Quando la luce è ben più vasta dell’ombra

È passato oltre un decennio dalla “Bolognina” e dallo scioglimento del Partito Comunista Italiano. In questo lasso di tempo non sembra ancora aver preso corpo un’analisi seria, un bilancio compiuto della storia del Pci. Sembrano ancora tener piuttosto campo – come segnali della mancata riflessione storiografica – due approcci contrari e speculari di quella grande esperienza di massa: l’uno dal carattere essenzialmente apologetico, l’altro dal carattere essenzialmente liquidatorio. Qual è il bilancio di quella storia, per te che sei stato un dirigente del Pci ed un oppositore del suo processo di involuzione?

Consentimi, per iniziare, di esprimermi in modo estremamente sintetico: il bilancio della storia del Pci è, a mio parere, sicuramente positivo. Cerco ora di spiegarmi: uno dei segni più evidenti della cultura postmoderna è la pervasività dei mass-media, la loro capacità di offuscare le coscienze, di ridurre la storia a cronaca, di far credere che sono più importanti gli ultimi cinque giorni trascorsi che l’ultima, intera, epoca. E’ dall’atto consapevole di rimozione della memoria storica che si organizza, oggi, in buona parte, anche il giudizio generale sulla storia del Pci. Di questa storia le giovani generazioni sanno poco più di nulla, mentre una parte delle vecchie generazioni di sinistra sembra già inchinarsi all’egemonia e al furore iconoclasta dei ceti dominanti, che sul Pci, come sulla Resistenza, sulle grandi lotte operaie del dopoguerra, sui grandi movimenti per la pace, su tante altre fasi di lotta cala la grande spugna cancellatrice. Chi non ha memoria storica vive solo dell’oggi, e attraverso l’assolutizzazione dell’oggi corre il rischio di mistificare il passato.
Il Pci, in verità, fu il principale soggetto dell’antifascismo clandestino e della lotta partigiana, della Resistenza; ma fu anche il principale traino dell’intero processo di democratizzazione, laicizzazione, modernizzazione del nostro Paese. Per tagliare le radici a tutta la “cattiva erba fascista”(che persisteva tenacemente, dopo la guerra, negli ambiti politici, economici, istituzionali e culturali); per liberare le masse, cattoliche e laiche, borghesi ed operaie, dall’oscuro e profondo dominio clericale, non poteva bastare, nell’Italia segnata ancora dal lungo ventennio fascista e dalla sempiterna “centralità” del Vaticano, il processo di industrializzazione, l’apparire di una nuova cultura imprenditoriale e borghese.
Sarebbe occorsa una forza straordinaria e popolare come quella del Pci, sarebbe occorso quel vero e proprio “miracolo laico” che fu la politica culturale di massa togliattiana, per riuscire a costituire e mettere in campo, in tutti i paesi, in tutte le città, nuove figure di intellettuali (segnate dall’ “impegno” politico e sociale e con capacità di comunicazione di massa) in lotta aperta contro i presidi dell’integralismo cattolico, del pregiudizio reazionario, della cultura borghese, con l’obiettivo di costruire un senso comune di massa progressista, di sinistra e solidale.
Ma il Pci non fu solo questo, non solo in questo modo è possibile eleggerlo a soggetto trainante del processo di democratizzazione in Italia.
Il Pci fu, soprattutto, il perno e l’organizzatore delle lotte operaie, contadine e di massa con le quali “la classe” e l’intero proletariato uscirono dallo sfruttamento più duro e dalla subordinazione per divenire soggetti centrali del cambiamento politico.
Il protagonismo delle masse; l’emancipazione dei ceti subordinati; la trasformazione – in aree vastissime della classe operaia – del senso comune in coscienza di classe; la lotta per l’entrata delle donne nel mondo del lavoro e la costruzione a livello di massa di una politica e di una cultura per la liberazione della donna; la difesa della Costituzione e degli assetti democratici dagli attacchi molteplici provenienti dalle classi dominanti, dalla borghesia nera, dalle mai esaurite spinte fasciste e reazionarie, dai servizi segreti italiani, dalla mafia, dal terrorismo, dalla Cia; l’ampliamento delle basi sociali dello Stato e la costruzione di un vastissimo “contropotere” di sinistra diffuso in tutto il Paese attraverso la presenza e la gestione negli Enti locali; la costruzione di un senso comune di massa internazionalista, la lotta per la pace ed il coinvolgimento in tale lotta di grandi masse operaie, di intellettuali democratici e vaste aree cattoliche: tutto questo fu il Pci, un partito comunista di massa che seppe tessere nell’iniziativa quotidiana, che passava per esempio dalle grandi lotte per il Vietnam alle riunioni politiche di caseggiato, quel robusto filo della democrazia che nasce dall’iniziativa del popolo e che l’Italia, in tutta la sua storia, non aveva mai conosciuto.
