Prossimo obiettivo: Iran

– Sabato 9 giugno, pochi giorni dopo la chiusura del G8, George Bush è arrivato a Roma, dove è stato accolto da una grande manifestazione di protesta. Possiamo tracciare un bilancio di questo viaggio in Europa del Presidente Usa, con al centro la questione dello scudo stellare?

La realtà non è, da questo punto di vista, molto complessa: Bush prova la grande ostilità che circonda la sua amministrazione e, grazie ad essa, anche gli stessi Usa. Con un bilancio, dopo otto anni, semplicemente catastrofico. Se per una grande potenza è forse naturale avere nemici, anche numerosi, gli Stati Uniti non sono mai stati circondati da tanta diffidenza quanto ora. Tanto che risulta difficile persino pensare di organizzare una passeggiata a Trastevere, un fatto che saluto con soddisfazione ma anche, inevitabilmente, con grande preoccupazione. Mi spiego: il fatto che la sola superpotenza rimasta, iperarmata e guidata da irresponsabili, sia circondata da tanta ostilità non può non provocare anche un senso di profonda inquietudine. Bush, oltre a non poter camminare per strada, non gode di molto prestigio, non è, in generale, un elemento di attrazione ma di repulsione. In tanti negli Usa cominciano a chiedersi quali possano essere le ragioni di tanta ostilità. Basterebbe forse guardare alla manifestazione di Roma come espressione plastica, come fotografia di parti consistenti dell’opinione pubblica europea.

– Nonostante questo, il progetto di scudo spaziale prosegue, così come le trattative bilaterali degli Usa con alcuni paesi europei, suscitando la dura reazione della Russia.

Parliamoci chiaramente, una volta tanto. Gli Usa hanno iniziato una trattativa con quelli che in più occasioni ho definito “paesi barboncino”, quei paesi dell’est europeo che abbaiano, tanto per intenderci, a comando. Siamo di fronte, di fatto, all’imposizione di un sistema missilistico sul suolo europeo contro missili strategici inesistenti oggi come per decenni a venire, vale a dire contro fantomatici missili provenienti dall’Iran. Lo scudo costituisce un atto provocatorio nella forma come nella sostanza, frutto di una trattativa a tratti persino sbalorditiva, che ha completamente tagliato fuori tanto l’unione Europea quanto la Nato, nonostante quest’ultima fosse stata in più occasioni presentata come un soggetto di importanza strategica per la difesa del trattato nord-atlantico. Da una parte, i missili Usa hanno come primo obiettivo quello di dividere l’Europa, sono puntati direttamente su Bruxelles, a dimostrare quanto l’Ue sia divisa e quanto sia necessario per tutti seguire le direttive di Washington. Se l’Europa dovesse mai parlare a una sola voce, e tale voce fosse quella di Praga, Varsavia o Tallinn, io rifiuterei di considerarmi europeo. In secondo luogo, lo scudo serve a scagliare l’Europa contro la Russia, e il presidente Putin, qualunque sia la valutazione sul grado di democrazia a Mosca, ha deciso di rispondere per le rime. La Russia di oggi non è più la Russia di Eltsin, alla mercé dell’Occidente, e minaccia come risposta – per il momento più simbolica che effettiva – di riorientare i propri missili verso l’Europa. Di fronte ad una potenziale aggressione, molti di noi farebbero esattamente la stessa cosa. La proposta di spostare lo scudo in Azerbaigian può essere considerata un messaggio, anche ironico e divertente, agli europei: perché non dispiegare lo scudo altrove, fuori dal vostro territorio, così da levarvelo di torno? Contemporaneamente, però, diversi diplomatici polacchi hanno dichiarato che la proposta al governo di Varsavia di non trattare con l’Ue ma in maniera bilaterale con gli Usa è arrivata direttamente da Washington…

– Persino dal governo italiano, e precisamente dal ministro degli esteri D’Alema, sono giunte critiche, pur se tardive, sul metodo…

Le recenti dichiarazioni di D’Alema sono per metà buone e per metà, però, pericolosissime. Da una parte, il ministro degli esteri italiano dichiara pubblicamente di non esse contro lo scudo, dimenticando – o fingendo di non sapere – che l’intera storia dei negoziati sul disarmo aveva come presupposto proprio l’assenza di qualsivoglia scudo anti-missile e non considerando affatto tanto la delicatezza degli equilibri strategici intercontinentali, quanto gli squilibri – con conseguenti reazioni – provocati da questo progetto degli Usa. In questo contesto negativo e pericoloso, D’Alema pone in evidenza una grave violazione nelle relazioni tra paesi o blocchi alleati, una sorta di ingerenza in casa altrui, ma senza grandi conseguenze sul piano pratico e senza la necessaria incisività.

