Quale politica estera per un governo di alternativa ?

FILOATLANTISMO DEL CENTRO-SINISTRA E PRIORITÀ DELLA LOTTA CONTRO LA GUERRA

In occasione del discorso di investitura per il suo secondo mandato, George W. Bush ha tra l’altro dichiarato: “Il mio obiettivo è la libertà. Freedom!”. E ancora: ” Non possiamo tollerare l’esistenza della tirannia permanente (…). Il nostro obiettivo è di bandire la tirannia dal mondo”. Nel merito, sul quotidiano inglese The Guardian è subito apparso il seguente commento: “Fuochi d’artificio a Washington, disperazione nel mondo intero!”, evidentemente rinvenendo nelle suddette affermazioni e al di là della giustificazione di turno (questa volta centrata sul millenaristico richiamo ad una missione democratica) un’identica pulsione all’aggressione bellica.
Che, viceversa, il segretario del maggior partito della coalizione anti- Berlusconi non si mostri “disperato” ed anzi abbia da ultimo rintracciato nella politica dell’attuale establishment Usa elementi per un’utile e positiva riflessione, non dovrebbe stupire più di tanto. Non si tratta infatti di sortite estemporanee, bensì di una precisa posizione in materia di politica internazionale maturata dal centro-sinistra all’indomani della rielezione di Bush. Da mesi, prima delle presidenziali americane, era stato attivato un fitto scambio politico-culturale tra le due sponde ‘democratiche’ dell’Atlantico, qui da noi sponsorizzato dalla fondazione di Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Naufragata l’eventualità di una presidenza alternativa alla Casa Bianca e, quindi, la prospettiva di una più naturale armonizzazione di politiche di governo multipolari, non è tuttavia tramontata l’esigenza – di cui il nostro centro- sinistra è promotore particolarmente solerte – di suturare al più presto le ferite aperte nei rapporti Usa/Europa dalla crisi irachena e di rilanciare comunque una nuova fase di cooperazione transatlantica, questa volta perseguita all’insegna del realismo politico (questa è la leadership scelta dal popolo statunitense, dunque con essa bisogna dialogare) e sulla base di un riassetto degli organismi internazionali (a cominciare dall’Onu).
Alla luce di tale impostazione generale, non appare affatto casuale l’atteggiamento alquanto caloroso tenuto dal candidato alla guida di un governo di alternativa alle destre in occasione della venuta in Europa del presidente degli Stati Uniti. Il saluto di “benvenuto” tributato a Bush da Romano Prodi non è stato semplicemente un atto di diplomazia “gratuito e incomprensibile” (Asor Rosa), mille miglia lontano da tutte le multiformi sensibilità che hanno animato il più vasto movimento di massa contro la guerra dal dopoguerra ad oggi. Esso va inteso altresì come uno dei momenti culminanti in cui si è esplicata una ben meditata “strategia dell’attenzione” nei confronti degli Usa, di cui il nostro centro-sinistra si è candidato ad essere autorevole interprete. All’indomani di quell’incontro, Fassino ha sgombrato il campo da ogni possibile incertezza: “La nostra Europa non sarà antiamericana (…). Perseguiremo una strategia di alleanza con gli Stati Uniti” (Corriere della Sera, 24-2-2005).

