Quale prospettiva per la “questione comunista”?

Nel portare a compimento un rilevante impegno ricostruttivo del solco tracciato dal PCI dalla fondazione della repubblica alla sua estinzione, Giuseppe Chiarante, con questo ultimo studio storico-politico (La fine del PCI. Dall’alternativa democratica di Berlinguer all’ultimo congresso 1979- 1991, Carocci, 2009) che si riallaccia ai più vicini precedenti (Tra De Gasperi e Togliatti, 2006; C o n Togliatti e con Berlinguer, 2007), si è assunto l’onere, eluso da tutti quanti hanno pur in diverso modo tagliato i ponti con il PCI, di verificare quali siano i punti teorico-politici necessari a cogliere le cause dell’attuale deriva della democrazia italiana, con uno sforzo d’analisi che ha rifuggito dai limiti della pubblicistica che negli ultimi 15-20 anni ha divagato sui passaggi di fase realmente più significativi dietro agli stereotipi della “seconda repubblica” per un verso, di “tangentopoli” per l’altro.

ORGANICITA’ DELLA RICOSTRUZIONE DELLA STORIA DEL PCI

E infatti, collegando questa riflessione sugli anni 1979-1991 a quella sugli anni del centrismo, del centrosinistra e del compromesso storico, l’A. è riuscito a mantenere l’organicità di una ricostruzione che consente sia di cogliere quali nessi vi siano tra l’inquietante scivolamento a destra verificatosi dopo il 1990 con i governi Berlusconi e i prodromi più o meno latenti negli anni ‘60- ‘70 (donde uno dei significati riconoscibili è nelle “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile” di Berlinguer), sia di “riproporre oggi la questione del comunismo” come “una chiave di lettura per affrontare opportunamente, non in contrasto, ma in rapporto concreto con la storia e l’esperienza delle forze di sinistra del nostro paese, questioni fondamentali del conflitto sociale del nostro tempo” (in “Postfazione – Venti anni dopo”, p. 149). Si deve pertanto al superamento delle remore che l’A. ha vissuto in relazione agli incarichi di primo piano, svolti proprio nella travagliata vicenda del “tramonto e dissoluzione del PCI”, se quanti avvertono l’ineludibilità crescente della questione comunista nella crisi ideale e culturale di tutte le forze politiche – e soprattutto di quelle che si ostentano “ex comuniste” – possono trovare negli spunti offerti dal paziente lavoro di Chiarante punti di riferimento alla connessione tra le parabole dell’esperienza del PCI e le cause di quella estinzione che – alla luce della categoria del legame “nazionale/internazionale” adottata da Franco de Felice – fa risaltare oggi l’esigenza di colmare il vuoto derivatone sul terreno sia teorico che politico. Il susseguirsi dei temi di discussione prospettati dall’A. in tutto l’arco dell’indagine culminante nell’ultimo lavoro si colloca in una lucida, permanente visione dei rapporti “esterni” e dei rapporti “interni” del PCI tra loro collegabili, ma risalenti a specifici presupposti: ciò che consente di demistificare la portata dominante (se non addirittura esclusiva) assegnata (non solo dagli anticomunisti) alla versione del rapporto dei comunisti italiani con il PCUS, con le ben note e numerose distorsioni interpretative su tutti gli aspetti della politica nazionale e internazionale del PCI dal 1944 al 1989. E di analizzare appropriatamente i contenuti degli indirizzi politici e sociali perseguiti dal PCI (e dai comunisti nella Cgil) nelle fasi in cui si suddivide l’esperienza della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e delle lotte per l’attuazione dei principi della Costituzione “democratico- sociale” nei 45 anni di “democrazia zoppa”, di “bipartitismo imperfetto”, come la cultura borghese ha coperto l’illegittimità della c.d. conventio ad excludendum del PCI non solo dal “governo”, ma anche da quella che è stata chiamata “area governativa”. Il che, peraltro, era impedito dall’uso del “proporzionale puro” (e non manipolato come a Bonn, e in altri sistemi anelanti a fare del “bipolarismo” un equivalente artificioso del bipartitismo anglosassone) in tutte le elezioni (salvo i piccoli comuni). In tale contesto l’A.- che tra l’altro ha svolto un ruolo ufficiale nella crisi polacca, a sua volta illuminante sul contrasto tra comando centralizzato e autogestione nell’economia (1982) – ha fatto emergere con nettezza i pur complessi contenuti di politica economico-sociale e di politica istituzionale affrontati dal PCI attraverso le asperità di una conduzione imposta dai contorni della “questione democristiana” che – benché diversificata nelle formule politologiche di centrismo e centrosinistra, e poi pentapartito – condizionava la strategia della “democrazia progressiva” verso tattiche che rischiavano di non essere coerenti col progetto di trasformazione della società e dello Stato in un’ottica contrastante sia con il conservatorismo, sia con il riformismo cui era ancorato il PSI. Si spiega così perché, riallacciandosi alle precedenti analisi, Chiarante ci presenti una lettura critica della fine del PCI che riannoda le fasi della crisi del centro-sinistra, del compromesso storico con la variante della solidarietà nazionale, della svolta del 1979, da cui emergono la “prima” e la “seconda fase” della politica di Berlinguer, come testimonianza degli sforzi del segretario succeduto a Togliatti e Longo tesi a riprendere e rilanciare il ruolo autonomo dei comunisti italiani dal modello di società e di Stato tipici del “socialismo reale”. La perspicuità di tale collegamento – che la lettura degli ultimi due libri documenta, fornendo il quadro di una discussione da ripercorrere e riaprire – consiste nella esplicitazione lucida e consapevole del contrasto, prima latente e poi sempre più esplicito ed esibito, tra quella che era (ma non si usava chiamare) la “destra” del PCI e la “sinistra”, in un quadro di unitarietà che, con Togliatti più fermamente che con Berlinguer, ha potuto farsi valere per differenze riconducibili oltre che alla formazione culturale dei due grandi dirigenti ispirantisi a Gramsci, anche alla diversa caratterizzazione dello scontro di classe nei passaggi di fase del bipolarismo Est-Ovest.

