Problemi e potenzialità della rifondazione comunista

Poco più di quindici anni dopo l’avvio di quella bella e ambiziosa sfida che si chiamò rifondazione comunista, i comunisti in Italia si trovano in una situazione di impasse, stretti tra pressanti esigenze unitarie e la necessità di difendere e rilanciare l’autonomia, l’identità e soprattutto il progetto, la prospettiva politica che sono loro propri, e che oggi più che mai attendono di essere rimessi al centro della loro iniziativa. Perché, dunque, dopo quindici anni dobbiamo riconoscere che la rifondazione comunista nel nostro paese si è arenata, rischiando oggi di rifluire verso una prospettiva che mostra troppi tratti di quell’occhettismo a cui giustamente ci si ribellò nel 1990? Certo si tratta di una questione non facile, e a cui non è possibile dare una risposta univoca. Credo invece che si debba considerare una serie di elementi, di carattere sociale, politico, organizzativo e culturale. Se vogliamo tentare di essere marxisti, dobbiamo partire da una riflessione sul contesto sociale, sulle basi materiali e di classe su cui quel processo di rifondazione poggiava, o meglio avrebbe dovuto poggiare. A partire dalla metà degli anni Settanta, sotto la spinta della crisi energetica ma anche della forza conquistata dalla classe operaia, il capitale aveva avviato una profonda ristrutturazione del sistema, dal punto di vista tecnologico e produttivo, ma anche di organizzazione del processo lavorativo. Tale complessa ristrutturazione, se da un lato consentì al capitalismo di superare la crisi sistemica che attraversava e di recuperare un vantaggio decisivo nel rush finale della competizione col campo socialista, dall’altro gli permise di ridurre il peso del lavoro vivo, e dunque la forza contrattuale dei lavoratori. I processi di delocalizzazione e decentramento della produzione in paesi terzi accentuarono tale processo, cui non a caso si affiancarono le politiche dei Reagan e delle Thatcher, che guidarono la controffensiva neo-liberista degli anni ’80. Il crollo dell’ URSS e del campo socialista, nel 1989-91, fece il resto, privando il movimento operaio e lo schieramento antimperialista mondiale del suo principale punto di sostegno, e lasciando così campo aperto alla vittoria capitalistica. Ne è seguita una fase di crisi politica e ideologica, di confusione e disorientamento, che ha ulteriormente indebolito i lavoratori e, sul piano politico, i comunisti. In pochi anni, dunque, nei paesi a capitalismo avanzato, è andato avanti un processo di destrutturazione della classe lavoratrice, che è partito dai luoghi stessi della produzione, ma si è poi esteso all’intera società e alle sue impalcature ideologiche. È avanzata la frammentazione del processo produttivo e della classe lavoratrice stessa, il che ha posto le basi per la sua marginalizzazione sociale e politica. Alcune costruzioni ideologiche – da quelle schiettamente anti-progressiste come la fine della storia di Fukuyama, a quelle “di sinistra” come la fine del lavoro di Rifkin, ma anche l’oltre il Novecento di Revelli – hanno dato il loro contributo a tale processo, disarmando la classe dei suoi strumenti interpretativi in nome del post- moderno. Nella realtà, però, le cose stavano un po’ diversamente. È vero infatti che nell’Unione Europea si è avuta una crescita del settore terziario a danno di quello industriale tradizionale, ma – come ha sottolineato Paolo Ciofi in un testo che non ha avuto l’attenzione che meritava – il terziario stesso “si presenta come un campo molto eterogeneo”, che comprende attività tradizionali come il commercio e la pubblica amministrazione, ma anche i settori dell’informatica e della comunicazione, e tutta quella rete di servizi che costituisce la moderna infrastruttura della stessa industria, ossia ciò che alcuni chiamano “la fabbrica terziarizzata”. In questo quadro, nei paesi europei a capitalismo avanzato, il lavoro salariato dipendente è aumentato, coprendo una percentuale della popolazione attiva che va dal 70 al 90% (con