UN TERRENO ARATO DA TEMPO

Fulmine a ciel sereno? Nient’affatto. Nella sostanziale acquiescenza degli alleati di coalizione (mi riferisco in particolare a Rifondazione Comunista), a più riprese Piero Fassino si è incaricato di prefigurare la linea di condotta di un futuro governo delle sinistre in tema di politica estera. Già a gennaio di quest’anno, in risposta ad una sollecitazione di Angelo Panebianco, il segretario diessino affermava di muovere “dalla convinzione che il rapporto transatlantico sia oggi strategico ed essenziale”, per perseguire come obiettivi prioritari “la lotta al terrorismo, la liberazione dell’umanità dalle più gravi ingiustizie, la costruzione di una governance della globalizzazione incardinata sul multilateralismo e sul ruolo delle istituzioni sopranazionali”. A proposito di queste ultime egli aggiungeva, onde evitare equivoci, che “nelle proposte di riforma dell’Onu avanzate dal gruppo dei saggi a Kofi Annan vi è l’indicazione di cinque precisi nuovi criteri da cui, d’ora in poi, l’Onu dovrebbe far discendere il ricorso estremo all’uso della forza. Questo per rendere meno controverse decisioni così delicate”. Tale estrema disponibilità veniva assicurata in nome dei “comuni valori che ispirano l’identità politica e culturale dell’Occidente” (Corriere della Sera, 10- 1- 2005). Un mese dopo, Fassino è tornato sul medesimo tema in termini – se possibile – ancora più pesanti, accentuando nel merito il connotato bipartisan della sua impostazione. Nel corso della trasmissione televisiva Porta a Porta del 9 febbraio scorso, richiamando il caso del Kosovo e la divergenza prodottasi col Prc su tale questione, egli ha rivendicato il merito di “essere andato ugualmente in Parlamento” incassando il voto del centro-destra. Un tale comportamento è stato espressamente indicato come modello per il futuro: “Se non avremo la maggioranza su alcune questioni andremo in Parlamento convinti che l’opposizione voterà nell’interesse del Paese”.
Ma il vero e decisivo snodo politico per l’affermazione di tali orientamenti è stato il giudizio sulle recenti elezioni irachene, accreditate come “il trionfo della democrazia”: giudizio espresso da pressoché tutta la stampa italiana (quella di destra e quella di centro-sinistra fino a Rifondazione Comunista, all’unisono con tutta la stampa occidentale). Qui va collocato lo spartiacque che ha visibilmente separato la precedente fase di contrasto dalla nuova strategia dell’attenzione. Mentre – secondo le stesse dichiarazioni della commissione elettorale irachena – lo spoglio delle schede era ancora in alto mare, qui in Italia i principali leader della coalizione di alternativa alle destre si affrettavano a sentenziare: “Ha votato oltre il 60% degli iracheni. E’ un risultato eccezionale, una vittoria della democrazia”. Eppure, anche grazie alle rarissime voci indipendenti, la verità delle cose si faceva largo qua e là attraverso la coltre delle ricostruzioni apologetiche. Ad esempio, il 3 febbraio La Stampa dedicava all’argomento un’intera pagina sotto il titolo: “Iraq, urne scomparse e brogli”, ove si poteva leggere la seguente dichiarazione del Consiglio degli Ulema, la più alta autorità sunnita: “Queste elezioni mancano di legittimità perché una grande parte della popolazione le ha boicottate”. Nel medesimo articolo era denunciata la scomparsa di centinaia di urne elettorali e di decine di migliaia di schede durante il trasbordo sui camion dalle province a Baghdad; e si affermava altresì che “i principali gestori del voto sono stati gli uffici per gli aiuti alimentari”. Un candidato del partito islamico dichiarava: “Sono state le elezioni più enfatizzate e meno controllate dei tempi moderni”. Sulla medesima lunghezza d’onda un autorevole sostenitore della monarchia hashemita: “Sono assolutamente certo che si sta consumando ogni genere di falso” (La Stampa, 3- 2-2005). Simili ed altre testimonianze avrebbero dovuto consigliare come minimo una grande cautela: nessun commento che non fosse smaccatamente di parte avrebbe potuto definire una pietra miliare della democrazia delle elezioni organizzate sotto il tallone dell’occupante, con candidati preselezionati e sconosciuti (per motivi di sicurezza) agli elettori, sottratte a qualsiasi controllo internazionale. C’è da chiedersi, a questo punto, donde sia venuta una così malriposta e prematura enfasi da parte del centro-sinistra (e non solo). A tale interrogativo non c’è che una risposta. La premura con cui si è inteso glorificare in dispregio dei fatti quella tornata elettorale è figlia di un preciso progetto politico: separare l’aggressione bellica dalla ricostruzione “democratica” e inaugurare, a partire da quest’ultima, un nuovo rapporto con l’establishment riconfermato alla guida degli Stati Uniti.

