Prosegue la mobilitazione sulla Palestina

Dopo il grande successo della manifestazione nazionale per la Palestina del 9 marzo, la prima e la più grande in Europa, stiamo assistendo ad una profonda controffensiva politica e culturale delle forze filo-israeliane nel nostro paese.
Il problema che è emerso clamorosamente nelle ultime settimane, è uno straordinario arretramento politico delle forze della sinistra esterne o interne ai social forum sulla questione della Palestina e sull’escalation della guerra infinita.
Da un lato sono evidenti i risultati del fortissimo e prevedibile pressing dei gruppi di pressione e opinione filo-israeliani. Queste pressioni sono state un mix di aggressività squadristica (contro le manifestazioni o sotto la sede del PRC o con l’aggressione a Luisa Morgantini all’uscita da Sciuscià passata praticamente sotto silenzio) e di campagne stampa mirate. La manipolazione della manifestazione di Roma del 6 aprile – quella che sarebbe stata aperta da uno vestito da kamikaze – e il rilancio della trappola sul rischio antisemitismo (tra l’altro in assenza totale di episodi concreti in questo senso che in qualche modo giustificassero l’allarme strombazzato), hanno prima messo sulla difensiva i partiti della sinistra, e poi sono entrati come una lama nel burro offrendo l’occasione per sfilarsi da ogni manifestazione che mettesse al centro i diritti del popolo palestinese, la sua resistenza all’occupazione e rifiutasse ogni assurda simmetria tra questi e la politica dello Stato di Israele. Se si costruiscono progetti e ambizioni politiche solo sull’immagine e sul riflesso che si ottiene nei mass media, è chiaro che prima o poi questo si ritorce indietro come un boomerang e costringe ad una ritirata politica o ad una crisi di progetto.
Dall’altro lato è venuta emergendo tutta l’inadeguatezza di una cultura politica che negando l’imperialismo come fase storica, non riesce più a visualizzare in modo coerente le contraddizioni internazionali, le forze in campo e le categorie di interpretazione.
Nel dibattito che ad esempio si è aperto in queste settimane con il “correntone” dei DS, sono state poste alcune domande precise. Dopo che è stata bombardata la Jugoslavia in nome dell’ingerenza umanitaria, come si fa a rimanere del tutto inerti di fronte all’emergenza umanitaria in Palestina? Perchè non ci si batte per l’apertura dei corridoi umanitari tesi a far arrivare alla popolazione palestinese medicinali, viveri, assistenza? Dov’è finito tutto quel mondo di associazioni umanitarie e ONG che si lanciò nell’emergenza umanitaria in Kossovo, affiancando e legittimando talvolta le stesse operazioni militari della NATO? Come si fa a pretendere che l’Iraq accetti le ispezioni dell’ONU quando a Israele viene consentito di rifiutarle o di scegliersi addirittura gli ispettori? Come si fa a celebrare le stragi naziste di Marzabotto o S. Angela di Stazzema, a indignarsi giustamente di fronte al sistema delle punizioni collettive e ai rastrellamenti di tutti “gli uomini sopra ai 16 anni” e poi negare che le forze armate israeliane a Jenin o nelle città palestinesi hanno adottato lo stesso modello? Come si fa sottrarsi alle richiesta di rottura delle relazioni diplomatiche ed economiche con Israele o all’adozione di sanzioni quando in questi dieci anni si è taciuto, sottovalutato o collaborato con gli embarghi contro l’Iraq e la Jugoslavia?
E’ evidente che c’è uno spazio enorme per una battaglia politica e culturale nella sinistra.

La manifestazione del 9 marzo: una esperienza importante

L’aver saputo coniugare obiettivi coerenti e capacità di iniziativa politica, ha trovato conferma nella manifestazione nazionale di solidarietà con la Palestina del 9 marzo, una manifestazione alla quale hanno partecipato centomila persone che hanno condiviso una chiave di lettura e contenuti che rifiutano apertamente ogni equidistanza tra l’occupazione israeliana e i diritti del popolo palestinese.
I compagni del Forum Palestina, hanno lavorato affinchè intorno alla lotta di liberazione palestinese si creasse uno schieramento ampio ma non generico, hanno coniugato la fermezza sui contenuti con la flessibilità di gestione necessaria a mettere in piedi una manifestazione di massa e unitaria.
Questa manifestazione ha assunto un’importanza politica assai superiore alle aspettative. Il Forum Palestina era partito con un appello ad ottobre nel quale veniva individuato come gli effetti degli attentati dell’11 settembre e della guerra infinita scatenata dagli Stati Uniti e da Israele, avrebbero avuto il loro punto rivelatore in Medio Oriente. Per mesi la preparazione di quella manifestazione aveva riscontrato solo reticenze, resistenze ed una generale sottovalutazione politica nelle forze della sinistra e dentro lo stesso movimento dei social forum (in modo particolare quello di Roma).

Anche quando è stato deciso di procedere ad una forzatura convocando una data precisa per la manifestazione nazionale per la Palestina, emergeva che, se sul piano politico questa sarebbe stata comunque un risultato significativo, non era immaginabile che avrebbe trovato una attenzione ed un consenso così ampi (ma, allo stesso tempo quella manifestazione ha messo in moto contromisure, boicottaggi e trappole notevoli a tutti i livelli).