l’Italia tra gli ultimi, col 71.3%), così come è aumentato il “lavoro atipico” (quasi sempre anch’esso dipendente), mentre – a dispetto della retorica sul “popolo delle partite IVA” – è diminuita la quota di lavoro realmente autonomo. Tuttavia, sul piano della distribuzione del reddito – e dunque del rapporto di forza capitale/lavoro – “la quota dei salari ha raggiunto in Europa il minimo storico”, scendendo sotto il 70% alla fine degli anni ’90 1. Il lavoro salariato ha conservato dunque la sua centralità nel processo produttivo e nella società nel suo complesso, ma la sua frammentazione ha avuto conseguenze che dal piano economico-rivendicativo si sono estese al livello politico. Scrive ancora Ciofi: “Con la trasformazione della fabbrica fordista, […] si appanna l’immediatezza e la visibilità del contrasto tra capitale e lavoro. Si scompone l’agglomerato operaio classico contestualmente alla scomposizione della tradizionale gerarchia di comando sul lavoro, e il rapporto di sfruttamento sembra dileguarsi nell’immaterialità del processo lavorativo, oltre che nella inafferrabilità di una proprietà distante e senza volto. […] la fabbrica tradizionale viene decentrata, delocalizzata e infine ‘terziarizzata’ […] con la cessione a terzi di intere linee della produzione. […] In tale contesto, chi eroga in proprio la forza- lavoro […] perde la cognizione dello sfruttamento […]. Il rapporto di sfruttamento capitalistico si estende e si intensifica, si diversifica e si globalizza, ma […] i soggetti in esso coinvolti ne smarriscono il senso […]” 2. Tolto il riferimento al lavoro “immateriale”, l’analisi appare del tutto condivisibile. È evidente, dunque, che rispetto a tale debolezza – oggettiva e soggettiva – della classe, il progetto della rifondazione comunista si trovava di fronte una difficoltà strategica di non poco conto. Tuttavia, queste stesse trasformazioni creavano dialetticamente condizioni più favorevoli alla creazione di un blocco storico antagonista al capitale. Si ampliava, infatti, la rilevanza del lavoro salariato; al ruolo crescente della tecnologia più evoluta si affiancava quello di tecnici, informatici ecc.; modalità tipiche del lavoro di fabbrica si estendevano anche ai lavoratori dei servizi. Un altro intellettuale ex-dirigente del PCI, Adalberto Minucci, ha parlato di “taylorismo impiegatizio”, nel quadro di una “tendenza oggettiva all’unità del lavoro umano” tipica del capitalismo avanzato, assieme a un ruolo sempre più incisivo della scienza come forza produttiva, il che riduce le distanze tra tecnici e operai specializzati, e fra lavoratori dei servizi e operai dell’industria. È chiaro però che tale tendenza unificante – che costituisce il contraltare dei processi di frammentazione – necessita, per acquisire rilevanza politica, un ruolo attivo del movimento operaio organizzato, volto a “fare del proprio programma e della propria politica di alleanze il punto di riferimento […] delle tendenze oggettive all’unità”; e questo a sua volta implica un’elaborazione che renda espliciti “i nessi che l’innovazione tende a stabilire non solo tra operai, tecnici e impiegati, addetti al terziario […], ma fra i lavoratori e il mondo della ricerca, della scuola, della cultura in generale”. Siamo dinanzi – conclude Minucci – a “un’occasione del tutto inedita di incremento della produttività e di umanizzazione e liberazione del lavoro”, a patto che il protagonismo dei lavoratori passi dal processo produttivo all’organizzazione della società 3. Condizione essenziale perché ciò sia possibile è che il lavoro dipendente riacquisti un’identità unitaria e una consapevolezza di classe, che gli consentano di superare frammentazione e corporativismi, e di passare – per dirla con Marx – da “classe in sé” a “classe per sé”. Come ha osservato H.H. Holz, infatti, non solo “la contraddizione reale tra capitale e lavoro salariato […] ha assunto aspetti assai più impersonali e anonimi”, ma si sono anche moltiplicati i diversi spezzoni di classe: ecco allora che, “tanto meno unitarie