Quale futuro per i comunisti in Italia?

1. Sono passati due mesi dall’ultimo editoriale, ma sembra un secolo. Siamo in una di quelle fasi in cui i giorni contano mesi, e i mesi anni. Il progetto di unità dei comunisti, su cui anche l’Ernesto lavora da tempo, prende ogni giorno più corpo (contestualmente alla scissione di Bertinotti e Vendola), rendendo giustizia alla bontà di una intuizione esplicitata da tempo. Abbiamo tenuto duro su questa linea, tanto più alla luce dei due congressi nazionali PRC e PdCI, del processo chiarificatore in atto in Rifondazione, della grande manifestazione dell’11 ottobre scorso (e di quella non meno significativa del 17) e di un sentimento unitario che si va diffondendo tra i militanti PRC, PdCI e fuori di essi.

Non sarà facile. La strada è irta di difficoltà e sconta l’avversità della borghesia, della sinistra non comunista e di settori interni allo stesso PRC. Occorrerà perseguire tale processo dall’alto e dal basso, senza retoriche contrapposizioni tra i due piani, con una accumulazione di forze e di militanza comuni, cementate nel conflitto sociale. Occorrerà scrutare al di là dei due partiti, nell’intento di evitare pure sommatorie di gruppi dirigenti; e promuovere un processo di ricerca, per dotare i comunisti di una spina dorsale politica e teorica all’altezza dei tempi, anche attraverso un’ azione convergente di associazioni culturali, riviste, case editrici.
Vanno recuperate, aggiornandole, categorie di analisi ed esperienze che il movimento operaio e comunista hanno maturato nella loro storia e che sono state troppo frettolosamente (e non innocentemente) rimosse nel processo di superamento dell’identità comunista del PRC.
E’ imprescindibile, per l’avanzamento dei processi unitari, che si costruisca una lista comunista unitaria per le prossime elezioni europee (aperta a soggettività e personalità indipendenti della sinistra anticapitalista e compatibile con le esigenze proprie e la dignità di ogni soggetto). E ciò al di là della legge elettorale, che costringe anche i più riluttanti ad uno scatto. La dinamica unitaria ha un valore politico, non è solo sopravvivenza istituzionale. Si tratterebbe di un importante viatico per il processo unitario, certo non risolutivo.

2. Qual è il significato non contingente di questa ennesima scissione “di destra” nel PRC? Che cosa si propongono i suoi fautori? I “vendoliani” ritengono che in Occidente, in Europa, in Italia, sia venuta esaurendosi la funzione dei partiti comunisti e che la trasformazione possibile passi oggi per la scomposizione/ ricomposizione di una sinistra che aggiorni l’ispirazione socialista e socialdemocratica. Il riferimento più concreto di questa linea, nella “sinistra europea” (vecchia e ambigua nozione che nel PCI fu coniata dai miglioristi per mimetizzare e spingere il processo di socialdemocratizzazione del partito), è l’esperienza tedesca della Linke. Condividiamo molti dei giudizi che sull’operazione Bertinotti – Vendola sono venuti dalle diverse anime di Rifondazione che compongono l’attuale maggioranza del PRC, di cui siamo parte. La scissione si colloca su un terreno di subalternità al moderatismo del Pd, comporta l’abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo….e “si colloca dentro il filone occhettiano”: in senso lato, per ciò che esso ha significato in termini di definitiva e formale liquidazione di un partito comunista che da tempo non era più sostanzialmente tale. Una parte dei vendoliani sostiene che se si spaccasse il PD e D’Alema fosse libero di diventare il nuovo riferimento del partito della sinistra, essa sceglierebbe questa nuova casa come la propria. Una possibile spaccatura del PD, con la conseguente nascita di un partito socialdemocratico sarebbe, anche secondo noi, una “eventualità positiva”, perché favorirebbe la formazione di un centro moderato non berlusconiano né leghista o post-fascista, la formazione di un partito socialdemocratico, possibile sponda politica della maggioranza della CGIL, ma soprattutto contribuirebbe a spezzare la dinamica bipolare e a restaurare una dialettica politica e istituzionale più veritiera e proporzionalista.

DOVE NASCE LA MUTAZIONE?
Certo: è lecito chiedersi (e lo diciamo con rispettosa e antica divergenza, e non solo per Bertinotti e compagni, ma anche per Armando Cossutta e tanti altri ex rifondatori): “ma perché mai hanno militato tutti questi anni nel Prc e non nel Pds”, dove forse potevano dare una mano a fortificare la componente di sinistra della socialdemocrazia”? Da dove nasce, nel “comunismo italiano”, questa ricorrente propensione alla mutazione socialdemocratica, così poco gramsciana, per non dire leninista? Avremo tempo e luogo per riparlarne, e ne riparleremo.

