Quale “opposizione democratica” in Russia?

L’occidente e la Russia di Putin

“Nel 2005-2006 gli Usa sono finalmente passati dal tentativo di controllare e influenzare la politica estera di Mosca a quello di formarla direttamente, attraverso la realizzazione di cambiamenti, che possano risultare utili a Washington, all’interno dell’attuale regime politico”.

Così sta scritto nel rapporto presentato alcuni mesi fa alla Duma di Stato (il parlamento russo) da due esperti di politica internazionale, Valentin Falin e Ghennadij Jevstafiev, intitolato “Probabile guida delle azioni degli Stati Uniti nei con – fronti della Russia nel periodo 2006- 2008”[1], nel quale vengono prospettati scenari inquietanti, derivanti dall’inasprimento delle relazioni tra Russia e USA e dalla volontà di Washington di bloccare qualsiasi velleità della Russia di ritrovare un ruolo da protagonista nella scena mondiale, facendo leva soprattutto – per usare un’espressione di Tarik Ali – sul suo “attivismo economico legato alla sovranità nazionale” [2].

Al rapporto ha evidentemente inteso dare grande credito lo stesso Vladimir Putin quando, nel discorso pronunciato il 10 febbraio 2007 a Monaco di Baviera, di fronte agli esponenti della “comunità internazionale”, non si è limitato a criticare con durezza gli aspetti essenziali della politica dell’attuale amministrazione Usa, ma ha voluto attaccare la pretesa di Washington di impartire lezioni di democrazia a tutto il mondo, dando il suo sostegno (evidentemente, anche in Russia) alle forze che cercano di destabilizzare qualsiasi realtà statuale non allineata alle esigenze degli Stati Uniti e dei loro alleati[3].

Alla luce degli avvenimenti che si sono succeduti nel periodo più recente, possiamo affermare con certezza che il mese di aprile del 2007 ha corrisposto con maggiore precisione alle previsioni formulate dai due studiosi e prese a ragione sul serio dagli ambienti politici più vicini al presidente russo. Ne è testimonianza la sincronizzazione (forse sarebbe meglio dire il coordinamento) di tre episodi che si sono succeduti nell’arco di pochi giorni, culminati in quelle azioni di piazza a Mosca e San Pietroburgo che sono state accompagnate da un grande baccano mediatico, a cui, con un allineamento acritico e in assenza di qualsivoglia analisi che andasse oltre gli stantii cliché della propaganda “pannelliana”, non si è sottratta neppure gran parte della cosiddetta “sinistra alternativa” in Europa Occidentale.

Vediamo questi episodi, in ordine cronologico.

– 5 aprile: la pubblicazione del rapporto del Dipartimento di Stato USA a sostegno dei diritti dell’uomo e della democrazia nel mondo, in cui, nella parte dedicata alla Russia, viene illustrato il campo d’azione su cui dovrebbero impegnarsi i rappresentanti della diplomazia nordamericana a Mosca e quelle forze della “società civile” e del mondo dell’informazione locale che, ormai da lungo tempo, agiscono come una vera e propria “quinta colonna” degli interessi di Washington.

– 13 aprile: la pubblicazione nel giornale britannico Guardian di alcune dichiarazioni del malversatore russo (compiacentemente accolto “in esilio” a Londra) Boris Bere- zovskij, tra i principali ispiratori e finanziatori dell’opposizione russa, in cui viene confessata con la massima disinvoltura (e peraltro, senza alcuna reazione scandalizzata del giornale che ha ospitato l’intervista) la progettazione di un vero e proprio colpo di stato in Russia, da attuarsi attraverso il coinvolgimento di personalità presenti all’interno dell’amministrazione del Cremlino e che dovrebbe tradursi in una vera e propria “congiura di palazzo” per estromettere dalle sue funzioni (“potrebbe scorrere anche il sangue”, arriva a dire l’ineffabile Berezovskij) quel Vladimir Putin che, è bene ricordare, è stato eletto in consultazioni riconosciute come regolari e legittime da tutti i paesi del mondo, senza alcuna eccezione.