sono le condizioni di vita della propria posizione di classe, tanto più rilievo acquista la generalizzazione teorica” 4. Riunificare uno schieramento di lavoratori salariati disperso eppure quanto mai ampio e rilevante, costruire attorno al proletariato vecchio e nuovo un blocco storico all’altezza dei tempi, avrebbero dovuto essere quindi alcuni dei principali obiettivi della rifondazione comunista. Quest’ultima, però, ha scontato una carenza di analisi che si è intrecciata all’assenza di proposte e iniziative che andassero appunto verso la ricomposizione del blocco sociale antagonista al capitale. In mancanza di elaborazioni concettuali, ma anche di piattaforme e prospettive unificanti, i limiti nella costruzione di legami di massa sono stati fortissimi; spoliticizzazione, delega sistematica e riflusso nel privato hanno aggravato il problema; l’aver eluso il nodo della questione sindacale è stato un ulteriore effetto di tale carenza, e ha finito con l’accentuarla. 2. Se, dunque, un primo ordine di problemi deriva dalla maggiore complessità e dalla minore nettezza del conflitto capitale/lavoro nei paesi più sviluppati, un secondo punto dolente sta nella riflessione teorica e nel lavoro culturale. La sconfitta storica subita dal movimento operaio e dai comunisti – e in particolare il crollo delle prime esperienze di costruzione di società socialiste – avrebbero richiesto, a chiunque intendesse promuovere un processo di rifondazione comuni – sta, di creare le condizioni per una riflessione collettiva su quanto accaduto, al fine di acquisire una pro – pria lettura degli eventi che consentisse ai comunisti di ragionare sulla propria esperienza storica, cercando di capirne limiti oggettivi ed errori soggettivi, e al tempo stesso di mettere in discussione la costruzione ideologica che intanto l’avversario – con una scientificità che i comunisti dovrebbero tornare ad apprendere – metteva in campo: l’operazione ideologica fine del comu – nismo, che ha visto muoversi insieme le forze conservatrici e reazionarie tradizionali accanto a quelle della sinistra “liberal” stile “Repubblica”, ha prodotto infatti danni ancora non stimati appieno, seminando sfiducia, confusione e disorientamento, oltre che nuovi rigurgiti di anticomunismo becero. Anche qui, si è scontata la mancanza di una risposta organizzata da parte di quell’i n – tellettuale collettivo che è nella concezione di Gramsci e Togliatti (ma in sostanza anche di Lenin) il Partito, assieme a quella rete di centri studi, riviste, studiosi militanti, associazioni culturali che deve fiancheggiarlo e che contribuì alla forza del PCI. In questo caso, tale carenza è più colpevole, poiché si trattò, da parte del gruppo dirigente del PRC, di una scelta deliberata, nella convinzione che discutere del “comunismo storico” avrebbe creato divisione tra i compagni; ovviamente i nodi non affrontati rimarranno non sciolti, e saranno poi tagliati con la sciabola dalle affermazioni apodittiche (le “verità politiche”, sic!) dei documentini congressuali e delle “svolte teoriche” di Bertinotti. Né fu avviata una riflessione sull’esperienza dello stesso PCI – il più rilevante e significativo partito comunista del mondo occidentale –, sul suo patrimonio teorico e pratico, la sua cultura politica, la sua strategia storica, coi successi, le contraddizioni e i limiti. Anche qui si diede un po’ tutto per scontato. La scissione che diede vita al PdCI, privando Rifondazione comunista di un segmento importante del vecchio PCI, lasciò ulteriore spazio ai nuovismi di ogni tipo. Sia l’esperienza del comunismo storico e del socialismo reale, sia quella dei comunisti italiani, furono dunque silenziosamente condannati all’oblio, quando non alla damnatio memoriae. L’assenza di una riflessione collettiva di tipo storico-politico costituì la premessa logica della mancata ridefinizione di un’identità e di un progetto comunista per il XXI secolo: alla carenza di analisi sul passato si è affiancata così quella di elaborazione su presente e futuro. Non solo sono