Qual è il fulcro per le lotte future?

Leggo sul manifesto del 17 luglio un lucido fondo1 di Pintor nel quale si sostiene: “(affinché lo scontro sociale trovi lo sbocco in una nuova politica organizzata) forse ci vorrebbe meno di quel che si crede. Non un progetto compiuto ma la riaffermazione del primato del lavoro come principio ispiratore di un nuovo corso. Non perché questo primato è fondamento della Repubblica e architrave della Costituzione, roba vecchia. Ma perché il lavoro, come dannazione o liberazione, è essenza della condizione umana e accomuna nelle sue mutevoli articolazioni i quattro quinti di ogni società. Non chiamiamoli lavoratori e neppure produttori o operatori, chiamiamoli pure architetti o come ci pare, ma senza questo riferimento nessuna sinistra ha ragione di essere”. Mi chiedo: per quale ragione appelli come questo, e come gli altri, numerosi, che l’hanno preceduto, e l’hanno seguito, nonostante la loro ovvia condivisibilità, hanno sin qui inciso così poco sull’effettivo instaurarsi di un “nuovo corso”? Si è trattato forse di un accidente, o c’è invece qualcosa di necessitato che tuttavia sfugge alla nostra percezione? Da anni la sinistra più radicale sostiene che “la questione è in fondo da dove si debba partire, a che cosa dare centralità”, e risponde invariabilmente “che si tratta di partire dal lavoro e di dare centralità al lavoro”2. Ci deve però essere una ragione se, individuato questo punto di partenza, si finisce col ripeterlo ossessivamente, evitando accuratamente di riconoscere che restiamo sempre al palo. E questa ragione deve riguardarci direttamente.
Proviamo dunque a chiederci spassionatamente: perché, nonostante l’apparente ragionevolezza di questa prospettiva, non si riesce ad affermare un primato del lavoro? E a che cosa fa oscuramente riferimento Pintor quando esorta a “non chiamare” i quattro quinti di ogni società come “lavoratori”? È realmente una questione di “nomi”, o dietro alla maggiore o minore rispondenza del nome alle cose si cela una sostanza sociale con la quale si debbono fare i conti? Ritengo che una risposta non elusiva debba tener presenti almeno due approcci possibili, che, pur essendo entrambi “di sinistra” mi sembrano però confliggere radicalmente. Da un lato, c’è chi sostiene: “se il lavoro manca, il nodo è da cercare nell’atteggiamento rinunciatario che, anche a sinistra, ritiene ormai impensabile proporre politiche per una crescita di qualità nuova”.3 Una tesi che è stata sostanzialmente recepita da Rifondazione comunista, quando nell’ultimo Congresso ha apertamente rifiutato, in tutte le sue componenti, di prendere in considerazione l’ipotesi che, nella fase storica che stiamo attraversando, sia emersa una difficoltà di riprodurre il rapporto di lavoro salariato.4 Dall’altro c’è il Marx che, negli ultimi anni di vita, critica il Programma del Partito Operaio Tedesco dove si legge che “il lavoro è la fonte di ogni ricchezza e civiltà”. Affermazione alla quale obietta che “un programma socialista non deve indulgere a simili locuzioni borghesi tacendo le condizioni che sole danno ad esse un significato. Solo in quanto l’uomo si ritiene, fin dal principio” (cioè prima di produrre), “proprietario della natura, fonte principale di tutti i mezzi e oggetto di lavoro e li tratta come cosa che gli appartiene, il suo lavoro diventa fonte di valori d’uso, dunque anche di ricchezze”. E per non rischiare di essere frainteso aggiunge: “I borghesi hanno ottime ragioni per attribuire al lavoro una soprannaturale forza creativa (corsivo di Marx), poiché proprio dalla natura condizionata del lavoro, risulta che l’uomo, possessore soltanto della propria forza-lavoro deve essere, in tutte le condizioni sociali e culturali, schiavo di altri uomini che si sono resi proprietari delle materiali condizioni del lavoro. Egli può dunque lavorare soltanto con il loro permesso, soltanto con il loro permesso vivere.”5
Chi si accosta ai testi di Marx come a dei libri sacri, cioè acriticamente, può forse credere che tra le due posizioni non ci siano profonde differenze, e che forse lo stesso Marx è stato, all’epoca, un po’ ingiusto nel prendersela con il Congresso di Gotha, ma sbaglierebbe. Per Marx il riferimento al tempo di lavoro come “misura della ricchezza” ha senso solo fintanto che “la ricchezza stessa poggia sulla miseria”, cioè fintanto che la società è dominata dalla penuria. E proprio perché impone questa misura, costringe la gran massa al lavoro e sferza il resto della società a fare i conti con la propria povertà, il modo di produzione capitalistico è un rapporto produttivo, tale cioè da garantire un progresso sociale. Ma e questo è il fulcro del marxismo, che altrimenti non si distinguerebbe dalle molte forme di socialismo utopistico contro le quali Marx ed Engels si sono battuti! – lo sviluppo della grande industria capitalistica distrugge questa base, appunto perché consente di produrre una ricchezza materiale crescente con sempre meno lavoro. Il pilastro della produzione della ricchezza sociale cessa così di essere il lavoro, e viene sostituito dall’azione produttiva dell’individuo consapevolmente sociale, che diviene tale perché impara a conoscere le forze economiche che condizionano il procedere sociale e le leggi della natura attraverso le quali ha luogo il suo ricambio organico con l’ambiente circostante.