E tuttavia, oggi, sono numerosi coloro che vorrebbero ridurre tutta la storia del Pci a “deriva istituzionalista”.
Per far ciò fingono di dimenticare il nesso straordinario che il Pci di Togliatti stabiliva e praticava tra grandi lotte di massa, tra radicamento e azione del Partito nel sociale e nei luoghi di lavoro e la lotta istituzionale!
Che vi sia stata una deriva, non solo istituzionalista, nella fase finale del Pci, è verità sacrosanta. Ma chi tenta di estendere retroattivamente tale deriva, definendo “istituzionalista” l’intera storia politica del Pci, compie consapevolmente un’azione tanto mistificante quanto ridicola.
Era invece centrale, sino a tutti gli anni ’70, una politica volta alla costruzione di una coscienza di classe a livello di massa.
Sono stato, per molti anni, un dirigente del Pci delle Marche, una regione caratterizzata, per antico dominio papalino, da una classe contadina particolarmente subordinata e priva di coscienza.
Ebbene, con lo sviluppo delle lotte e con altre molteplici iniziative riuscimmo, pian piano, ad elevare notevolmente la coscienza dei mezzadri. Mi piace qui ricordare cosa avvenne nelle campagne marchigiane (come del resto in quasi tutte le zone mezzadrili) quando riuscimmo a convincere gran parte di essi a mandare i figli a scuola per toglierli, quantomeno nella prima età scolare, dalla terra e soprattutto per ottenere che potessero imparare – come si diceva – a “leggere, scrivere e far di conto” ed in tal modo aiutare i loro genitori, in gran parte analfabeti o quasi, a non farsi più ingannare dai padroni: insomma a liberarsi. Anche in conseguenza delle lotte e di questo nostro impegno, in pochi anni i mezzadri ottennero notevoli miglioramenti delle loro condizioni di vita; quasi tutte le vecchie consuetudini feudali vennero spazzate via; calò notevolmente l’analfabetismo, ci fu un forte elevamento culturale e si sviluppò in molti di essi una solida coscienza di classe.
Insomma, in meno di vent’anni si determinò un altissimo salto di qualità e si produsse una profonda modificazione della vita nelle campagne. Le tracce positive si vedono ancora oggi: fra le regioni più a sinistra elettoralmente ci sono tutte quelle ex mezzadrili.
Attraverso questo grande lavoro di massa il Pci aveva accumulato una straordinaria forza politica e sociale registrabile non solo attraverso i vastissimi consensi elettorali, ma anche attraverso il prestigio tra le masse popolari, nella fiducia che godeva tra i lavoratori, tra gli intellettuali, tra i cattolici e tra le aree avanzate della borghesia. Un partito, quello togliattiano, che ebbe la capacità di divenire una forza “nazionale” mantenendo l’obiettivo strategico del socialismo.
Ciò che occorre capire, e siamo ben lontani – sul piano dell’analisi storiografica e teorica – dal capirlo, è attraverso quali passaggi, quali processi, si passi da un tale partito – con ruolo “nazionale” e prospettiva socialista – prima all’ibrido Partito comunista della fine degli anni ’70 e degli anni ’80, poi alla degenerazione e allo scioglimento della Bolognina. Come certamente, per non essere idealisti, occorrerebbe cogliere i nessi carsici che hanno legato la fase togliattiana alle fasi di mutazione e poi degenerative…
Da qui, a mio parere, occorrerebbe partire, per non cadere nella trappola speculare dell’apologia e della liquidazione: capire i motivi di fondo per i quali un grande partito comunista di massa come il Pci, la cui lezione per ciò che riguarda il radicamento è unica e imprescindibile, imbocca infine la strada della rinuncia alla transizione socialista. Su questo punto va focalizzato la ricerca politica e teorica. E ciò è ben altra cosa dal tentativo, in corso anche a sinistra, di cancellare con sufficienza l’intera storia di un partito che è stata la più grande rappresentanza organizzata degli interessi operai e popolari dell’intera storia politica italiana.

Sei stato un noto oppositore del cosiddetto “processo di socialdemocratizzazione” del Pci : non puoi provare tu a mettere a fuoco alcuni punti di quella ricerca di cui parlavi, volta all’enucleazione dei motivi per cui un grande partito comunista di massa rinuncia alla prospettiva di transizione socialista per rinunciare, infine, alla sua stessa identità comunista?