mancate una strategia generale di respiro storico e un progetto di società alternativo – e ciò è del tutto comprensibile in una fase di crisi e riassestamento –, ma anche decisioni politiche e realtà organizzate per avviare tale ricerca; la sostanziale assenza di strutture di elaborazione e formazione credo costituiscano un caso raro, se non unico, per una forza che si chiami comunista. L’eclettismo e l’improvvisazione ideologica hanno favorito prese di posizione sostanzialmente opportunistiche, che sono andate dalla totale subalternità al movimento no- global, di cui si sono accettate passivamente parole d’ordine e forme di lotta, rinunciando ad apportarvi un contributo autonomo, a una linea “governista” cui si è sacrificato il tanto celebrato rapporto coi movimenti. 3. Gli effetti di tali carenze teoriche non hanno dunque tardato a farsi sentire sul piano politico. È qui che l’assenza di una prospettiva strategica, ma anche di piattaforme unificanti di quel variegato mondo del lavoro dipendente di cui si è parlato, ha avuto gli effetti più pesanti. La necessità di fronteggiare l’offensiva neo-liberista e reazionaria ha posto infatti i comunisti in una doppia difficoltà: da un lato, in una posizione difensiva, che li ha indotti a concentrare i loro sforzi soprattutto nel limitare i danni che il rullo compressore dell’avversario creava; dall’altro, nella condizione di dover stringere alleanze con forze politiche che rappresentavano gli interessi e le scelte di settori del grande capitale, al fine di respingere l’attacco alla Costituzione e la pericolosa deriva populista e reazionaria del Centro-Destra di Berlusconi, Fini e Bossi. Tuttavia, individuare alcune parole d’ordine unificanti sarebbe stato possibile. Prendiamo il caso della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario: quello che fu un mero slogan propagandistico, agitato per qualche mese e poi del tutto rimosso, poteva – e potrebbe – essere un obiettivo qualificante e aggregante. Se infatti si parte dalla consapevolezza che il formidabile sviluppo delle forze produttive ha ridotto il tempo di lavoro necessario alla produzione di merci, ne deriva la conclusione – ovvia per i comunisti – che di tale progresso tecnologico possono esservi due usi: quello capitalistico, che tende a ridurre il numero, il peso e il monte-salari della forza-lavoro, generando disoccupazione tecnologica, insicurezza e precarietà da un lato e profitti immensi dall’altro; ma anche un uso socialista, che consenta di ridurre il tempo di lavoro, distribuendo socialmente i benefici di tale sviluppo tecnico, con una dinamica che partendo dai lavoratori dell’industria potrebbe estendersi a tutto il lavoro dipendente. Ovviamente una riduzione di orario a parità di salario ridurrebbe i profitti, e dunque implicherebbe l’apertura di una battaglia con le forze del capitale; una battaglia da condursi sul piano internazionale, o quanto meno europeo, ma che potrebbe avere un valore unificante e aggregante, ponendo un obiettivo concreto nel quadro di un ragionamento generale sul modello di sviluppo. Un discorso simile può farsi sui temi della democrazia, della partecipazione, del controllo e della gestione sociale della cosa pubblica. Già Tangentopoli costituì un’occasione formidabile: se i comunisti, invece di battersi il petto e dilaniarsi sull’Unione Sovietica, avessero colto le potenzialità di quella “crisi di regime”, le cose sarebbero state diverse. Quegli scandali, infatti, mettevano in luce non solo il legame organico tra sistema politico e grande capitale, ma anche un difetto di fondo del keynesismo distorto che aveva caratterizzato lo sviluppo economico italiano nel dopoguerra. Secondo la logica keynesiana, infatti, si era puntato sulla spesa pubblica come volano essenziale per la riproduzione del meccanismo capitalistico: lo Stato metteva danaro in circolo attraverso programmi di opere pubbliche, oltre che di sostegno alle imprese, in modo che la disoccupazione diminuisse e i lavoratori acquistassero le merci. Ovviamente, se