3. Si è parlato di una scissione a tappe. Quale che sia la diversa consapevolezza degli attori in campo, che scelgono oggi posizionamenti diversi, dentro e fuori il PRC, le diverse anime della mozione Vendola hanno probabilmente un comune orizzonte strategico: la dissoluzione dei partiti comunisti nel quadro italiano ed europeo, l’esigenza di una ricollocazione delle forze organizzate di Rifondazione in una formazione più larga di sinistra non comunista e il “superamento” del PRC – magari più graduale – in quella direzione. Lo dicono loro. Se di ciò si trattasse, questo progetto andrebbe contrastato non con processi alle intenzioni, ma attraverso un confronto politico stringente nel partito. Si tratta peraltro di non favorirlo con una politica di concessioni unilaterali di posti e di potere, né pensando di utilizzare queste aree come strumenti di un riequilibro interno, prefigurando una “nuova maggioranza” a danno di questa o quella componente della maggioranza uscita da Chianciano. Anche perché, a parte ogni altra considerazione, chi fosse tentato di agire così rischia di segare il ramo su cui è seduto. Non c’è un futuro comunista per Rifondazione, non solo se ci si rinchiude in un quadro di settaria autosufficienza (che è cosa diversa dalla difesa delle proprie idee), ma anche al di fuori di un consolidamento della maggioranza plurale formatasi a Chianciano che – anche alla luce degli eventi successivi – si è rivelata non già “delirante”, ma indispensabile e vitale per la difesa del PRC dall’offensiva scissionista.

4. Evitiamo semplificazioni in materia di “unità dei comunisti”, evitiamo di confondere i piani, come quando non si coglie la differenza tra un accordo elettorale – tanto più in presenza di sbarramenti elettorali – e un processo di riunificazione, di portata strategica. Sul piano elettorale, noi ci impegneremo – dentro il PRC, che è il nostro partito, e nella società – perché si vada alle elezioni europee con un’unica lista comunista, coi simboli comunisti, che sono poi anche quelli di Rifondazione, come appunto recita il mandato congressuale. E pensiamo che vadano studiati tutti i dettagli grafici affinché nessuno – PRC incluso – si senta umiliato nella propria dignità ed autonomia e “annesso” (non è difficile se si vuole: se non si vuole, si trovano mille pretesti per far saltare il banco…). Non ci convince la tesi forzata di chi intima: “non si può ragionare di partiti , liste e alleanze elettorali come se si stesse giocando al Lego…non si fanno liste che alludono ad unificazioni di partiti, questo è stato deciso da un congresso ed è una scelta strategica… non si fanno liste improvvisate sulla base dello sbarramento”. Al contrario, tanto più dopo l’ennesima scissione, bisogna dare subito un segnale positivo verso il superamento della frammentazione comunista, anche sul piano elettorale: oltre che, e soprattutto, su quello scontato e per molti verso già praticato dell’unità d’azione nelle lotte. Non si tratta di fare adesso – in quattro e quattrotto – un “partito della riunificazione comunista” solo perché ci sono le elezioni e lo sbarramento. Nè si tratta di proporre assemblaggi o cartelli elettorali indistinti tra forze eterogenee e spesso contraddittorie tra loro nel profilo politico, programmatico e ideale: “un Arcobaleno basta e avanza”. Tanto più che, ove questo ipotetico “serraglio” di formazioni dovesse superare il 4%, i suoi parlamentari a Strasburgo si dividerebbero subito in tre gruppi diversi: verdi, socialisti e comunisti. Mentre la sfida è quella di far convergere le forze che condividono con noi la collocazione nel gruppo comunista e anticapitalista al Parlamento europeo. Un partito comunista non si costruisce per via elettorale, ma nel conflitto sociale e nella ricerca politica e teorica comune. Tuttavia, è evidente che una risposta unitaria allo sbarramento elettorale potrebbe rivelarsi come un passaggio importante per livelli più avanzati di unità: la costruzione di un programma alternativo all’UE atlantica e neo-imperialista, ed una comune campagna elettorale, possono avvicinare gruppi dirigenti e militanti. L’idea che i due partiti comunisti – assieme ad altri soggetti comunisti e anticapitalisti – vadano uniti alle elezioni, può lanciare una speranza nuova nella grande diaspora comunista italiana e cominciare ad invertirne almeno in parte la tendenza. Se c’è una cosa che ha dimostrato il test delle elezioni in Abruzzo, è che sembra esservi una ripresa di consensi del PRC e del PdCI, che complessivamente sfiorano il 5%. E che rispetto alle elezioni regionali 2005 vi sarebbe un certo riequilibrio tra PRC e PdCI.