DUE LETTURE DELLA RISTRUTTURAZIONE CAPITALISTICA DEGLI ANNI ’70

Anche in quest’ultimo libro Chiarante fa notare come sia emersa nel tornante tra gli anni ’60 e ’70 in seno al gruppo dirigente un contrasto di fondo di natura teorico-politica sulla qualificazione della natura e delle crisi del capitalismo internazionale e nazionale: sia di fronte alla sfida del centro-sinistra, sia di fronte alla crisi degli anni settanta, si erano contrapposte due letture intorno alla sempre più accelerata ristrutturazione capitalistica. L’una – sempre auspice Amendola, capintesta della destra interna – addebitava all’arretratezza della società nazionale e alla stagnazione di un capitalismo incapace di contenere le proprie contraddizioni i limiti di una situazione nella quale il PCI rischiava di perdere lo slancio necessario a perseguire senza alcuna esitazione il radicale rinnovamento che era stato alla base della forte spinta per la democratizzazione della società e delle istituzioni, con le lotte degli anni 1968-69 e il conseguente allargamento del partito ai movimenti nuovi del fronte sociale e politico anticapitalistico. Viceversa, la critica ingraiana alla politica moderata democristiana di modernizzazione civile e sociale in nome di uno sviluppo economico non programmato democraticamente, chiedeva di accentuare una politica di connessione tra masse e potere, attivando la centralità del parlamento e della rete di assemblee elettive (largamente egemonizzate da PCI e PSI dopo le elezioni del 1975) per contestare il primato degli esecutivi e fare della questione del superamento della conventio ad excludendum non già una mera riduzione del “governo” del paese a una questione “gestionale”, ma completamento di una concezione organica di uno Stato democratico perché “Stato-comunità” e non più “Stato-apparato burocratico”: sì da conferire coerenza alla presa di distanza dal modello sovietico, con esaltazione al contempo delle contraddizioni degli anticomunisti fautori del ritorno all’autoritarismo politico-istituzionale con progetti sia di carattere internazionale (la “Commissione Trilateral” contro la complessità della democrazia), sia di carattere nazionale (il progetto della loggia massonica P2 proprio del 1975).