lo scopo non erano le opere pubbliche in quanto tali, la cui utilità in qualche caso era più che discutibile, ma il fatto che il meccanismo “girasse”, è evidente che il loro mancato completamento o il loro abbandono erano del tutto possibili; così come probabile – e anzi ovvio – era che parte di quel denaro pubblico si perdesse nella rete di appalti e subappalti che si metteva in campo, finendo nelle tasche dei mediatori politici (in questo caso il “sistema di potere democristiano” e poi pentapartitico). Tutto ciò era possibile per due motivi fondamentali: la reale destinazione d’uso di quel danaro pubblico (non opere socialmente utili, ma la riproduzione del meccanismo capitalistico), l’assenza di un controllo popolare e di una gestione democratica di quelle risorse. Per i comunisti, dunque, si dava l’occasione non solo di mettere in discussione quel tipo di meccanismo economico, sottolineando la necessità della prevalenza dell’utilità sociale rispetto al “valore di scambio” di quelle opere; ma anche di tornare a porre i temi e l’obiettivo del controllo democratico e della gestione sociale del danaro pubblico (e quindi di un elemento sensibile dello Stato), come in parte aveva fatto il PCI con la battaglia per la programmazione democratica negli anni ’60, rilanciando tale prospettiva, proponendo organismi e strutture ad hoc ecc. Nel clima di sdegno di quei mesi non sarebbe stato impossibile, e invece se ne fece un problema di “onestà”, e la situazione fu sfruttata da chi agiva per sostituire la classe dirigente del paese, avviando al contempo la privatizzazione di industria pubblica e Partecipazioni Statali. Il tema della democrazia, peraltro, non si limita certo a questo aspetto, ma costituisce – come recentemente ha rilevato Marco Rizzo – “una questione decisiva”, se intesa appunto in termini di partecipazione delle masse alla cosa pubblica, controllo e gestione popolare di servizi e risorse. La questione si lega a quella del tempo di lavoro prima citata, poiché è evidente che solo invertendo la tendenza all’ampliamento del tempo di lavoro e quella alla sua precarizzazione (che porta ad accettare anche due o tre lavori alla volta) si potranno tornare a liberare energie utilizzabili nella partecipazione politica e nella sfera pubblica. In questo senso è vero che “la questione del lavoro e quella della democrazia vanno oggi di pari passo”, e che su tali temi è possibile costruire una solida politica di alleanze e consolidare un blocco sociale antagonista5. La lotta per l’ampliamento della partecipazione democratica, per un ridimensionamento della delega e dunque della politica professionale, per la creazione di nuovi strumenti di gestione e controllo pubblico e per la democratizzazione di quelli esistenti, la promozione di forme di democrazia diretta e partecipata, risponderebbero anche oggi a quella ondata di cosiddetta “antipolitica” che altro non è se non disgusto e protesta verso i meccanismi tipici della democrazia borghese basata sulla delega senza controllo e sull’intreccio organico tra potere politico ed economico. Riproporre in termini aggiornati la critica marxiana della democrazia borghese, avanzando proposte alternative, potrebbe dunque ancora una volta rispondere a un’esigenza popolare, viva e presente in vasti strati della società. Discorsi simili si potrebbero fare su altri temi che avrebbero dovuto – e potrebbero oggi – vedere i comunisti in una condizione offensiva e propositiva, e rispetto a cui la carenza di iniziativa non ha favorito la ricomposizione di un blocco sociale antagonista e dunque la rifondazione: la battaglia per l’ampliamento e il rinnovamento dello stato sociale, per l’acquisizione di nuovi diritti e servizi, anziché la mera difesa dell’esistente; la centralità dei problemi globali e del problema dell’ambiente in particolare, inteso non al modo dei Verdi, ma come elemento centrale per la rimessa in discussione del modello di sviluppo capitalistico; la proprietà o almeno il controllo pubblico su risorse e beni essenziali, e così