente, prigioniero di una sorta di chiusura verso il mondo e incapace di coglierne le evoluzioni. Ne hanno dette tante, forse troppe. Per questo vorrei dire la mia: Sergio Endrigo era un comunista vero, con occhi e orecchie bene aperte sul mondo. Era anche un poeta e un musicista di grande cultura, e non ha mai pensato di poter dividere se stesso in tanti pezzettini buoni per ogni occasione. Di sé aveva scritto: “Parlando di me, mi piace la calma, la buona tavola, i buoni amici, i buoni libri, la pesca subacquea, i francobolli, le armi antiche, gli animali, i luoghi non affollati. Non mi piacciono i dritti, i disonesti, i dilettanti presuntuosi, le salse agrodolci, i seccatori, gli invadenti, gli animali che mordono. Amen”.
Non era un personaggio comodo e nemmeno compiacente, per questo, in fondo, la sinistra “ufficiale” di questi ultimi quindici anni non sapeva più che cosa farsene di lui. Esattamente come il sistema discografico che l’aveva da tempo messo ai margini, impedendogli di comunicare con il pubblico. E lui quel che pensava non lo aveva mai nascosto: “Si vive molto male. O si smette o si vive una condizione di vuoto che fa male. Ci si sente frustrati, perché non molto cambiati dentro. Si vede quelli che vanno avanti e si prova rammarico a non essere sul palcoscenico insieme a loro. È un po’ tragico sentirsi esclusi da un mondo di cui ti senti parte. Ho pensato di far altro, ma c’è una forza magnetica che non ti fa smettere”.
Non aveva smesso di darsi da fare, neppure dopo un ictus e una labirintite che gli impedivano di suonare la chitarra e di muoversi con disinvoltura su un palco. Oggi, dopo la sua morte, è oggetto di una curiosa e singolare dissociazione della sua vicenda artistica. Critici autorevoli hanno sezionato la sua carriera in tre grandi periodi. Il primo, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, poetico e un po’ bohemienne, inquadrato nel filone dei cantautori storici, quella specie di indistinta ammucchiata che di solito mette insieme diavoli e acque sante citando, a caso, Gino Paoli, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e tanti altri. Il secondo periodo sarebbe quello dell’Endrigo “commerciale” che inizia nel 1962, con Io che amo solo te e passa per il 1968 con la vittoria al Festival della Canzone di Sanremo della sua Canzone per te, cantata insieme al brasiliano Roberto Carlos, e termina verso la metà degli anni Settanta. Il terzo viene citato come la lunga discesa verso un crepuscolo, caratterizzato dalla scoperta dell’impegno politico e da una sorta di autoemarginazione determinata da una parte dall’incapacità di comprendere i mutamenti e dall’altra dalla perdita d’interesse del mercato nei suoi confronti.
Io non sono d’accordo con questa impostazione. Credo che sia malevola e ingiusta, anche se funzionale a rimuovere l’anomalia di Sergio Endrigo. Non è un caso che la sua fede politica, il suo essere comunista, nei media venga rimosso, sfumato o, quando non si riesce a farlo, ricondotto un po’ al crepuscolo della sua esistenza. Fateci caso. Leggendo i giornali nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa, nella ricostruzione della sua carriera attraverso i tre stadi prima citati i momenti migliori, quelli del grande successo commerciale, passano attraverso un pugno di canzoni d’amore e di sentimenti, con qualche eccezione come Ci vuole un fiore, nato dalla collaborazione con Gianni Rodari, o La vita, amico, è l’arte dell’incontro, l’album con Ungaretti e Toquinho dedicato alla figura di Vinicius de Moraes, allora in esilio a Roma per sfuggire alla dittatura al potere in Brasile. Poi si parla della sua fase calante, di Tango rosso e delle sue polemiche con il music business italiano.