ALTERNATIVA DEMOCRATICA O ALTERNATIVA DI SINISTRA?

Poiché obiettivo dell’A. è ora quello di rileggere le fasi precedenti il 1979 per spiegare come siano maturate le cadenze degli anni ‘80 sfociate nella fine del PCI nel 1991, il nucleo delle questioni racchiuse prima nelle controversie sul compromesso storico, la solidarietà nazionale e poi nella diatriba su alternativa democratica/alternativa di sinistra è individuabile – e meritevole di ulteriore approfondimento – nella controversa lettura inerente il rapporto tra politica ed economia, tra istituzioni e meccanismo di accumulazione capitalistico, autonomia sociale e autonomia politica, democrazia delegata e democrazia diretta, in una fase nella quale democrazia, austerità, eurocomunismo, nuovi rapporti tra nord e sud del mondo si ponevano come termini di un’antitesi al “tradizionale ed egoistico eurocentrismo di larga parte dei grandi partiti socialdemocratici europei” (p. 51), favorendo una europeizzazione istituzionale nel segno conclamato del “deficit democratico”. Per capire allora come abbiano preso corpo “le due fasi della politica di Berlinguer”, anche per spiegare come il “dopo Berlinguer” segni la “decadenza” del PCI e poi l’annullamento della peculiarità del comunismo italiano”, Chiarante ci mette in condizioni di aprire una riflessione – tanto più necessaria oggi, in una fase di piena globalizzazione a sua volta in clamorosa crisi – sulla relazione tra lotta sociale e politica nella prospettiva del socialismo e sulla collocazione del partito della rivoluzione democratica nello Stato e in generale nelle istituzioni, laddove cioè la questione tradizionale del governo e dell’insediamento al vertice dell’esecutivo, divenuto cupola di apparati, per i rappresentanti dell’avanguardia del movimento operaio, non poteva che porsi in termini non assimilabili ad alcuna delle forme del c.d. “parlamentarismo” della borghesia. La natura delle lotte contro il centro- sinistra, contro la politica dei redditi e per la programmazione democratica e globale dell’economia, per la riforma del sistema delle partecipazioni statali usate dalla DC (come già dal fascismo) per puntellare, nonostante i suoi limiti, l’imprenditorialità privata, testimoniava il significato di un ruolo del PCI ispirato all’unità delle forze interessate a far valere il “lavoro” contro il capitale”, sia sul fronte sindacale – donde la convergenza tra CGIL, CISL e UIL – sia su quello dei rapporti tra i partiti.

UN “NUOVO TIPO DI POTERE” O “ANDARE AL GOVERNO”?

La versione in termini di “solidarietà nazionale” della strategia del “nuovo compromesso storico”, lanciato con accentuato vigore dal PCI di Berlinguer, si era posta improvvisamente contro la direzione e le forme delle lotte (a cui si era risposto minacciosamente anche ricorrendo al terrorismo). Cosicché, il tentativo di richiamare la DC a un nuovo patto come quello alla base della Costituzione del 1947 (il compromesso “non deteriore” rivendicato a suo tempo da Togliatti) non poteva non suscitare, nelle mutate condizioni create da circa un trentennio di contrapposizione ideologica, le contraddizioni insite nella differenza fra lotta per un nuovo tipo di “potere” democratico-sociale, e persegui – mento dell’obiettivo di pervenire al “governo”, sia pure come effetto della sconfitta della pretesa dei partiti del centrismo e del centro-sinistra di delegittimare un PCI sempre più rafforzato dal metodo elettorale proporzionale dopo aver sconfitto, nel 1953, la “legge truffa” (quel metodo maggioritario che, con il protagonismo di Pds e alleati, sarà imposto al paese 40 anni dopo).