via. 4. Seri problemi e limiti hanno riguardato anche gli aspetti organizzativi della rifondazione. Anche qui, certo, ci si scontra con un contesto ben diverso rispetto ai decenni passati, in cui la partecipazione politica è molto calata, il riflusso nel privato è forte, l’esperienza dei partiti di massa è in crisi. Tuttavia, la scarsa partecipazione è legata anche alla sensazione diffusa di non contare, né nelle scelte politiche generali del Paese (e qui torna la centralità della questione democratica), né nelle scelte interne di partito. Puntare su una vera, effettiva democrazia interna – intesa appunto nel senso di una reale partecipazione e possibilità di incidere da parte dei compagni – sarebbe stato essenziale, anche attraverso modalità tipicamente leniniste: mandato imperativo dei rappresentanti negli organi dirigenti del partito (e, per quanto possibile, nelle istituzioni), rotazione e revocabilità degli incarichi, stipendi da lavoratori specializzati per funzionari ed eletti ecc. Nei primi tempi e in alcuni circoli si tentarono esperienze simili, ma presto furono spazzate via da un’impostazione burocratica e da “politica professionale”, con cui si tese a ricondurre all’ordine circoli e federazioni troppo “vivaci” e ad affermare nettamente la supremazia di funzionari e politici di professione (spesso privilegiati nella scelta dei dirigenti in quanto già stipendiati), mentre un significativo afflusso di ex quadri e dirigenti di PDS e CGIL (che una forza comunista avrebbe dovuto valorizzare nei giusti termini piuttosto che subire passivamente) i quali spesso si iscrivevano “direttamente alle segreterie” provinciali contribuì alla parziale espropriazione dei comunisti dell’organizzazione che avevano costruito. Dall’altra parte, l’idea – e la retorica – del “partito dei circoli” induceva molti compagni a un “patriottismo di circolo” e a una chiusura territoriale che non favorivano il senso di appartenenza a un organismo complessivo, tanto più dinanzi al rapporto burocratico che spesso era instaurato dai dirigenti federali; ne seguirono veri e propri antagonismi circoli/federazioni i quali certo non giovarono alla crescita e alla maturazione del partito. Intanto, mentre astratti e interminabili dibattiti sulla “forma partito” tenevano impegnati i compagni, non si valutava realmente l’importanza del concetto di partito di massa, che avrebbe dovuto significare puntare tutto sull’insediamento sociale, sulla presenza nei quartieri e nei luoghi di lavoro, sulla vicinanza alle realtà dei territori e alle istanze che ne provenivano; non limitarsi a un’attività di propaganda, ma tentare appunto un lavoro di massa che partisse dalle esigenze popolari. Né tanto meno si diede spazio alla formazione dei quadri, con tutto quello che implicava in termini di preparazione ideologica e pratica di massa. Né, come si è detto, fu sciolto o quanto meno affrontato in modo organico il nodo fondamentale della questione sindacale. Infine, sempre sul piano dell’organizzazione interna, con troppa disinvoltura si gettò a mare l’idea di centralismo democratico che aveva costituito da sempre la modalità di vita interna dei partiti comunisti: di tale sistema in Rifondazione fu enfatizzato e contestato l’aspetto centrali – s t i c o, per cui – si diceva – se esso fosse stato accolto tutti sarebbero stati tenuti a sostenere la linea approvata e ad applicare le decisioni prese collettivamente (come se questo non fosse un principio valido per ogni organizzazione), ma veniva trascurato l’aspetto democratico, per cui tutti in qualche modo avrebbero contribuito a elaborare quella linea, il segretario avrebbe fatto effettivamente sintesi, e il compagno che non aveva visto prevalere la sua posizione non sarebbe stato condannato a uno sterile ruolo di minoranza, ma avrebbe avuto buone possibilità di far valere le sue idee in un’occasione successiva o su una diversa questione. Si tratta di una modalità che a mio giudizio costituì uno dei punti di forza dei partiti comunisti, da quello bolscevico di