– 14-15 aprile: lo svolgimento, alla massiccia presenza di giornalisti di tutto il mondo, di due manifestazioni non autorizzate, organizzate dalla coalizione “Altra Russia”, capeggiata da Garri Kasparov, che raccoglie sostanzialmente i nostalgici e i “trombati” dell’era di Eltsin, e il movimento fascista cosiddetto “nazional- bolscevico” di Eduard Limonov. Le manifestazioni, da cui anche la principale forza di opposizione russa, il Partito Comunista, ha preso nettamente le distanze4 sono state fronteggiate da un massiccio schieramento di polizia (francamente sproporzionato rispetto alle esigue dimensioni della partecipazione) e si sono concluse con il fermo (e l’immediato rilascio) dei due leader. L’effetto immediato dell’iniziativa è stato quello di provocare, in gran parte dei media dei paesi occidentali, lo scatenamento di una nuova aggressiva campagna contro il “regime di Putin”, la condanna da parte di governi e istituzioni internazionali (dall’Unione Europea al ministro degli esteri italiano, quest’ultimo peraltro con toni più responsabili) e una ripresa dell’attività di quelle organizzazioni, in particolare ONG (anche italiane), che negli ultimi anni si sono distinte nel sostegno a tutte le “rivoluzioni colorate” organizzate nei paesi ex socialisti. Occorre far notare che è già dal 2006 che assistiamo ad un’intensificazione della mobilitazione di piazza e della ricerca dello scontro da parte delle forze della destra neoliberista russa che, confidando essenzialmente sul peso della pressione internazionale, cercano in tal modo di sopperire alla loro impopolarità tra l’opinione pubblica russa che, a ragione, le considera responsabili della tragedia economica e sociale che si è abbattuta sul paese nell’ultimo decennio dello scorso secolo, ai tempi della presidenza Eltsin. Lo scopo di tale mobilitazione è evidente: offrire una “fotografia” della situazione politica russa che permetta alla macchina mediatica “globale” di convincere un’opinione pubblica occidentale che occorre preparare a nuovi scenari da “guerra fredda”, dell’esistenza di una situazione di scontro della società civile, rappresentata dai “dissidenti” e anelante “alla libertà e alla democrazia”, con uno “stato totalitario a carattere poliziesco”, sempre più simile a quello sovietico combattuto per decenni dal “mondo democratico”.

In questo contesto non è privo di significato il fatto che, in occasione della presentazione del rapporto del Dipartimento di Stato a cui abbiamo accennato, la segretaria di Stato Usa per la democrazia e i problemi globali, Paula Dobriansky abbia solennemente dichiarato che “gli Stati Uniti si impegnano a sostenere questi coraggiosi uomini e donne…”, lasciando evidentemente intendere che gli strumenti adottati per destabilizzare la Russia non saranno dissimili da quelli che hanno portato al rovesciamento dei locali governi in Serbia, Georgia, Ucraina e Kirghizistan. E’ interessante allora esaminare chi sono i più rappresentativi di questi “coraggiosi uomini e donne”, che si battono per “una Russia senza Putin”, a cui è senz’altro destinata una consistente parte di quel 1,2 miliardi di dollari del bilancio americano stanziati (sempre secondo Paula Dobriansky) “per la difesa dei diritti dell’uomo e della democrazia”. Anche per suggerire ai democratici del nostro paese un approccio all’evoluzione della situazione in Russia meno emotivo e meno subalterno al gioco dei media sotto controllo imperialista. Soprattutto nel momento in cui troppi sono gli interessi ad inserire l’Italia nello “scudo missilistico” che gli Stati Uniti intendono costruire in Europa, allo scopo di completare l’accerchiamento della potenza russa.