L’”AUSTERITA’” DI BERLINGUER

Come l’A. ricorda, Berlinguer cercò di sottrarre la sua impostazione di strategia politica e di proposta economico- sociale alle implicazioni della convergenza della “destra” amendoliana su una linea che operativamente convertiva in politica “dall’alto” quella politica “dal basso” che aveva caratterizzato, nell’arco di tempo che va dal 1967 al 1975, i conflitti sempre più allargati a una base sociale anelante a una democrazia di tipo nuovo, tramite movimenti e soggetti espressione di una crescita rivendicativa di diritti sociali e di diritti civili sino a quel momento soffocati. Nella breve stagione degli anni 1976-1979 (donde poi il passaggio dalla solidarietà nazionale all’“alternativa democratica”) Berlinguer rivendicò, a latere delle larghe intese parlamentari cui il PCI addivenne senza entrare nel governo, un’autonomia elaborativa di carattere strategico, riassunta nel discorso sull’“austerità”. Esso “si caratterizzava non solo per le intuizioni anticipatrici di una tematica (in particolare quella del dissesto ecologico e dei limiti delle risorse) che nei decenni successivi è diventata di crescente attualità” (p. 43), ma puntava aspramente alla denuncia del modello di consumo ispirato ad un esasperato individualismo secondo le esigenze di espansione consumistica incarnate dal capitalismo con la sua già avviata ristrutturazione “globalizzante”. Si tratta di un passaggio rilevante, ben colto dall’A. nel notare come non potesse sfuggire ai militanti e alle masse il contrasto tra una “politica dei sacrifici” in atto in sede governativa per contrastare l’emergenza economica e la proposta di una politica di austerità rivolta sia agli intellettuali che agli operai nel 1977 per prevenire “la decadenza, l’imbarbarimento della vita, e quindi anche, prima o poi, un’involuzione politica reazionaria”. In termini reali, tale contrasto implicava nell’immediato l’arresto di quell’allargamento alla “partecipazione democratica” che si era imposta come forma tangibile di attuazione del principio più qualificante della repubblica democratica e antifascista, predicato nelle assemblee dei posti di lavoro e dei movimenti, circa il ruolo “effettivo” di tutti i lavoratori nel processo di democratizzazione politica, economica e sociale del paese (Costituzione, art. 3, 2° comma). In tal modo perdevano slancio i consigli di fabbrica, i consigli elettivi nei quartieri e nelle scuole, il ruolo stesso della riforma “regionalista” dello Stato, imperniata non già sul decentramento amministrativo di tipo liberale, ma sul ruolo autonomo nella strategia di programmazione democratica dell’economia”, in nome della quale nel 1971 le regioni a statuto ordinario avevano visto finalmente la luce.

IL NUOVO PROTAGONISMO ANTICOMUNISTA DI CRAXI

Si era nel crogiolo di contraddizioni cui non poté sottrarsi neppure la DC (come attesta la vicenda Moro) con il coinvolgimento di CGIL, CISL, UIL nella difesa delle istituzioni e dello stesso PCI garante della tenuta della democrazia, mentre incombeva il nuovo protagonismo dei socialisti autonomisti che trovarono in Craxi la leadership tesa a rilanciare un nuovo tipo di anticomunismo, non più solo preclusivo e volto a ritardare l’attuazione dei principi democratico-sociali della Costituzione, ma perentoriamente orientato a contraddirli mediante una prospettiva di cd “innovazione” omogenea alla modernizzazione capitalistica, nelle forme avviate da processo di ristrutturazione, con l’apertura, già negli anni ’70, a flessibilità e precarietà, foriere del decentramento industriale destinato a connotare quella che è stata poi enfatizzata come “globalizzazione” economico-finanziaria. Alle ambivalenze insite nella proposta di compromesso storico – per cui il puntare all’ingresso nel governo piegava l’obiettivo di tener fermi i principi economico-sociali attaccati sempre più scopertamente per una deriva a destra – si è così risposto con un attacco ideologico del partito socialista basato sulla contrapposizione di modernizzazione a democratizzazione, aprendo un incalzante conflitto a sinistra volto a spezzare le convergenze residue tra cattolici sociali e comunisti (l’ultimo qualificante prodotto era stata la riforma sanitaria) e facendo penetrare attraverso il craxismo l’idea di governabilità “anche nel partito e nel movimento sindacale” (p. 29).