Il dibattito è molto arretrato e tutti noi soffriamo di questa carenza teorica, una carenza utilizzata da alcuni, a sinistra, per sostenere tesi – pro o contro il Pci – utili ad obiettivi politicistici e di piccolo cabotaggio. Ciò che si può dire è che sia la costruzione di una grande organizzazione comunista di massa sia la rinuncia, durante il cammino, ad una prospettiva rivoluzionaria, investono essenzialmente la questione della soggettività politica. Tutta la storia del Pci, a ben pensarci, è racchiusa tra due grandi “negazioni”: la “negazione” della rivoluzione nella fase del dopoguerra, in un mondo diviso in aree di influenza (Usa e Urss) e la “negazione” finale a perpetuarsi come partito comunista nella fase della crisi e poi del crollo sovietico. Per ciò che riguarda la prima “negazione”: se da una parte è vero che nel mondo diviso in aree di influenza il Pci era stato costretto a pensare la rivoluzione come un processo particolarmente arduo e difficile – e comunque lontano – è anche vero che tutta l’azione soggettiva del partito togliattiano, volta ad accumulare ed organizzare forze politiche e sociali sempre più consistenti, recuperava e praticava l’idea gramsciana della conquista delle casematte e dell’egemonia come basi materiali per lo stesso processo rivoluzionario.
Dunque, per ciò che riguarda la prima “negazione” (il progetto rivoluzionario chiuso in Italia dalla divisione del mondo in aree di influenza) vi è una prima risposta soggettiva, da parte del Pci: una risposta positiva volta a praticare la concezione gramsciana dell’egemonia e della costruzione capillare del “contropotere”, come unica possibilità, non privata di strategia rivoluzionaria, nella fase data.
Le questioni sono (e su queste deve muoversi la ricerca): perché il processo di accumulazione di forze per l’egemonia tende ad assumere, nel corso dei decenni, segni via via più consistenti di gradualismo socialdemocratico? (Mi esprimo così per farmi capire, non perché penso che ad un certo punto, negli anni ’70 ed ’80, gran parte del Pci fosse già divenuto conseguentemente socialdemocratico…).
Secondo: nell’orizzonte tattico e strategico del togliattismo erano oggettivamente implicite la rinuncia alla rottura rivoluzionaria, alla prospettiva della presa del potere e alla stessa costruzione del socialismo (come in molti, oggi, vorrebbero farci credere), oppure tali rinunce incominciano a delinearsi solo successivamente e prendono corpo nell’ultimo periodo della storia del Pci?
Per non praticare anch’io quella brutta e antica “virtù” italica della furbizia, su questo tema così vorrei esprimermi: pur non essendo possibile tagliare la storia con l’accetta – non può esistere un’autonoma storia togliattiana del Pci e un’altrettanto autonoma storia post-togliattiana -, credo che nella prassi e nella teoria del Pci di Palmiro Togliatti non fosse implicita la rinuncia alla prospettiva socialista e che invece tale rinuncia abbia preso corpo negli ultimi quindici anni della storia del Partito Comunista Italiano.
E arrivo così alla seconda “negazione”: quella che proviene dal crollo sovietico e spinge il Pci a cambiare nome e natura sociale (la mutazione genetica…). E’ chiaro che qui, in questa fase, non vi è nessuna risposta soggettiva positiva da parte del Pci, nessuna scelta in controtendenza rispetto alla crisi di una parte decisiva del movimento comunista mondiale: crolla l’Urss e il Pci si scioglie. Ma è anche evidente che questa impossibilità di risposta soggettiva (il rilancio di una teoria e di una prassi comunista) viene meno anche, e forse soprattutto, in virtù dell’involuzione che aveva segnato di sé il Pci degli anni ’80. Penso ad esempio allo scontro che si determinò all’interno del partito fra due linee e due culture notevolmente diverse. L’una sosteneva la necessità di privilegiare la presenza nelle istituzioni e di subordinare il movimento delle masse alle alleanze politiche e sociali. L’altra sosteneva che si dovesse concepire il conflitto sociale come fondamento della democrazia e come vitalità delle istituzioni e che dunque si dovesse sempre riaffermare il ruolo centrale dei lavoratori. In una certa fase si tentò una mediazione fra le due linee che però produsse solo ambiguità di proposte ed incertezza di iniziative.
Per esempio, molto spesso, i rappresentanti del Pci nelle istituzioni “apparvero” e di fatto divennero “agenti” delle istituzioni presso le masse. Credo sia a tutti noto che l’azione politica e le lotte del Pci avevano, fra l’altro, consentito che lo Stato fornisse maggiori e più concreti aiuti e servizi alle popolazioni.
Orbene, proprio a causa dell’ambiguità e dell’incertezza delle nostre iniziative, persino questi successi provocarono il risultato che parte non trascurabile del “popolo di sinistra” non individuasse più l’avversario fondamentale nei processi di produzione capitalistica.
Le conseguenze furono disastrose. Per giunta in quello stesso periodo si andò sempre più fortemente sostenendo che discutere di superamento del capitalismo fosse fuorviante perché faceva perdere di vista i compiti concreti ed attuali dell’oggi. Purtroppo anche questa linea prevalse…
Tu sei stato un oppositore del famoso “strappo” di Berlinguer, relativo all’“esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. Che ne pensi, ora, di quella fase di battaglia interna al Pci ?