L’ACCELERAZIONE DI PIERO FASSINO

Come si vede, una paziente opera di riposizionamento ha preparato i più recenti affondo di Piero Fassino. Al Residence Ripetta di Roma, in un confronto niente meno che con Gianfranco Fini, il segretario Ds ha ribadito la necessità di un rapporto forte con gli Usa, aggiungendo però giudizi che modificano lo stesso atteggiamento nei confronti della guerra di Bush (al punto che la stampa di destra si è affrettata a salutarli come “coraggiosi” e “autocritici”): “La guerra ha fatto vincere Bush perché si è presentato come colui che più di altri è in grado di difendere il paese insidiato nel suo territorio e ha mostrato un’America che non rinuncia alla sua missione di libertà”. E, d’altro canto, la “debolezza della sinistra” sta in un “inaccettabile relativismo culturale” (Il Tempo, 15-3-2005). Pochi giorni dopo, in un’intervista a La Stampa, Fassino torna sull’argomento, affermando l’impossibilità di tollerare in un mondo ormai globalizzato autarchie politiche e dittature e, per converso, apprezzando i fermenti di risveglio democratico e i processi di secolarizzazione che stanno inve-stendo lo stesso mondo arabo. E poi puntualizza: “Non ho alcuna difficoltà a riconoscere che questi processi sono anche il frutto di una maggior intransigenza dell’Occidente verso chi nega i valori di libertà”, deducendo da ciò la preferibilità di quella che, a suo dire, è la vocazione democratica di Bush rispetto all’atteggiamento che fu proprio dei repubblicani con Kissinger, il quale in nome del realismo politico sosteneva di fatto le peggiori dittature in Sud America. Bando, dunque, alle timidezze: “la sinistra non può che stare dalla parte della libertà” (La Stampa, 20-3-2005). Importanti – infine – sono altre due affermazioni, contenute in un articolo su L’Unità del 22 marzo. In primo luogo, il segretario Ds sostiene la tesi che “la sinistra democratica” debba sbarazzarsi della “vecchia idea” che “la sovranità nazionale possa essere una soglia invalicabile di fronte a gravi violazioni dei diritti umani”. In secondo luogo, si torna a salutare come essenziale l’indicazione da parte dell’Onu di “criteri guida, sulla base dei quali le Nazioni Unite dovrebbero autorizzare l’uso della forza”. Come era prevedibile, dichiarazioni di una tale portata non potevano non sollevare serie obiezioni in tutti i settori della sinistra pacifista e di alternativa. Anche Rifondazione Comunista si è scossa dal torpore e – con interventi del suo segretario e di Franco Giordano – ha messo in fila una serie di condivisibili critiche. Alquanto tardi, purtroppo. Poiché ora le parole del segretario del maggior partito della coalizione anti-Berlusconi – peraltro approvate dallo stesso Romano Prodi – pesano come macigni sulla strada della costruzione programmatica. Bisogna capire bene il salto di qualità che quelle affermazioni comportano. Con esse, per la prima volta, compare in qualche modo un apprezzamento – seppur dosato – dei princìpi che presiedono alla strategia di guerra degli Usa: è riconosciuta la priorità nell’attuale contesto internazionale della guerra al terrorismo e dell’ “estensione della democrazia”. E’ un punto di principio di non poco conto, che prende per oro colato le giustificazioni sin qui fornite (in barba alle ricorrenti smentite dei fatti) e liquida d’un colpo quelli che ormai perfino un diffuso senso comune considera come i veri moventi dell’azione bellica: gli interessi economici e strategici della superpotenza statunitense. Poco importa che si auspichi una “politica preventiva” (resa oltre tutto più che sospetta dall’auspicato superamento del principio di intangibilità della sovranità nazionale): l’essenziale è che l’azione di guerra permanga nel novero delle possibilità. Non a caso, emerge l’inequivoca disponibilità a nuove avventure belliche purché “multilaterali” e coperte da nuove prescrizioni che l’Onu è chiamato a darsi. Non solo, dunque, un’assunzione completa delle passate “guerre umanitarie”; ma, insieme, un analogo impegno per il futuro. Si tratta di affermazioni assolutamente gravi, che vanno in totale rotta di collisione con quanto in questi anni è andato rivendicando un movimento contro la guerra di dimensioni planetarie.