Garri Kasparov. L’ex campione di scacchi è, insieme all’ex primo ministro Mikhail Kasjanov, la figura di maggior spicco del “Fronte Civico Unito” che, insieme ad altre organizzazioni come ad esempio “Oborona” ( Difesa), emula russa della serba “Otpor” e dell’ucraina “Pora”, e i fascisti del “Partito Nazi-Bolscevico”, ha dato vita all’alleanza denominata “Altra Russia”. Kasparov è significativamente membro del nordamericano “National Security Advisory Council – Nsac”, il cui presidente onorario è l’ex capo della Cia James Woolsey e che annovera tra i suoi esponenti Richard Perle, uno dei più importanti esponenti della lobby che ha spinto per l’intervento degli USA in Iraq.

Mikhail Kasjanov. Giunto alla carica di primo ministro, dopo una vertiginosa carriera all’ombra di Eltsin, Kasjanov è noto come “Misha 2%”, per la percentuale che avrebbe personalmente intascato su ogni operazione relativa al debito della Russia. Sono conosciuti i suoi legami con le banche Usa, verso cui ha contribuito a dirottare enormi risorse finanziarie del suo paese. Dopo un lungo braccio di ferro con gli ultimi esponenti della cosiddetta “famiglia” di Eltsin, nel 2004 Putin è riuscito finalmente ad estrometterlo dalle sue funzioni di premier. Da allora lo si vede sempre alla testa delle manifestazioni “arancioni” di Mosca.

Andrej Illarionov. E’ stato consigliere economico della presidenza russa fino al 2005, quando si è dimesso per divergenze in merito alla gestione della vicenda “Yukos ” . Attualmente lavora negli Stati Uniti, da cui è rientrato per partecipare alla “marcia” di Mosca del 14 aprile. Negli anni ’90, Illarionov fu tra i primi a suggerire l’adozione della cosiddetta “terapia shock” anche per la Russia, indicando più volte come esempio da imitare l’esperienza del Cile di Pinochet.

Irina Khakamada. Spregiudicata “faccendiera” nell’era eltsiniana, è considerata una delle persone più ricche di Russia. Tra il 2000 e il 2003 è stata co-presidente del più importante partito della destra liberista (Unione delle Forze di Destra, SPS). Sconfitta clamorosamente alle ultime elezioni presidenziali, è oggi leader del partito “Nostra scelta”.

Eduard Limonov. E’ scandaloso che questo lugubre personaggio sia riuscito ad ottenere la solidarietà internazionale di movimenti che sostengono di battersi per i “diritti civili”. Leader di un movimento razzista e xenofobo, ammiratore di Hitler, andrebbe semplicemente bandito dalla comunità democratica internazionale. Del resto, anche senza conoscere la lingua russa, è sufficiente visitare il sito del suo partito e collegarsi con i video che contiene, per verificare il grado della sua affidabilità democratica![5]

Note

1 Sui contenuti del documento di Falin e Jevstafiev: M. Gemma. “USA-Russia. Relazioni sempre più difficili”, in L’ernesto, n. 5, Settembre – Ottobre 2006.

2 La gente ha bisogno di un’asse della speranza”. Intervista a Tarik Ali, Liberazione della domenica, 15 aprile 2007.

3 La versione italiana del testo integrale del discorso di Putin a Monaco si trova in http://www.resistenze.org/sito/os/mo/osmo7b13-001073.htm

4 In una dichiarazione del 16 aprile, Ghennadij Zjuganov, leader del Partito Comunista dellaFederazione Russa, pur ribadendo la sua ferma op -posizione all’amministrazione Putin e denunciando gli eccessi dell’intervento repressivo contro le manifestazioni, definisce le azioni di “AltraRussia” come “il tentativo pericoloso di far tornare al potere i politici dell’epoca di Eltsin: i Kasjanov, i Gaidar e compagnia bella… Noi sappiamo bene quanto è costata la politica di coloro che in tempi non lontani hanno diretto la Russia”.http://www.cprf.ru/news/pr/48647.html

5 La storia e le caratteristiche del “Partito Nazional-Bolscevico” si trovano in: “Contro il Nazional Bolscevismo. Spettro fascista infiltrato nel movimento operaio”. http://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru7d15-001380.htm