Ben prima dello “strappo” di Berlinguer ero consapevole dei problemi relativi alle involuzioni e alle derive dell’Urss e del “socialismo realizzato”. Ed anche della sua fase di “stagnazione economica” e della mancanza di democrazia. Il punto non era dunque, per me, rinunciare alla critica a quei modelli sociali e politici.
Chi, come me, criticava lo “strappo” temeva in verità, per come era stato enunciato e concepito, che esso servisse da cavallo di Troia per far passare una rottura con l’intera storia del movimento comunista, temeva che la natura profonda di quello “strappo” potesse servire soprattutto ad accelerare il processo di “mutazione genetica”; che lo “strappo” non servisse tanto ad avanzare una giusta e necessaria critica marxista alle prime forme di socialismo realizzato, quanto ad operare una cesura irrevocabile con l’intera prassi e la teoria del movimento comunista.
Purtroppo, la storia finale del Pci ci dette ragione: lo “strappo” non indusse il Pci ad uscire da sinistra dalla crisi dell’Urss e del movimento comunista mondiale; esso rivelò invece la propria natura di “funzione politica”, volta alla fuoriuscita dello stesso Pci dall’alveo della cultura comunista.
Molte volte, nella storia del movimento comunista, si sono manifestati, e continuano a manifestarsi, “strappi” con la cultura e la storia del movimento comunista che nulla avevano o hanno a che fare con il rinvigorimento della prassi e della teoria della rivoluzione, ma erano e sono al servizio della negazione del progetto rivoluzionario comunista.
Da questi “strappi” occorre ben guardarsi…

Perché, a tuo avviso, dalla “Bolognina” non è sorto un partito socialdemocratico, ma un forza prima “radical” (Pds) e poi sempre più chiaramente “liberal”(Ds)?

C’è innanzitutto da osservare che quasi tutte le forze dell’Internazionale socialista, nel quadro di generale svolta a destra successivo alla caduta dell’Urss, abbandonano i caratteri socialdemocratici per acquisire, chi più chi meno, caratteri neoliberisti. E’ la stessa socialdemocrazia in quanto istanza politico-teorica a perdere vigore e senso storico. Per ciò che riguarda il trapasso Pci-Pds e poi Ds: per trasformarsi in partito socialdemocratico il Pci doveva sì abbandonare tutti i propri residui segni comunisti, ma doveva, contemporaneamente, mantenere come elemento centrale il rapporto con il movimento operaio, ponendo al centro del proprio progetto lo scontro capitale-lavoro. Ciò perché un partito socialdemocratico, nella sua accezione storica, è ancora un partito di classe, un partito della classe operaia.
L’operazione di Occhetto, invece, fu di carattere essenzialmente radical: attraverso l’assunzione della cultura del differenzialismo e l’accantonamento della matrice materialistica, lo scontro capitale-lavoro fu decentrato e si delineò una “tavola” in cui i valori non erano più posti gerarchicamente – tipo: primo il conflitto capitale-lavoro e poi le altre contraddizioni – ma collocati orizzontalmente, una collocazione che assegnava alla contraddizione principale tra capitale e lavoro la stessa importanza delle altre, annullando così anche l’istanza socialdemocratica e privilegiando quella radical, che avrebbe portato i Ds alla scelta veltroniana del “partito americano”.
Questo passaggio, da parte del Pci, a partito “radical” eludendo la scelta socialdemocratica è una grande lezione per tutti, a sinistra: vuol dire che i partiti del movimento operaio, che siano essi comunisti, socialisti di sinistra o socialdemocratici, nel momento stesso in cui rifiutano la contraddizione capitale-lavoro come contraddizione centrale, sono condannati a divenire partiti leggeri dal pensiero debole, “differenzialisti”, radical, lontani dalla storia complessiva, passata e presente, del movimento operaio.