Nessuno fa presente che proprio negli anni del grande successo commerciale Sergio Endrigo pubblica alcuni tra i suoi brani più belli d’impegno sociale. Si parla di Viva Maddalena ma si cerca di non citare Il dolce paese, il cui testo dice “Io sono nato in un dolce Paese/dove chi sbaglia non paga le spese…./…Dove si parla soltanto d’amore/tanto nessuno ci crede più/qui l’amore è soltanto un prete – sto/con rime scucite tra cuore e dolore/per vivere in fretta e scordare al più presto/gli affanni e i problemi di tutte le ore…”. Non male per un periodo nel quale Endrigo dovrebbe essere caratterizzato da una stucchevole, pur se colta, propensione verso le canzoni d’ amore, vero? In realtà, proprio per la sua capacità di guardare oltre le sovrastrutture, ironizza, dissacra, a volte con ironia, altre volte con ferocia, come quando alla “Maria con le labbra di corallo e gli occhi grandi così” portata al Nord dal treno che viene dal Sud in una canzone di successo di Bruno Lauzi non esita a contrapporre una ballata polemica, pessimista e diretta che dice “Il treno che viene dal Sud/non porta soltanto Marie/con le labbra di corallo/e gli oc – chi grandi così…/porta gente che va a scordare il sole…/…Dal treno che viene dal Sud/discendono uomini cupi/che hanno in tasca la speranza/ma in cuore sentono che/questa nuova questa bella società/non si farà…”. L’Endrigo degli anni del successo è capace di polemizzare ferocemente in Dall’America anche con gli intoccabili Stati Uniti dei “figli dei fiori”, impegnati nella guerra in Vietnam chiedendo “Caro amico Bob e amica Joan…/…ma in America chissà/dove son finiti tutti i fiori?/ Tutti i fiori questa guerra li finì…”. Sono gli anni in cui evidenzia un attivo impegno antimperialista, in cui è al fianco della Cuba rebelde cui dedica Lettera da Cuba e si commuove per la fine di Guevara cantata in Anch’io ti ricorderò.
Bene, di questo Endrigo si sono sfumati i contorni, si è preferito spezzarne la carriera in tre tronconi distinti perché a un pezzo della sinistra, quella impegnata sul fronte della non violenza astratta e piena di comprensione per i ragazzi di Salò, un brano come La ballata dell’ex rischia di diventare imbarazzante. Parlando di questa canzone il cantautore ha detto: “È nata dalle letture di Calvino, Pratolini, il Cassola della Ragazza di Bube ed esprime l’amarezza di quanti avevano creduto nella grande rivoluzione che doveva avvenire nel dopoguerra e che ovviamente non c’è stata”. Negli anni Sessanta venne anche censurata e oggi rimossa. Si capisce. Non possono avere spazio nella melassa e nel buonismo imperante nella sinistra revisionista frasi che dicono: “Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano/di notte solo il vento gli faceva compagnia/laggiù nella vallata è già pronta l’imboscata/ nell’alba senza sole eccoci qua/qualcuno oggi il conto pagherà/Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano/il mondo è un mondo cane ma stavolta cambierà/per tutti finiranno i giorni neri di paura/un mondo tutto nuovo sorgerà/per tutti l’uguaglianza e la libertà…”, e che concludono “… Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno/vent’anni son passati e il nemico è ancora là/ma i tuoi compagni ormai non ci son più /son tutti al ministero o alla tivvù/ci fosse un cane a ricordare che/andavi per i boschi con due mitra e tre bombe a mano…”.
Per questo chi parla di Endrigo come di un poeta un po’ fuori dalle cose del mondo, introverso e delicato cantore dei sentimenti incapace di adattarsi al tempo che passa, mi suscita un moto di ripulsa.
Endrigo è un compagno, un comunista che ha vissuto e cantato da comunista la vita, l’amore, i sentimenti e i conflitti. Lo ha fatto con passione lasciando in Se il primo maggio a Mosca, una canzone citata come il segno della sua disillusione nei confronti dell’Unione Sovietica, una delle più profonde riflessioni sul destino e sull’impegno dei comunisti oggi: “…Ah se il socialismo fosse solo un fiore/da portare nei capelli/o da mettere all’occhiello/quanti bravi giardinieri/con la falce ed il martello/tutti bravi giardinieri/con la falce ed il martello…”