Quando la legge 194 che regolamenta l’interruzione volontaria della gravidanza cominciò ad essere me

E’ tempo di ferie e il sogno di mete esotiche si affaccia e ci affascina, guardiamo lontano immaginiamo profumi speziati, colori solari, suoni incantati. Danze ataviche e capannelli di uomini al bar del paese, donne variopinte, mercanzie e oggetti inusuali, viuzze e sentieri, bambini scalzi e sorridenti e la mente attraversa la moltitudine umana con il desiderio della scoperta. Ma queste ferie, si sa, se le possono permettere in pochi! Agli altri rimane la quotidianità delle proprie case, della proprie strade, quelle di tutti i giorni che si attraversano guardando senza saper vedere. Se si imparasse a vedere ci si accorgerebbe che il mondo è arrivato a casa nostra e il desiderio della scoperta è a portata di mano. Ma chissà perché quello che è lontano è da scoprire quello che è vicino invece no. Se nostro figlio insieme ai suoi amici schiamazza sotto casa, sono ragazzi, se quei ragazzi sono neri, gialli o qualcos’altro sono “disturbatori”. Se nostro marito, nostro fratello o il nostro fidanzato alza il gomito, è sabato un po’ di allegria è normale. Per gli altri, non italiani, non c’è il sabato, sono ubriaconi e alcolizzati. I profumi speziati diventano puzza, i bambini diventano sporchi, gli uomini stupratori o scippatori e le donne chi le capisce, con il loro velo mettono in discussione la nostra idea di libertà. I migranti servono nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche e nelle nostre case, questo lo hanno imparato tutti, purché non facciano domanda per la casa popolare, non abitino nel nostro palazzo, non passino per le nostre strade, non si fermino nelle nostre piazze, non abbiano il cellulare, non mandino i bambini nella classe dei nostri figli, non vadano al bar o in discoteca e magari neanche al supermercato dove andiamo noi, insomma non devono respirare la nostra aria e bere la nostra acqua, non devono imparare i nostri vizzi, ci piacciono solo se sono invisibili e inodori. Mi viene in mente il mio gatto, ha l’abitudine di marcare il territorio per dire agli altri che quello è suo, non si avvicinino: ma noi siamo gatti o esseri umani? (con tutto il rispetto per i gatti) Questo è il razzismo del nostro tempo, un razzismo che insieme a quello tradizionale, di tipo “biologico”, della inferiorità razziale alla naziskin, cova negli animi ed emerge quando viene culturalmente accreditato, socialmente non messo all’indice ma anzi giustificato, adoperato per vincere le elezioni. Per raggiungere lo scopo, meglio istillare la paura in noi e in loro, se ci dovessimo specchiare potremmo accorgerci che dividiamo le stesse miserie, le stesse ansie per il futuro. Far leva sul bisogno di sicurezza è facile, il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo. Così il migrante e in particolare il clandestino, che le nostre leggi hanno fatto diventare tale, diventa delinquente per definizione e gli italiani, gente onesta, per derivazione, possono ben permettersi di fare le ronde o sfasciare negozi in pieno giorno, come al Pigneto, invece di occuparsi dei propri salari, della precarietà o dei fattacci di casa propria come il marito, italianissimo che picchia e ammazza la moglie. Nella letteratura scientifica internazionale, l’espressione “senso di insicurezza” è usata in genere per indicare due fenomeni: – la preoccupazione, di ordine sociale, politico o anche morale per la criminalità; – la paura della vittimizzazione, il timore, cioè di poter subire un reato, per la propria incolumità personale o per i propri beni (i cosiddetti reati comuni). Gli studi dicono che la preoccupazione per la criminalità è più diffusa tra gli strati medio – alti della popolazione, tra gli individui che hanno posizioni politiche conservatrici e cresce nei periodi di rapido cambiamento sociale e politico. La paura della vittimizzazione è in genere, invece, più diffusa tra gli strati medio-bassi della società ed è legata ai livelli di criminalità o devianza del quartiere in cui si vive. Se a muovere gli italiani fosse la preoccupazione per la criminalità, le elettrici e gli elettori avrebbero dovuto chiedere alla classe politica di occuparsi seriamente di mafia, camorra, drangheta ma anche di adolescenti e giovani, in particolare maschi visto che gli studiosi che si occupano di criminalità concordano con l’osservazione che tra età, genere e frequenza con cui vengono commessi reati esista una relazione sistematica. Adolescenti e giovani, infatti, commettono proporzionalmente più reati di quanto si registri nella popolazione appartenente ad altre classi di età. Avrebbero dovuto indicare come priorità la sconfitta del patriarcato nel nostro paese visto il femminicidio in atto, e la violenza maschile sulle donne e le bambine. (Oltre 6 milioni di donne hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita, a partire dai 16 anni). La drammatizzazione mediatica di singoli casi di cronaca ha preparato il terreno per scatenare la caccia ai clandestini, la messa in mora dei migranti, la deportazione degli “zingari” ed accreditare la Lega di Bossi e i retro pensieri fascisti sempre in aguato. Premesso che la responsabilità penale è, per legge, individuale e non collettiva, è bene ricordare che l’analisi di medio – lungo periodo, non congiunturale, sulla criminalità nel nostro Paese, quella seria, quella che tiene conto dal fatto che i cambiamenti nella frequenza con cui avvengono i reati sono tendenzialmente lenti, indica la delittuosità dei migranti come non dissimile da quella italiana. Così come per gli italiani la percentuale dei denunciati è correlata al numero e alla composizione della popolazione italiana, la crescita della percentuale di stranieri sul totale dei denunciati è legata al forte aumento degli stranieri in percentuale alla popolazione. