Quale innovazione?

Dalla mia personale esperienza, quella di un compagno di 25 anni iscritto in un attivo Circolo della periferia nord di Milano dal 1991 (l’unico vero atto rifondativo !), la prima impressione che resta di questo V° Congresso è la grande distanza che alla fine si è rivelata tra le aspirazioni dell’ innovazione ed il suo concretizzarsi : la distanza che c’ è tra le parole ed i fatti .
Una innovazione che voleva cancellare definitivamente pratiche “autoritarie, staliniste o d’ altra matrice” in nome di una maggiore democrazia interna doveva necessariamente passare per la scelta di un Congresso a tesi, dove tutti i compagni potessero esprimere la loro opinione, e perché no, arricchire il documento che sostenevano con tesi alternative, integrative o, comunque, correttive.
Se è vero che il Congresso è stato tecnicamente a tesi è anche vero che quello spirito di apertura , innovazione e disponibilità al confronto che ci si proponeva è stato sostanzialmente disatteso.
E così coloro che si erano riempiti la bocca con la parola d’ordine dell’apertura al movimento (come se ci fosse stato qualcuno contrario a quest’ apertura!) hanno poi dimostrato nei fatti una conformistica chiusura alla discussione, persino con i propri compagni di Partito!
Coloro che hanno fatto dell’ antistalinismo la loro bandiera si sono ben guardati dal rispondere politicamente alle questioni che nel merito i compagni hanno posto e si sono accontentati di etichettare e banalizzare le diverse posizioni espresse: e non solo. Quante volte abbiamo sentito menzogne del calibro: “Chi ha presentato le tesi alternative vuole fare fuori il segretario”, oppure “ sta preparando la scissione”.
Coloro che per giustificare il loro dogmatico integralismo si sono richiamati all’ unità del Partito hanno poi sparso veleno preoccupandosi assai poco del rispetto dovuto ai compagni e dimostrando scarso senso di responsabilità1. Coloro che volevano le quote del 40% per garantire un minimo di equilibrio nella rappresentanza dei generi non hanno rispettato tali quote una volta che si erano garantite la presenza negli organismi dirigenti.
I Giovani Comunisti sono stati elogiati per il loro “puntiglio democratico”, puntiglio che evita ai nostri giovani la noia di potersi esprimere in una Conferenza nazionale da prima della scissione operata da Cossutta !
Mi sono chiesto più volte nel corso del Congresso quale attrattiva potrebbe avere verso l’ esterno, verso le giovani generazioni, un partito come quello che emergeva dalle proposte ed ancor più dalle pratiche di quei compagni che per tutto il d ibattito si sono nascosti dietro l’ immagine del segretario e del gruppo dirigente ( alla faccia dello stalinismo!).
Se il Partito fosse così, per me, non avrebbe molte attrattive.
Ma Rifondazione non è così : questo Congresso non ha mostrato solo ombre, ha mostrato anche tante luci.
Una parte consistente del Partito ha preferito comunque discutere coi compagni (di analisi, proposte e prospettive) nel rispetto delle differenti opinioni; operando una scelta che è di maturità : tra le persone e la prospettiva politica ha scelto quest’ ultima (come è bene che facciano i comunisti, Cossutta docet).
La stessa maturità l’ho vista al Congresso del mio Circolo, e spero che in molti possano dire la stessa cosa. Sono convinto che le esperienze personali valgono fino ad un certo punto, ma da quel che ho visto il corpo militante del Partito ha dimostrato equilibrio, attenzione all’ unità, rispetto nel confronto, generosità nell’ affrontare nel modo più alto possibile un dibattito politico impegnativo sempre con la prospettiva delle ricadute sul lavoro di militanza ( prospettiva che spesso è mancata ad alcuni nostri celebrati dirigenti !).
Lo stesso ottimo risultato di consensi delle tesi alternative dimostra che i compagni vogliono discutere e confrontarsi sempre con l’ obiettivo di far crescere Rifondazione, di contribuire al suo radicamento sul territorio e nei luoghi di lavoro, di intervenire concretamente sui bisogni dei cittadini per costruire un partito di massa. Perché i comunisti lavorano sempre sulla realtà e non su “ a priori” metafisici.
Si può anche votare che non esiste più l’ imperialismo, ma la realtà (Palestina, Venezuela) è lì a dimostrarci il contrario. Si può anche votare contro la centralità del conflitto capitale-lavoro ma sono le lotte per difendere ed estendere l’ articolo 18 che ci riportano coi piedi per terra. Possiamo anche dare un giudizio sulla nostra storia che è sbrigativo e tranciante, ma sono i tanti giovani che orgogliosamente hanno sostenuto la tesi alternativa sottoscritta dal compagno Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, che ci ricordano che un partito comunista può crescere solo se ha un legame forte con la sua storia e avendo una visione critica, ma equilibrata del proprio passato.
Credo che saranno i fatti a dimostrare la necessità, per il processo di rifondazione e per lo stesso movimento, di un partito fortemente strutturato sul territorio.
Ritengo che tutti i compagni che hanno accettato la sfida di un congresso a tesi, esprimendo limpidamente le loro posizioni, abbiano conquistato un metodo importante e siano oggi chiamati a rafforzare col loro generoso lavoro di militanti l’ unità del partito e la sua prospettiva comunista.
Perché questo congresso ha dimostrato innanzitutto che Rifondazione è e deve essere il partito dei Circoli, il partito degli iscritti e non di lobbies, di leaders o di club.

Note

1 Come a Milano, dove al Congresso di Federazione si è arrivati a votare i delegati della maggioranza a liste contrapposte, e i compagni che avevano sostenuto il documento “senza se e senza ma” hanno voluto abbassare il segretario nazionale a capolista, evitando che fosse delegato unitariamente dalla maggioranza.
Il risultato, su cui si sono lanciati i giornali borghesi, è stato di delegare Bertinotti con meno della metà dei voti anziché con l’87%: non è stato certo un messaggio d’unità.