“QUESTIONE MORALE” VERSUS POLITICISMO E VERTICISMO DEL PENTAPARTITO

La catena di contraddizioni che sono state innescate da un sempre più marcato contrasto tra il PSI e la destra comunista (accomunati nella CGIL) da un lato, e la strenua rivendicazione da parte di Berlinguer di un’alternativa non di “sinistra”, ma “democratica” dall’altro lato, ci consente, soprattutto oggi, di cogliere gli ingredienti accumulatisi negli anni ‘80 ed utilizzati per la fine del PCI e per la frantumazione della sinistra, proprio in quanto Berlinguer non potrà condurre sino in fondo la controffensiva al craxismo. Essa richiedeva una risposta ideologica e politica di massa alla strategia di “grande riforma” istituzionale volta a snaturare il patto costituzionale con il quale si era formalizzato un modello di rapporti istituzionali – perché iscritto nella seconda parte della Costituzione – funzionale strettamente agli obiettivi del primato del lavoro sul mercato, che andava sottoposto a controllo sociale e politico, ben oltre e al contrario delle politiche “antitrust” prevalse negli anni ‘90 a garanzia del sistema delle imprese capitalistiche. Perciò l’A. ha posto in chiara evidenza il senso con cui Berlinguer s’impegnò per dare una versione conseguente all’esigenza di dare valore universale al principio di democrazia, riassumendo nei termini emblematici della “questione morale” la contrapposizione al politicismo e al verticismo del pentapartito (per cui i liberali si trovarono per la prima volta alleati con i socialisti) di quella visione della lotta politica che si mantenesse in continuità con la stagione del ‘68, rivendicando con la massima determinazione le forme di partecipazione idonee ad esaltare la questione giovanile, la questione femminile, la questione ambientale e dei limiti delle risorse per la vivibilità del pianeta terra (p. 40). La chiarezza e determinatezza con cui Berlinguer colse i pericoli di una strategia neoconservatrice, che copriva del manto mistificatorio di quella che si è venuta chiamando “democrazia governante” gli indirizzi di politica economica e sociale contrastanti con i principi sostanziali della prima parte della Costituzione – dalla privatizzazione delle partecipazioni statali a quella della pubblica amministrazione, alla delegittimazione degli stessi meccanismi del welfare in parti qualificanti il cd Stato sociale di tipo socialdemocratico – è attestata dalla sua fermezza nel porre un nesso inestricabile tra questione democratica e questione comunista, facendo della “diversità” dei comunisti l’emblema di un’esigenza suprema di respingere una concezione della politica come pura manovra di potere, nella logica di una partitocrazia omologa agli interessi delle forze dominanti (p. 69). A tal punto che la strenua lotta ingaggiata da Berlinguer contro il decreto sulla scala mobile – destinata a proiettarsi oltre la sua morte – a complemento della sua presenza davanti ai cancelli della FIAT nel 1980, a distanza di tempo induce a domandarsi, come ha fatto l’A. – se prevalesse nell’ultimo grande leader del PCI una visione “utopistica” o “moralistica” della politica (p. 61), anziché la capacità di antivedere l’esigenza di intervenire in una crisi come quella degli anni ‘90 “con una più forte capacità di far fronte alle nuove domande e ai nuovi problemi della fine del secolo” (p. 77).