Un’interpretazione della dinamica sociale dell’ultimo secolo che non includa in sé questo elemento economico è destinata, come tutto il socialismo utopistico, a scontrarsi con le stesse contraddizioni che ignora. La maggior parte di coloro che hanno letto o leggono Marx, lo hanno fatto e lo fanno in maniera decisamente singolare. Come ha egregiamente sottolineato la Heller, in Marx c’è una pretesa specifica, che i suoi avversari sono riusciti a rivolgergli contro, ma che, a mio avviso, costituisce invece la parte più ricca del suo insegnamento. Nel suo pensiero non solo il presente è parte integrate della storia, ma anche il futuro. Gli esseri umani possono cioè cominciare a considerarsi umani solo se sanno anticipare la probabile evoluzione del sistema sociale che via via riproducono, appunto perché la caratteristica propria dell’umanità è quella di fare la propria vita attraverso un continuo susseguirsi di profondi mutamenti. Ragionando attorno al lavoro salariato, la maggior parte dei critici odierni dei rapporti capitalistici ragiona però come se il quadro della produzione fosse ancora quello con il quale Marx faceva i conti un secolo e mezzo fa. La storia intervenuta si dissolve nel nulla e noi ci troviamo del tutto impotenti nei confronti delle contraddizioni che di volta in volta sopravvengono. Per ovvie ragioni di spazio non posso qui richiamare i numerosi passaggi analitici che sostengono il mio discorso, ma ritengo che si debba prendere atto che, dal tempo di Marx, sono intervenuti almeno tre passaggi storici fondamentali, che non possono essere elusi nella ricerca del fulcro su cui agire per rivoluzionare i rapporti di produzione. Li riassumo brevemente.
1. Il costituirsi del proletariato in classe sociale organizzata. Si tratta di un obiettivo al quale lo stesso Marx ha alacremente lavorato fintanto che era in vita, e che ha dato i suoi ricchi frutti: la nascita e lo sviluppo dei sindacati, dei partiti politici che si richiamano al lavoro ed alla sua emancipazione, l’imporsi in tutto il mondo capitalistico di una serie di regole sull’impiego della forza lavoro. Questa fase si conclude dopo la Prima guerra mondiale, con la conquista delle otto ore e con l’affermarsi del fordismo. Questa conclusione coincide però con l’aprirsi di una profonda fase di crisi dei rapporti capitalistici – la Grande crisi – che durerà per oltre un ventennio.
2. L’affermarsi di un potere dei lavoratori sulla base della loro organizzazione di classe. È il periodo del profondo mutamento nelle condizioni di vita delle grandi masse nei paesi economicamente avanzati. Proprio perché elaborato attraverso la lotta di classe, questo passaggio poggia sul riconoscimento di un sistema universale di diritti (scuola, salute, casa, lavoro, ecc.) che riesce a mediare lo sviluppo del sistema dei bisogni da due diversi punti di vista. L’azione pubblica garantisce direttamente la soddisfazione di quei bisogni che cominciano ad essere astrattamente percepiti come parte integrante di una vita decorosa. Ma allo stesso tempo, attraverso la spesa pubblica, sostiene indirettamente la soddisfazione su scala allargata di quei bisogni che il capitale mostra di essere in grado di soddisfare sulla sua base (automobilismo, elettrodomestici, telecomunicazioni, ecc.). Ora, proprio questo passaggio crea le condizioni per il terzo momento storico.