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel complesso gli stranieri regolari denunciati erano nel 2006 quasi il 6% del totale dei denunciati in Italia, e sempre nel 2006 gli stranieri regolari erano poco meno del 5% della popolazione residente. Del resto la quota di stranieri regolari denunciati sul totale degli stranieri regolari in Italia si ferma al 2% circa. Se i trend sono gli stessi perché dovrebbero essere diversi per gli immigrati irregolari, tanto più sapendo che in Italia, la componente regolare dell’immigrazione è fatta, in larga misura, da stranieri precedentemente irregolari? Nessuno è in grado di dire con precisione quanti siano gli irregolari, ma sappiamo con certezza che gli immigrati regolari possono diventare irregolari quando scade il loro permesso di soggiorno, e che molti irregolari sono diventati regolari grazie ai provvedimenti approvati dal Parlamento italiano nel 1986, nel 1990, nel 1996, nel 1998, nel 2002 e poi ancora a seguire grazie ai decreti flussi che si sono succeduti. Il pacchetto sicurezza di Maroni, con il reato di immigrazione irregolare, l’aumento della pena se il reo è clandestino e il sindaco sceriffo, risponde alla strategia politica della induzione alla paura per accreditare la destra come salvatrice della Patria, riportare in auge l’ordine e la disciplina e mandare in soffitta la Costituzione nata dalla Resistenza. Al resto ci hanno pensato le politiche fallimentari di governo dell’immigrazione, prima si crea il “diverso” poi lo si fa’ diventare “nemico”. Nel nostro “civile” paese il migrante non è persona, non è cittadino ma merce utile al circuito produttivo, forma moderna della schiavitù, merce che costa meno e in più non reclama: visto che può essere espulso in qualunque momento, come fa’ a far valere i propri formali diritti? A queste condizioni possiamo sopportarli ma non si sappia che sono persone, tanto più che l’insicurezza economica riguarda sempre più persone, con la reciproca paura è tutto più ordinato, il sistema può andare avanti senza il rischio della ribellione. I migranti sono una cosa ma i Rom i Sinti e i camminanti invece non ci piacciono e basta, neanche servono e poi rubano i bambini. Mi viene da ricordare come alla fine della guerra, nei processi ai nazisti responsabili di crimini contro l’umanità che seguirono la liberazione, primo tra tutti quello di Norimberga, gli zingari non ebbero considerazione: mai nessuno zingaro fu chiamato a deporre come testimone o parte in causa. Funzionari zelanti continuarono a sostenere per lungo tempo l’esistenza di una « specie» zingara e a definirla asociale, pericolosa e diversa. dando per scontato che nei primi anni del regime nazista gli zingari fossero stati sottoposti a misure coercitive in quanto criminali e asociali. Per molto tempo dopo la guerra lo sterminio del popolo zingaro non è stato riconosciuto come razziale ma lo si è considerato conseguenza di quelle misure di prevenzione della criminalità. Una tesi che trovava fondamento nella definizione di “asociali” con la quale inizialmente gli zingari furono deportati. Secondo le teorie nazionalsocialiste, gli zingari erano tali perché le caratteristiche loro attribuite dai nazisti erano nei loro geni, nel loro sangue, il che li rendeva “irrecuperabili” condannandoli quindi allo sterminio, alla cosiddetta “solu- zione finale”. Ma è possibile che 500.000 vittime del regime nazista e dei regimi fascisti degli Stati satelliti, fra cui quasi la metà bambini, fossero tutte dei criminali? Nel corso degli anni Cinquanta la discussione sul riconoscimento o meno di uno sterminio razziale dovette misurarsi con l’emergere della documentazione ma solo nell’aprile del 1980 il governo tedesco riconobbe ufficialmente che gli zingari avevano subito, sotto il regime nazista nell’Europa occupata, « una persecuzione razziale». Non è facile stabilire il numero totale degli zingari vittime del nazismo ma una cosa è certa, a tutt’oggi sullo sterminio degli zingari nessun riconoscimento di errore, nessuna colpa, nessuna vergogna. Tra i responsabili nessun colpevole. Nessun risarcimento. Dalle pratiche nazifasciste dei forni crematori siamo passati ai sempre più frequenti incendi dei campi nomadi. Protagonista è sempre il fuoco, le vittime sono le stesse. Cosa aspettiamo a fare i conti con la nostra storia? Per non dimenticare voglio chiudere con un piccolo stralcio dal” manifesto della razza” del 938 (tratto da “La difesa della razza”, direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2). Al punto tre si legge: – Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze. Al punto sette si dice: – è tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità. Riflettiamo ma non stiamo chiusi nelle nostre stanze.

* ex sottosegretario di stato, Ministero Diritti e Pari Opportunità