Lenin al PCI. Senza voler idealizzare alcunché, va detto ad esempio che un segretario come Longo seppe tenere insieme le posizioni di Ingrao e quelle di Amendola, esercitando un ruolo di sintesi che a sua volta si legava a un’idea di direzione collegiale del partito, in cui l’unica cosa non consentita era l’organizzazione strutturata e separata di gruppi. A tale sistema nel PRC si è sostituita una modalità affatto diversa. Il segretario generale, in particolare nella fase in cui il partito fu guidato da Bertinotti, non si pose come elemento di sintesi, ma piuttosto – e Bertinotti lo affermò chiaramente – come portatore di una precisa e univoca cultura politica; giudicando le altre presenti nel partito poco più che dei residuati bellici, ferri vecchi di cui liberarsi, egli non cercò alcuna mediazione o sintesi superiore, non esitando ad andare allo scontro frontale e a porre in condizione di marginalità posizioni e culture politiche che pure di RC erano state fondanti. Ne seguì, come necessaria contromisura, la formalizzazione di un’organizzazione interna per “sensibilità”. RC si dotava così di una modalità organizzativa tipica dei partiti socialisti della II Internazionale, o se vogliamo simile a quella di tutti gli altri partiti attuali. Tale organizzazione interna, oltre a produrre una cristallizzazione e un impoverimento del dibattito e lo schieramento per appartenenze, emarginando le aree che non si riconoscono nella linea della segreteria (nazionale, provinciale o addirittura di circolo), da un lato apre le porte a fenomeni di conformismo e rischi di tipo opportunistico, dall’altro accentua la sensazione di scarsa incidenza dei compagni, e dunque favorisce disillusione e abbandoni. Tale insieme di modalità organizzative ha contributo a rendere RC un partito dall’altissimo turn-over di tesserati, con l’avvicinamento e la fuga di migliaia di iscritti. 5. Che fare, dunque? La risposta più semplice e immediata è quella di rovesciare la situazione descritta, cercare di superare i limiti citati e fare tutto quello che non è stato fatto – o non è stato fatto adeguatamente – finora. In primo luogo, dunque, credo vada messa al centro dell’iniziativa dei comunisti la ricostruzione di un legame sociale e di un insedia – mento di massa, che proceda di pari passo con l’elaborazione di piattaforme e parole d’ordine in grado di mobilitare e soprattutto di ricomporre il mondo del lavoro salariato, ricostruendo a partire da esso un blocco sociale antagonista al grande capitale. In questo quadro, affrontare la questione sindacale appare decisivo, così come decisiva è l’organizzazione dei lavoratori immigrati nei paesi capitalistici, da considerarsi non in termini meramente solidaristici, ma come l’organizzazione di uno spezzone strategico del proletariato mondiale e un potenziale prezioso alleato dei lavoratori occidentali. Contemporaneamente, va avviato uno sforzo sistematico e organizzato di elaborazione collettiva che consenta ai comunisti di dotarsi di strumenti adeguati sia per la lettura della vicenda storica (esperienze del movimento operaio, “socialismo reale”, ma anche dinamiche e crimini dell’imperialismo, e una lettura del Novecento che metta al centro lo scontro di classe mondiale, e tra imperialismo e suoi antagonisti, che lo ha caratterizzato); sia per l’analisi del mondo attuale (dalla moderna critica dell’economia politica allo studio della composizione di classe nei paesi capitalistici, dalle dinamiche della competizione imperialistica all’analisi del proletariato mondiale e dello schieramento antimperialistico, dei suoi strumenti, delle sue attuali esperienze). Anche sulla base di tale elaborazione, va ricostruito un programma poli – t i c o, che ponga al centro i temi prima citati e molti altri ancora: la ricostruzione di una rappresentanza dei lavoratori; un ampliamento della partecipazione democratica e la costruzione di nuovi strumenti di controllo e gestione popolare della cosa pubblica; la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro; la lotta per