NON UNA IN DISTINTA UNITÀ
5. Sul piano strategico, la questione dell’unità dei comunisti ha ben altra portata. Stiamo parlando non di una indistinta “unità” su basi nominalistiche ( evitiamo le caricature), ma che – sulla base di alcuni fondamentali contenuti politici, programmatici e ideali, che vanno apertamente discussi – promuova un processo di riunificazione di una diaspora comunista che faccia perno su un processo di avvicinamento e unificazione di PRC e PdCI nel loro insieme, ma che non si esaurisca in esso. E ciò nell’ambito non di un mero continuismo, ma di una comune riflessione critica ed autocritica sulle ragioni che hanno portato anche questi due partiti a vivere una crisi profonda. Si dice: esistono diversità significative tra i due partiti e (se è per quello) anche all’interno di ognuno di essi, oltre che fuori. In Rifondazione sono più evidenti e marcati anche perché essa è da tempo strutturata in correnti (e non è detto che sia il massimo…), ma sono presenti anche altrove; ed è curioso che di ciò facciano scandalo proprio alcuni teorici del “pluralismo” comunista. Noi conosciamo meglio la dialettica nel PRC e non vediamo contraddizioni insuperabili (se non si smarrisce la dialettica) tra chi pone l’accento sulle novità della nuova maggioranza, anche rispetto al processo unitario dei comunisti, e chi evidenzia le diversità politiche e ideologiche che permangono all’interno di questa maggioranza. Tra chi, giustamente, pone l’accento sulla gradualità del processo di avanzamento dell’unità tra PRC e PdCI e chi, altrettanto correttamente, pone l’accento sulla necessità che esso non sia troppo subordinato (né ridotto) alle esigenze tattiche dei gruppi dirigenti dei due partiti e guardi con maggiore interesse e apertura a quello che di “comunista” o potenzialmente tale si muove anche fuori dai partiti, nella società, nei movimenti.

6. Non abbiamo una visione idilliaca della nostra storia, neanche di quella di Rifondazione (e come potremmo?). Assumiamo da tempo la “necessità di imparare dai nostri errori guardando alla storia del comunismo, proprio per non ripeterli” e per comprendere le ragioni dei fattori negativi che in quella storia si sono manifestati: “dove si è preso il potere, ma non solo”. La cultura della “indicibilità” del comunismo e una lunga fase di egemonia bertinottiana sul PRC lasciano un partito fragile e dalla identità incerta. Crediamo che ciò sia essenzialmente il prodotto, nella situazione italiana e in Occidente, di una resa alle difficoltà indiscutibili della ricostruzione in questa parte del mondo di organizzazioni anticapitalistiche e rivoluzionarie; il prodotto di una cultura adattativa che, oltre un certo limite, non ce la fa ad andare controcorrente. E non c’è dubbio che non è facile oggi spiegare: “perché comunisti”, se non si è in grado di proporre una visione mondiale e storico-politica di cosa significa nella nostra epoca la lotta per il socialismo e il comunismo, sapendo che non si conquisteranno subito le grandi masse. Non basta il richiamo alla Rifondazione delle origini: esso non spiega come mai è andata a finire così. Certo: nel 1991 sembrò a molti che l’esigenza della rifondazione di un partito comunista di nome e di fatto; di quadri e di massa; coerentemente antimperialista e internazionalista; collegato – in piena autonomia – alla dimensione internazionale del movimento comunista; né massimalista né propenso a derive istituzionaliste; radicato nei luoghi di lavoro; dotato di un corredo politico e teorico al- l’altezza dei tempi, potesse trovare almeno un avvio di risoluzione nei primi anni di Rifondazione, nel suo spirito originario. Non è stato così, e prima o poi bisognerà cercare di capire il perché.