Se la manifestazione del 9 marzo è riuscita mantenendo la data, i contenuti e la gestione democratica previsti nella sua convocazione, è stato perchè era politicamente forte e chiara. Oggi non é possibile nè accettabile parlare di pace in Medio Oriente senza mettere radicalmente in discussione il modello colonialista israeliano. E se si comprende questo, non si può negare il diritto alla resistenza con ogni mezzo nella lotta di liberazione nazionale ingaggiata dal popolo palestinese e dalle sue organizzazioni contro l’occupazione militare e coloniale israeliana.
La manifestazione del 9 marzo è stata – in tal senso – uno spartiacque. Ha dimostrato che si possono fare manifestazioni di massa internazionaliste anche senza capitolare politicamente per poter usufruire dell’apparato organizzativo dei grandi sindacati o delle grandi associazioni.
È stata una dimostrazione di grande autonomia politica e organizzativa e di unità che ha risistemato un bel po’ di ambiguità e convinzioni venute fuori da Genova in poi in quello che viene definito per comodità “movimento no global”.
Il Forum Palestina, ha più volte chiarito di non aver avuto né di voler avere alcun atteggiamento conflittuale o competitivo con altri compagni, con il PRC (o meglio una parte di esso, visto che una ampia parte del partito si é schierata con convinzione nella mobilitazione sulla Palestina) o con i social forum, anzi, ritiene di doversi confrontare con questi compagni partendo da posizioni chiare sulla lotta di liberazione della Palestina e ritenendo che esse siano pienamente legittime.
Questo tentativo di confronto si era già manifestato in passato, ad esempio nella valutazione e nelle mobilitazioni sulla “guerra infinita” cominciata in Afghanistan, ma posizioni come quelle espresse dalla manifestazione del 9 marzo in poi, in questi mesi avevano incontrato molte difficoltà ad esprimersi perchè il modello genovese dilagava un po’ troppo acriticamente in ogni situazione.
Dopo il 9 marzo se ne potrebbe discutere con maggiore serenità perchè le possibilità, le opzioni, le divergenze e i punti di unità sono a questo punto più chiari.

Come continuare la mobilitazione per la Palestina

A fronte di questa situazione, stanno emergendo due dati importanti:

1) Nella società, sono molti i lavoratori, gli studenti, le persone che non si approcciano più ai problemi tramite l’appartenenza ad un partito o a un sindacato o altro. Abbiamo verificato in queste settimane che anche sulla situazione in Palestina c’è molta più maturità tra la gente che tra il ceto politico. Ragione per cui la mobilitazione sulla Palestina ha viaggiato dentro la società anche senza l’autorizzazione a procedere dei vecchi e nuovi apparati. A Roma, il presidio di piazzetta S. Marco ha raccolto 20.000 firme su una petizione di solidarietà con la Palestina ed ha retto per quasi un mese in completa autonomia politica e organizzativa dagli apparati. I presidi in piazza a Milano, Novara, Torino, Napoli, hanno visto la partecipazione, l’attenzione la sensibilità della gente comune e la latitanza delle forze politiche istituzionali.
2) Le reti di discussione, le reti di posta elettronica, i contatti diretti, le radio di movimento, riescono in molti casi ad aggirare i silenzi e i boicottaggi dei mezzi di informazione ufficiali. E’ uno spazio e uno strumento importante su cui lavorare.

Per queste ragioni dobbiamo lavorare con convinzione su due ambiti:
– Campagne pubbliche che oltre a dare battaglia politica e culturale nella sinistra si rapportino direttamente con i vari settori sociali (lavoratori, studenti etc.);
– Stabilizzare ed estendere la rete di relazioni e comitati locali venuta fuori intorno alla manifestazione del 9 marzo.
Sulla prima questione, la campagna di boicottaggio dell’economia israeliana può diventare un formidabile strumento di informazione a livello di massa. I presidi davanti ai centri commerciali invitando la gente a boicottare l’acquisto di prodotti in cui sia presente il capitale finanziario israeliano, possono veicolare enormemente la solidarietà con la resistenza palestinese.
Sulla seconda dobbiamo costruire i comitati locali per il boicottaggio che coinvolgano anche settori di lavoratori e associazioni che possono non condividere interamente il percorso e la piattaforma della manifestazione del 9 marzo. Una campagna di boicottaggio deve darsi un calendario condiviso che dia il senso di una campagna destinata a durare sicuramente mesi se non anni prima di poterne trarre un bilancio effettivo.

Di questa campagna nazionale di solidarietà con la lotta del popolo palestinese, se ne è discusso in una assemblea nazionale del Forum Palestina e dei comitati di solidarietà che si è tenuta a Firenze alla fine di aprile. Tra le decisioni emerse vi è la convocazione della “Settimana nazionale di boicottaggio dell’occupazione israeliana” per la prima settimana di giugno.
Le altre iniziative decise in questa assemblea nazionale articolata su tre gruppi di lavoro sono altrettanto importanti.