un uso della tecnologia in direzione della liberazione del lavoro; la necessità di una programmazione democratica dello sviluppo, al fine di produrre ciò che serve davvero e distribuire con intelligenza ed equità risorse che saranno sempre più scarse; in questo quadro, la battaglia per la proprietà pubblica di risorse e mezzi di produzione essenziali; la lotta per una politica estera basata sulla pace e una vera cooperazione internazionale, la quale prenda coscienza della gravità dei problemi ambientali e globali, e metta in discussione i dettami di FMI, WTO, ecc. Occorre, insomma, ricostruire una piattaforma comunista, non solo rilanciando gli obiettivi massimi, ma anche proponendo quelle che Samir Amin chiama ‘riforme radicali’, ossia riforme “che senza rompere integralmente con le logiche del sistema in tutte le loro dimensioni, ne trasformino tuttavia la portata e preparino così il loro superamento dall’interno del sistema” 6. In quarto luogo, penso vada avviata una nuova offensiva sul piano della comunicazione, intesa sia nel senso della formazione ideologica e politica, sia nel senso della controinformazione e della propaganda, di un’iniziativa a livello di massa che usando i nuovi strumenti comunicativi contribuisca a creare – per dirla con Gramsci – un “senso comune” alternativo e antagonista rispetto a quello dominante: è un tipo di lavoro che vari settori dello schieramento anticapitalista o semplicemente “critico” hanno avviato, ma cui occorre dare sistematicità e strumenti adeguati; si tratta, insomma, di riaprire la battaglia per l’egemonia a livello di massa. Quanto al livello organizzativo, quale che sia la struttura di cui si doteranno i comunisti o entro cui condurranno la loro battaglia, credo che anche qui sia necessario recuperare una serie di modalità tipiche della nostra tradizione, contrastando la delega sistematica e la professionalizzazione della politica, stimolando la partecipazione e la possibilità di incidere dei militanti, aggiornando quelle forme di democrazia diretta, mandato imperativo, rotazione e revocabilità degli incarichi, cui si accennava prima. Al tempo stesso, va contrastata la tendenza al partito di opinione, non solo rilanciando nei suoi giusti termini l’obiettivo di un partito di massa, ma anche richiedendo agli iscritti una forma di militanza, ovunque essa si esplichi, dal luogo di lavoro alla realtà territoriale di appartenenza alla propria attività professionale; in questo senso, l’obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare ogni iscritto in un quadro politico, o almeno in un militante. Infine, c’è un aspetto di cui si è solo accennato ma che è decisivo. I comunisti sono per loro natura e vocazione internazionalisti, e ciò è tanto più vero e necessario nell’epoca della mondializzazione capitalistica. È essenziale, dunque, che essi recuperino la dimensione internazionale della loro iniziativa, non solo in termini analitici, ma anche nel ristabilimento pratico di contatti e rapporti con forze comuniste, esperienze antimperialiste, movimenti di liberazione e anche realtà statuali che si muovano in un’ottica antimperialista. Solo ritessendo questa rete, e tornando così a porsi al livello su cui già si muovono da tempo le forze del capitale, sarà possibile ridare una speranza alla rifondazione comunista, e collegare l’iniziativa e la lotta che si rimetteranno in campo in Italia con quelle dei lavoratori e dei popoli nel resto del mondo.

Note

1 P. Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza. La privatizzazione della politica, Roma, manifestolibri, 2004, pp. 44-46.

2 Ivi, pp. 43-44.

3 A. Minucci, Comunismo. Illusione e re a l t à, Roma, Editori Riuniti, 2006, pp. 60-68.

4 H.H. Holz, Comunisti oggi. Il Partito e i suoi fondamenti teorici, Napoli, La Città del Sole, 1999, pp. 77-78.

5 M. Rizzo, Perché ancora comunisti. Le ragioni di una scelta, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2007, pp. 68-74.

6 S. Amin, Oltre la mondializzazione, Roma, Editori Riuniti, 1999, pp. 207 e segg.