I “COMUNI VALORI” DELL’OCCIDENTE

Va specificato che qui non tanto sono in questione le scontate divergenze di respiro strategico e ideale che separano i comunisti dal segretario dei Democratici di Sinistra. In questa sede non si vuol discutere il fatto che egli ribadisca un’adesione di fondo ai “comuni valori” del l’Occidente, glissando su qualunque intento di trasformazione profonda della società capitalistica che pure di quei valori è l’attuale contraddittoria e violenta concretizzazione. Non si pretende che, accanto ai principi della Rivoluzione francese, Fassino mantenga gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre: egli non è più (o, forse, non è mai stato) comunista. Come comunisti, ci sentiamo ovviamente più in sintonia con visioni del mondo quale quella di recente tratteggiata da Jean Bricmont, uno dei più lucidi intellettuali europei: “Il nostro sistema non è basato unicamente o anche principalmente sulla democrazia e il rispetto dei diritti umani, ma su un lungo periodo di relazioni ineguali con questa vasta riserva di materie prime e lavoro gratuito o a buon mercato che oggi chiamano Terzo Mondo”. L’attuale principio d’ordine è segnato dalla violenza di tale squilibrio storico: “L’ordine del mondo non riposa sulla giustizia e i diritti umani, ma sulla convinzione – cento volte ripetuta nella storia – che gli oppressi possono ribellarsi quanto vogliono, ma essi finiranno per essere vinti”. Di qui discende la scala delle priorità per chi voglia un mondo più giusto: “Il problema fondamentale non è rappresentato dal fatto che vi siano dei dittatori (anche ammesso che vi siano) o dei fanatici religiosi opposti all’ “Occidente” (posto anche che vi siano), bensì da secoli di rapporti ingiusti che non sono per nulla scomparsi, che sono alla base di un ordine economico moralmente indifendibile e forse neanche stabile a medio termine” (tratto da: Mourir pour MacDo en Iraq, Bruxelles 2004).

LE DIFFICOLTÀ DEGLI USA E L’OFFENSIVA DIPLOMATICA DI BUSH

Ma, come detto, non è di tali differenziazioni strategico-ideali che in questa sede dobbiamo chiedere conto alla leadership diessina . Quello che è invece del tutto pertinente è la prefigurazione dei contenuti programmatici concernenti la politica estera di un possibile governo del centro-sinistra più Rifondazione Comunista. In questo specifico contesto quel che fa problema è l’apertura di credito, in tema di “comuni valori”, all’amministrazione Bush e la disponibilità a seguirne, seppure entro una concertazione multilaterale, le velleità di guerra. Evidentemente, anche su questo piano, scontiamo una lettura assai diversa della fase. Noi siamo convinti con Walden Bello che, benché si sia scritto e detto di tutto per far passare le elezioni irachene come “l’inizio di una nuova partita il cui nome è democrazia”, di fatto “l’unica partita che si continua a giocare è quella del dominio e dell’occupazione e che gli Stati Uniti non la stanno vincendo” (Liberazione, 16-3-2005). In effetti, gli Usa potranno andarsene dall’ Iraq – senza che ciò equivalga ad un totale fallimento – solo quando potranno lasciare in quel paese un governo del tutto affidabile, che curi per procura i loro interessi (in sintesi: petrolio e agibilità logistico-militare) ed abbia definitivamente la meglio nei confronti dell’opposizione interna. Contrariamente a tale auspicata prospettiva, i mesi passano, la coalizione d’occupazione perde via via pezzi, la resistenza armata non sembra affatto indebolirsi ed anzi mostra crescenti capacità di radicamento e forza d’urto. Donald Rumsfield ha dichiarato che nel 2006 si ingrosseranno le fila del contingente Usa in Iraq, ad oggi arrivato a 135 mila uomini: quanti ne dovranno servire per ridurre all’obbedienza un intero paese e normalizzare il suo territorio? In Afghanistan, lungi dall’aver instaurato una qualche normalità civile ed istituzionale, il governo con il sostegno delle truppe Usa riesce oggi a controllare la capitale e poche altre città. Altro che “processo democratico”! Se sull’autorevole foglio Foreign Affairs si arriva a leggere: “In Iraq abbiamo raggiunto i nostri limiti”, vuol dire che anche il paese che è capace di mettere in opera il più esteso sistema di insediamenti militari della storia – 860 basi ufficialmente dichiarate, dislocate in 153 territori appartenenti a tutti i continenti eccetto l’ Antartide e ospitanti 600 mila unità – può dar mostra di avere il fiato corto. E può iniziare ad avvertire come pesanti i costi umani, oltre che economici, di una situazione che non sembra presentare facili vie d’uscita.
Qui vanno cercati i motivi della visita di Bush in Europa: essi non consistono in un cambio di linea dell’amministrazione americana, quanto piuttosto nelle difficoltà che questa medesima linea incontra. Conseguentemente, si dovrebbe mantenere un’opposizione intransigente nei confronti di una politica di potenza che ha messo – e, beninteso, intende continuare a mettere – a ferro e fuoco l’intero pianeta; non accorrere in suo soccorso alla prima garbata richiesta di compartecipazione al massacro. Non mi pare che una tale esigenza sia tacciabile di pericoloso estremismo. Al contrario, credo che al nostro paese sia toccata purtroppo in sorte una delle varianti più sciaguratamente moderate della sinistra liberal, incapace com’è di corrispondere a quello che il 70% degli italiani da tempo chiede: via dall’Iraq, via dalla guerra.