DA PARTITO “ANTISISTEMA” A PARTITO “DI SISTEMA” E “NORMALE”

A partire dall’analisi di questa cesura tra la vita e la scomparsa di Berlinguer, le sollecitazioni dell’A. si fanno più serrate per aprire una verifica e il lancio di una nuova autonoma proposta di rappresentatività dei comunisti, desumibile dalla critica degli anni della “decadenza” e dell’“annullamento” della presenza stessa del PCI, mettendo cioè in relazione l’acquisizione dell’idea berlingueriana di una società socialista radicalmente diversa da quella pianificata e centralizzata, produttivistica e industrialista del soviettismo senza democrazia, con la ripulsa delle regole del privatismo, del liberismo, del libero mercato acquisite anche dalle socialdemocrazie e dalle istituzioni “europee” in nome di una c.d. “morte delle ideologie”, enfatizzata per negare la finalizzazione ideale e morale della politica e con essa della finalizzazione sociale dell’economia, nella prospettiva di una più conseguente ripresa della concezione marxiana della “società comunista come società dei liberi e degli eguali”, come passaggio dal “regno della necessità economica al regno della libertà” (pp. 107-108). Nella trama del ragionamento articolato dell’A. è ben presente il nesso tra la denuncia dei principi e dei metodi di sterilizzazione della tradizione comunista, adottati per la fine e dopo la fine del PCI dal Pds e dai suoi attuali eredi, e dalla stessa Rifondazione comunista (del cui “radicalismo sociale” si vedono le attuali derive, pp 121-142); e la ricerca di una nuova collocazione dei comunisti nello scontro ideologico sociale e politico che secondo l’A. avrebbe dovuto assumersi già a partire dalla seconda fase berlingueriana «cominciando a costruire una nuova prospettiva della sinistra che guardasse decisamente oltre l’esperienza compiuta dal movimento socialista e comunista del “secolo breve”» (p. 76), rifuggendo dal nuovismo subalterno posto a fondamento della liquidazione del PCI, trasformato da partito antisistema in partito “di sistema” e “normale” (nel linguaggio dalemiano), ingannando le masse dei militanti per sostituire alle ragioni classiste, che erano state alla base della conventio ad excludendum, l’offa dell’“accesso al potere” (benché inteso come mera “stanza dei bottoni” di nenniana memoria, p. 126).

RECUPERARE AUTONOMIA CRITICA

Occorre riprendere quell’autonomia critica che denunci la subalternità e la sottomissione con cui ci si limita a recitare che “la società è cambiata”, che il ‘900 “è stato cancellato”, ponendosi piuttosto sulla traiettoria delle riflessioni dell’A., che ha potuto documentare – a chiusura della ricostruzione degli anni ‘80 – come già in un saggio del 1989 (ripubblicato in appendice, pp. 189-209) in tema di socialismo e comunismo avesse tratteggiato i termini di un approfondimento (da altri rinviato ed omesso, sul presupposto che sia tramontato o morto il marxismo), reso necessario per evitare di cadere nella voragine, poi aperta da sinistra (a partire dal referendum che ha aperto la via al maggioritario, al bipolarismo e al dominio del berlusconismo), con rilievi che si presentano ancora utili alla reimpostazione della questione comunista. Può essere infatti fecondo di un’elaborazione strategica che ci riporti fuori dalle attuali vischiose secche di un mero descrittivismo circa la subalternità dei “deboli” ai “poteri forti”, quel passaggio che l’A. sollecita dalla critica di un tipo di socialismo “statalista” e “produttivista” – risucchiabile nella visione capitalista di uno sviluppo indefinitamente moltiplicativo della mercificazione globalizzante – alla prospettiva di una “società comunista” nella quale la lotta per l’emancipazione dei lavoratori, la condanna dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, apra contestualmente la strada alla coerente soluzione dei problemi della soggettività riguardanti gli aspetti non materiali, non economici dello sviluppo della società. In tal modo non solo rimane confermato il fondamento della critica marxista, da estendere alle nuove forme della ristrutturazione capitalistica che si avvale delle nuove “statualità” sovranazionali senza che lo Stato si sia ancora “estinto”, ma si può replicare sia all’individualismo esasperato dei diritti riflessi del potere di dominio della cd “libera impresa”, sia alla separatezza con cui il radicalismo variegato del “pannelliamo”, dei Verdi, di Sinistra e libertà, di RC vedono le soggettività parcellizzate di una società pianificata dal capitale finanziario e industriale, fuori da ogni controllo.