1. Campagna Nazionale di boicottaggio dell’occupazione israeliana

La campagna di boicottaggio dell’economia di guerra e dell’occupazione israeliana della Palestina va articolata in varie direzioni:
a) C’è un primo livello che è quello istituzionale europeo, nazionale e locale chiedendo il congelamento di tutti gli accordi bilaterali con istituzioni ed entità israeliane da parte dell’Unione Europea (Trattato di associazione con Israele), del governo italiano (l’accordo quadro siglato a giugno del 2000 tra Italia e Israele o le forntiure militari israeliane per le forze armate italiane e viceversa) e degli enti locali (sospendere tutti i progetti bilaterali, i gemellaggi etc. con istituzioni israeliane);
b) C’è un secondo livello, quello delle aziende italiane che investono sul mercato israeliano chiedendo il disinvestimento e, in caso contrario, il boicottaggio delle aziende italiane che continuano ad avere rapporti economici con Israele. Si tratta di grandi società come la Telecom o le Generali o di aziende come Bassetti, Bosca o di aziende del settore militare come l’Alenia. Un aspetto particolare riguarda i terminali portuali e aereoportuali che gestiscono il traffico merci da e verso Israele.
Un coinvolgimento dei lavoratori in questo livello di iniziativa è fondamentale.
c) C’è un terzo livello, quello più “popolare e diffuso” ossia i prodotti delle aziende israeliane presenti sul mercato italiano, boicottandone l’acquisto, le forniture, la distribuzione e la logistica. E’ il caso delle sementi transgeniche della COIS ’94 (di proprietà della israeliana Hazera Genetics), degli elettrodomestici OCEAN (di proprietà della israeliana Elco) e di tanti altri prodotti su cui è stata realizzata e verificata una lista da distribuire davanti ai centri commerciali.
Dai contatti con organismi che in altri paesi europei hanno già avviato la campagna di boicottaggio (in modo particolare la Danimarca e il Belgio) emerge la possibilità e necessità di coordinare questa campagna a livello europeo.

2. Progetti di solidarietà diretta con i campi profughi palestinesi

Il secondo dei gruppi di lavoro dell’assemblea nazionale di Firenze ha il compito di articolare campagne e progetti sulle emergenze segnalateci da tempo dai compagni palestinesi:
a) il sostegno diretto ai campi profughi e alle città palestinesi devastate dalla occupazione israeliana tramite l’adozione dei vari campi. Sono stati individuati tre campi uno a Gerusalemme, uno a Betlemme e uno nel Libano del Sud (quest’ultimo per non rinunciare in nessun caso a porre la questione del “Diritto al ritorno dei profughi palestinesi”. Occorre avviare subito il monitoraggio sul campo ed avviare la raccolta di soldi, medicinali, generi di prima necessità ma anche – come suggerisce da tempo un compagno – computers e tecnologie. C’è da verificare ed insistere sull’apertura di corridoi umanitari che consentano di far arrivare a destinazione i materiali che abbiamo già raccolto o potremo raccogliere con le varie campagne o progetti di solidarietà.

3. Campagne di solidarietà per la liberazione di Bargouti, di tutti i prigionieri politici palestinesi e dei refusnik israeliani

Il terzo gruppo di lavoro ha previsto l’attivazione di una rete di solidarietà con le organizzazioni palestinesi. Occorre fare una ampia campagna che porti i governi europei, ad esempio, a revocare l’adesione alla messa fuorilegge di alcune organizzazioni palestinesi come il FPLP sulla base delle liste nere messe in piedi dagli Stati Uniti e da Israele.
In secondo luogo occorre attivare campagne di informazione e solidarietà con i prigionieri politici palestinesi. Adesso c’è una campagna internazionale su Marwan Bargouti, ma ci sono anche 8.000 detenuti nel campo di concentramento di Ansar 3 nel deserto del Negev e ce ne sono altre migliaia in carcere da anni. Su questo occorre attivare le associazioni dei giuristi in Italia ed i contatti con le organizzazioni giuridiche e dei diritti umani palestinesi ed israeliane. Diversamente da questa campagna sui prigionieri, ma importante nel quadro delle mobilitazioni da prendere, c’è anche la solidarietà con i refusnik e gli obiettori israeliani che hanno rifiutato di andare a sparare nei territori palestinesi occupati.
Infine un gruppo di ricercatori ed economisti si è reso disponibile per poter attivare un gruppo di studio sulle relazioni economiche e strategiche tra Stati Uniti ed Israele.
Anche se l’offensiva delle lobby filo-israeliane e la vigliaccheria politica delle forze ufficiali della sinistra e del centro sinistra, cercheranno in tutti i modi di neutralizzare o seppellire la solidarietà internazionalista con la lotta del popolo palestinese, questa battaglia ha la legittimità e le condizioni per stabilizzarsi e crescere. A ognuno di fare quello che può nella propria realtà locale, sindacale, politica, associativa e di coordinarlo, socializzarlo, metterlo in rete. La manifestazione del 9 marzo è nata ed è riuscita proprio per questo.