VERSO DOVE ANDIAMO?

Non va sottovalutato il fatto che le difficoltà incontrate sul teatro di guerra iracheno hanno sinora impedito ulteriori prove di forza e indotto gli Usa a non procedere da soli lungo la via maestra della “guerra infinita e preventiva”. Bisogna però aver chiaro che un’educata ricerca di collegialità nell’applicazione delle scelte non sembra in questo caso mettere in discussione le scelte medesime. In proposito è esemplare il caso Iran, paese già fatto assurgere al rango di pericolo pubblico numero uno. Nei suoi confronti torna l’accusa di possesso delle armi di distruzione di massa, nella fattispecie individuate nell’imminente acquisizione dell’arma atomica. Al giorno d’oggi, l’arroganza plateale non fa più notizia: non per questo cessa di essere intollerabile. Secondo i dati 2003 del Natural Resources Defense Council, gli Usa posseggono 8.634 testate strategiche operative, in parte dislocate nei diversi territori (come è noto, anche in Italia), in parte (3.600) a bordo di sottomarini nucleari lanciamissili balistici, cui vanno aggiunte 10.455 testate immagazzinate nei depositi. E mentre l’Iran continua a replicare che il suo programma nucleare è finalizzato a scopi civili, non molto distante da questo paese Israele ha già una dotazione di 200 testate atomiche, di cui una cinquantina strategiche del tipo Jericho-2, con un raggio d’azione tra i 1.500 e i 4.000 chilometri. Chiedo al centro-sinistra: un simile apparato di distruzione, pronto a colpire, è forse accettabile perchè “democratico”, consono ai “comuni valori” dell’Occidente? Come dire: i padroni del mondo siamo noi e noi decidiamo discrezionalmente chi debba essere il mostro di turno. E, viceversa, trovare tutto questo intollerabile è macchiarsi di “antiamericanismo” o, peggio, di “antisemitismo”? Per favore, non scherziamo. E, piuttosto, cerchiamo di soppesare ciò cui possiamo andare incontro.
Ad esempio, riflettendo su ciò che recentemente consigliava all’Europa Henry Kissinger, che – contrariamente a quel che pensa Fassino – resta un autorevole interprete degli umori dell’attuale establishment Usa. Sulla questione iraniana, “il punto cruciale di discussione tra Stati Uniti ed Europa dovrebbe essere non la necessità o meno di ricorrere alla forza se la diplomazia fallisce, bensì la definizione e la temporizzazione di tale uso della forza e precisamente del processo attraverso cui essa dovrebbe condurre a privare l’Iran delle armi nucleari”.
Più chiaro di così…Ma Kissinger è estremamente chiaro anche rispetto a come debba essere condotta la missione diplomatica europea: “Un cambiamento di regime è la garanzia migliore, forse l’unica, del disarmo nucleare dell’Iran”. Dunque, la diplomazia europea dovrebbe dire “qual è il preciso processo di cambio di regime che si immagina e in quanto tempo si pensa di ottenere un tale risultato” (La Stampa, 11-2-2005).
E’ forse questa la “politica preventiva” cui pensa Piero Fassino?
Potrebbe essere questa un’applicazione del principio di ingerenza teorizzato dal segretario dei Ds, con il contestuale superamento del principio di intangibilità della sovranità nazionale? E’ così che la pensa tutto il suo partito? Certamente, non la pensano così i suoi stessi elettori. E noi, testardamente, continueremo a lavorare perché così non sia. Dicendo però sin d’ora che, qualora i suddetti intendimenti venissero a costituire l’asse portante della politica estera del potenziale governo di alternativa alle destre, il Prc dovrebbe guardarsi da una tale trappola per topi ed evitare una sua diretta responsabilità governativa.