7. Nell’immediato poniamo il problema che non vengano rimossi i nodi qualificanti del documento di Chianciano: il riferimento all’avvio di una “collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra”; l’esigenza di “intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari”; l’impegno di “lavorare ad un rafforzamento dell’unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo”. E ad operare in Italia per la “ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra”. Pensiamo che, sulla questione della Sinistra Europea, sarebbe sbagliato rimuovere le differenze interne al Partito, che sia utile tenere aperta una dialettica franca di punti di vista. Nulla è più sano, solidale e rafforzativo dell’unità di un confronto leale. Continua a stupirci il fatto che nei riferimenti al quadro internazionale seguiti ad essere bandita la nozione di imperialismo. Che non si facciano riferimenti all’incontro internazionale dei partititi comunisti e operai di San Paolo (ma solo al Forum Sociale Mondiale) e non si citi il GUE, il gruppo parlamentare europeo dove convivono sia i partiti comunisti e di sinistra che aderiscono alla Sinistra Europea, sia quelli che non ne fanno parte. Auspichiamo che non si attribuiscano patenti di “ottusità” e di “vetero- comunismo”: categorie assai poco rigorose, che sarebbe bene bandire dalla discussione. Non comprendiamo il perché di polemiche nei confronti della cosiddetta “costituente comunista”. Nessuno oggi, nel PRC (o nelle altre formazioni di ispirazione comunista) propone una “costituente comunista”, da intendersi come un repentino autoscioglimento delle diverse organizzazioni. Ciò non significa che non si possano fare passi avanti – a nostro avviso assolutamente necessari e possibili, qui ed ora – sul terreno dell’ unità d’azione, del confronto politico e teorico e di intese (anche tra comunisti diversamente collocati) volte a superare la frammentazione, anche sul piano elettorale. Questo ci sembra un terreno utile su cui tutti dovrebbero poter convergere con un minimo di ragionevolezza, se non si vuole rischiare di uscirne tutti travolti.

NESSUN DEPOSITARIO
Né si può lasciar intendere, in relazione alla prospettiva, che solo le compagne/i di Rifondazione (o alcuni di essi…) siano depositari di un processo politico e teorico complesso, inedito, aperto, di innovazione di una cultura e di una prassi politica comunista. Si tratterebbe, questo sì, di un fondamentalismo d’altri tempi. E non ci sembra, oltretutto, che l’esito attuale di quasi vent’anni della nostra “rifondazione” giustifichi alcuna prosopopea auto-referenziale. In Italia e nel mondo. Anzi, viste le difficoltà che stiamo attraversando, sarebbe necessaria una riflessione critica, non solo sulle sconfitte degli ultimi anni, ma sull’impostazione politica e strategica che le ha prodotte. 8. Vogliamo operare nel partito, ovunque possibile, con spirito unitario nella maggioranza uscita da Chianciano, senza rinunciare ad esporre le nostre opinioni sui punti controversi. Vogliamo favorire il processo di unità dei comunisti, coinvolgendo soggettività interne ed esterne ai partiti. E riprendere i rapporti con le migliaia di firmatari dell’appello “Comunisti Uniti”, attualizzandone e rilanciandone l’ispirazione. Solo un processo unitario che sappia coinvolgere almeno parte delle centinaia di migliaia di militanti comunisti che sono transitati per i due principali partiti e che ancora sono attivi nella società, può consentire di dare forza, passione e radicamento al processo di riaggregazione dei comunisti, come fu all’origine del PRC, cosa che una mera sommatoria dei due partiti non è oggi in grado di fare. Cerchiamo di operare, con l’insieme del partito, per la ricostruzione di un sindacalismo unitario di classe, fondato sulla convergenza nelle lotte e negli obiettivi innanzitutto dei settori più avanzati della CGIL e del sindacalismo di base. Siamo impegnati da sempre per la diffusione di una coscienza e di una attività internazionalista e antimperialista, in particolare su quei temi su cui più debole è l’informazione e l’orientamento, nel partito e nella sinistra. Vogliamo promuovere iniziative di approfondimento teorico e formative, coinvolgendo riviste e intellettuali di orientamento marxista e comunista, favorendo la collaborazione tra essi, superando separatezze e incomunicabilità. Non pensiamo che la lotta ideologica sia un disvalore. Cerchiamo di qualificare il lavoro della rivista, della newsletter, del sito web (che ha raddoppiato negli ultimi mesi le sue visite giornaliere, oggi circa 7.000) e i nostri collegamenti informatici, che già raggiungono oltre 20.000 militanti comunisti e di sinistra. Negli ultimi due mesi abbiamo promosso una trentina di iniziative pubbliche in altrettante città con un ottimo riscontro di presenze (non scontato), altrettante ne abbiamo in calendario nei prossimi due mesi. Pensiamo che si debba lavorare tutti con uno spirito nuovo e disponibile. Lasciamoci alle spalle steccati, settarismi e pregiudizi di varia natura, per non parlare dei personalismi (altra cosa è il libero confronto tra differenti filoni di pensiero, quando vi sono). Siamo disponibili ad una reale dinamica unitaria.