3. Dissoluzione dei presupposti della produzione capitalistica e comparsa – in forma ancora capovolta – dell’embrione dell’individuo consapevolmente sociale. Si tratta della realtà sociale che ha cominciato a prendere corpo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Com’è sempre accaduto nelle prime fasi di uno sviluppo che procede alla ricerca di una nuova base della produzione, questa realtà non si è presentata in forme armoniche. L’allargamento del sistema dei bisogni ed il godimento delle nuove libertà, lungi dallo sfociare in una nuova forma di vita, ha generato contrasti ed una confusione che la società ha dimostrato di non saper affrontare su un terreno superiore rispetto al passato. L’egemonia del capitale, drasticamente messa in discussione dalla situazione emersa, ha trovato uno spazio per cercare un recupero. L’operazione è, notoriamente, andata in porto con l’imporsi di governi conservatori in Inghilterra e negli USA, ed ha trovato il suo momento culminante nel crollo dei regimi ad economia centralizzata, cosicché il potere conquistato nella fase precedente è sembrato precipitare nel mondo delle illusioni.
Tutte queste vicende possono essere lette in modo meramente volontaristico. Alla forza dei lavoratori si sarebbe opposta la forza del capitale, per cui si tratterebbe puramente e semplicemente di fare in modo che la società torni a ragionare come in passato, restituendo primato – cioè più forza – al lavoro. Ma se si riconosce che la lotta di classe che ha avuto luogo durante gli ultimi due secoli ha già condotto il lavoro salariato alle soglie dell’emancipazione dal capitale occorre piuttosto ragionare attorno al perché, giunto a quella soglia, il lavoro salariato ha dimostrato di non riuscire a trasformare la società così radicalmente come il processo di sviluppo intervenuto richiedeva. Pago della conquista del pieno impiego, esso ha ritenuto di poter procedere sulla base delle forze acquisite, invece di porsi il problema della natura delle forze nuove che avrebbero consentito l’ulteriore sviluppo corrispondente alla soluzione dei problemi prodotti dal progresso sociale. Se queste forze, come a me sembra, vanno individuale proprio nel fatto che la vita sociale è venuta a dipendere sempre meno dalla quantità di lavoro erogata, e sempre più dalla qualità dell’attività produttiva, ogni tentativo di dare più forza al lavoro salariato senza che questo accetti la sfida connessa al suo incombente tramonto, è destinata a produrre frutti miserevoli. Bellofiore può ben ritenere che “se la tesi secondo cui stiamo assistendo alla fine della possibilità di espandere il lavoro salariato fosse vera, le cose sarebbero facili,… il capitale starebbe ai nostri giorni malissimo, quali che siano le apparenze, e ci si potrebbe proporre di superarlo senza interrogarsi sulle forze sociali e gli strumenti politici a ciò necessari”6. Ma è purtroppo vero il contrario. I lavoratori salariati non sono infatti depositari per natura di una capacità di produrre superiore al capitale. La debbono sviluppare. Se si sentono forti sono inevitabilmente destinati a fallire, perché non impareranno mai. Per questo il fulcro dello sviluppo futuro è, probabilmente, l’accettazione dell’impotenza del lavoro, e dei compiti nuovi che da questa impotenza derivano, almeno per quegli individui che vogliono diventare umani al di là del livello raggiunto grazie al lavoro.

Note

1 Luigi Pintor, “La novità”, il manifesto 17 luglio 2002.
2 Riccardo Bellofiore, “Ma quale fine del lavoro!”, Rifondazione n. 5, 1997, pag. 28.
3 Riccardo Bellofiore, “Dopo il fordismo cosa? Il capitalismo di fine secolo oltre i miti”. In AA.VV., Il lavoro di domani, BFS Edizioni, Pisa 1998, pag. 46.
4 In merito, Bellofiore ha ampiamente ragione a lamentarsi che questa locuzione sia stata surrettiziamente inserita, nei documenti della maggioranza, in totale contraddizione con la sostanza del resto delle tesi. Vedi il suo articolo “Interne contraddizioni”, la rivista del manifesto, marzo 2002.
5 Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, Samonà e Savelli, Milano 1972, pag. 32.
6 Riccardo Bellofiore, “Ma quale fine del lavoro”, cit. pag. 28.