– Poco fa facevi riferimento all’Iran come paese potenzialmente ostile all’Europa o, più verosimilmente, come paese nel mirino delle strategie di guerra Usa…

Si prepara la guerra o, più precisamente, si comincia a preparare l’opinione pubblica alla guerra, con modalità non molto dissimili rispetto a quelle usate in occasione dell’aggressione all’Iraq nella primavera 2003. Da una parte le minacce dirette, dall’altra presunte iniziative di pace per “salvare” le coscienze delle diplomazie europee. Della serie: abbiamo provato, ma inutilmente, con il dialogo e, di conseguenza, non restano che le maniere forti… Anche nel 2003 si vociferava di iniziative di pace segrete con Iraq e Iran, lo stesso giorno nel quale alcune portaerei Usa facevano il loro ingresso trionfale nel Golfo Persico. Presunte iniziative di pace costruite in questa maniera – con una logica capestro e un approccio del tutto unilaterale – sono semplicemente dei trampolini verso la guerra. Sarebbe sbagliato abbassare la guardia: la verità è che gli Usa si stanno preparando ad attaccare Teheran.

– Possiamo annoverare tra queste iniziative anche la recente proposta di Olmert alla Siria…

Dopo l’attentato contro Hariri in Libano, funzionale a costringere al ritiro la Siria e destabilizzare il paese, sui grandi mezzi di comunicazione occidentali è stato un vero e proprio festival contro Damasco. Ad uccidere Hariri possono essere stati in tanti, tranne Bashar Assad, che non aveva alcun interesse a forzare la situazione in Libano. Olmert ha perso la guerra dell’estate scorsa contro Beirut ed è in difficoltà evidente sul piano interno. All’origine di questa proposta – restituzione del Golan occupato alla Siria in cambio della pace – poi, non è difficile leggere un diversivo per tentare di isolare ulteriormente l’Iran e rompere l’asse Teheran-Damasco.

– Anche se gli Usa sembrano dover trattare con il regime degli ayatollah per tentare di salvare il salvabile in Iraq.

La crisi irachena ha proprie specificità, ha una sua specifica autonomia. E’ vero che l’Iran sostiene storicamente la comunità sciita – anch’essa però profondamente divisa di fronte all’occupazione e al governo del paese -, ma sono i sunniti ad essere tagliati fuori e alimentare la resistenza. I capi sciiti, poi, sovente agiscono sulla base di impulsi particolaristici, che non sempre hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita dell’intero paese e della comunità irachena considerata nel suo insieme. L’Iraq potrebbe trasformarsi in tre entità divise su base etnica e confessionale, potrebbe frantumarsi, nel qual caso le forze di occupazione faticherebbero a riprendere il controllo della situazione anche in caso di un più che improbabile accordo tra Usa e Iran.

– Da un altro versante, però, aumentano le contraddizioni anche per la strategia Usa: la Turchia, paese appartenente alla Nato, non sembra particolarmente entusiasta di fronte alla prospettiva di un Kurdistan più o meno autonomo.

L’ipotesi di un Kurdistan iracheno di fatto sovrano, che potrebbe divenire un formidabile elemento di attrazione per l’intera comunità curda residente in Turchia come in Iran, è assolutamente indigeribile per Ankara, con il rischio concreto di destabilizzare ulteriormente l’intera regione. Qualcuno, a questo punto, potrebbe legittimamente chiedersi: ma non lo è già abbastanza? La risposta a questa domanda è, per così dire, non convenzionale: gli Usa hanno un disperato bisogno di rilanciare la guerra, funzionale ai disegni delle lobbies dell’industria e delle armi. Di coloro, cioè, che comandano per davvero. La guerra sembra essere l’unica via di fronte agli Usa per evitare un tracollo generale, anche economico, di fronte ai 70.000 miliardi di debito con il resto del mondo: il debito delle famiglie, delle imprese e della bilancia corrente dei pagamenti. Le risposte sono il terrore e la svalutazione del dollaro, con Europa, Cina e Russia che stanno pagando di fatto il debito Usa attraverso i certificati emessi dal Tesoro. La guerra serve, insomma, ad occultare la grande debolezza economica degli Usa e a prevenire i contraccolpi sul mercato globale di fronte a una potenziale crisi dei consumi.

– Ritorniamo all’Iran, per concludere. Puoi raccontarci quali sono le tue impressioni dopo aver visitato il paese di recente?

Consentimi un paragone: la struttura politica iraniana somiglia a quella dell’ultimo socialismo reale, con un partito unico – formato da diverse articolazioni al proprio interno – e un forte servizio segreto con relativi apparati di sicurezza. La società iraniana è invece assai più diversificata al proprio interno, anche se fatica non poco ad esprimersi. E’ evidente che qualunque ipotesi di attacco militare, qualsiasi pressione, finirebbero inevitabilmente per rafforzare il regime, per far emergere le pulsioni più autoritarie e teocratiche. Se Washington lavorasse davvero alla democratizzazione del paese – e questo non è -, dovrebbe tenere un comportamento esattamente opposto a quello attuale, vale a dire attenuare il contrasto, riconoscere il diritto iraniano al nucleare per uso civile, rilanciare il negoziato e la diplomazia. Come sottolineato più volte da El Baradei, presidente dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), si può uscire positivamente dall’attuale crisi sul nucleare solamente attraverso un negoziato serio. Gli Usa, invece, lavorano per destabilizzare l’Iran come la Palestina; lavorano, insomma, per la guerra.