Prima della rivoluzione

Non amo partecipare ai dibattiti “sulla sinistra”. Mi pare che da quando la sinistra ha cominciato a pensare a se stessa, ai nomi da cambiare o da prendere, alle identità da assumere, ai meccanismi istituzionali ed elettorali a lei più convenienti, piuttosto che alla società e alle persone vive da promuovere e da salvare, ha cominciato a perdere se stessa. Vale anche per le formazioni politiche, e non solo per le anime di cui parla il Vangelo, che solo chi perde la propria vita la guadagna.

La sinistra non è un destino; tuttavia i dibattiti sulla sinistra sembrano ristretti tra quelli che appartengono o si riconoscono in questo destino, pur nelle sue infinite variazioni, di opposizione, di governo, di riforma, di rivoluzione, di restaurazione, mentre per gli altri, che sono i più, raramente suscitano fronti di lotta o hanno parole di vita; e anche l’unità che si cerca, avendo il suo fine dentro di sé, e non fuori e oltre di sé, non può essere trovata. Ora il problema mi pare debba essere posto a partire da una assunzione realistica della situazione in cui ci troviamo, nell’unica dimensione in cui oggi ha senso impostare la questione, che è la dimensione mondiale. E la situazione mi sembra essere che, considerato lo stato del mondo, la rivoluzione è strettamente necessaria, ed anche assai urgente, ma nello stesso tempo è impossibile, sicuramente nel breve termine, e nel lungo termine fino a quando non intervengano delle varianti che certo la storia potrà partorire, ma che oggi non sono prevedibili. La rivoluzione è necessaria perché, come è noto, l’attuale sistema economico e produttivo che è giunto ad invadere e a permeare tutta la terra, non riesce a sostenere lo sviluppo del mondo, e ne compromette la stessa sussistenza fisica. La crisi climatica, la crisi demografica, la crisi energetica, la crisi idrica, la crisi agricola sono alle porte, i processi che le scatenano sono già in atto, ma lungi dall’essere sottoposti a controllo, sono proprio questi processi che l’economia e la politica vogliono massimizzare e accelerare in tutto il mondo. Il trattato di Kyoto per ridurre il rilascio di sostanze inquinanti e l’effetto serra (1977) è come un cucchiaino approntato per svuotare l’oceano, e del resto Stati Uniti, Giappone e Canada non l’hanno ratificato. Le piccole isole-Stato (le Marshall, le Maldive, le Comore, le Solomon, le Tonga) hanno fatto una patetica alleanza tra di loro, l’AOSIS (Alliance of Small Islands States), perché saranno le prime ad essere sommerse quando, nei prossimi decenni, aumentando di uno o due gradi la temperatura e ritirandosi i ghiacci da 15 a 50 metri all’anno, il livello del mare si alzerà tra 40 centimetri e un metro e mezzo. Dunque ora ci sono due Alleanze: quella dei grandi Paesi del Nord, la Nato, efficace contro una minaccia militare inesistente, e quella delle piccole isole, impotente contro una minaccia reale di distruzione totale.

D’altra parte, anche solo a leggere i giornali degli ultimi giorni, si vede che non solo i bambini dei Paesi poveri soffrono la miseria e la morte, ma anche quelli dei Paesi ricchi, un bambino su sei nei Paesi industrializzati, ed uno su quattro negli Stati Uniti; che centinaia di milioni di donne nel mondo patiscono la violenza, nei Paesi ricchi e in quelli poveri (60 milioni uccise o sparite dalle statistiche demografiche secondo l’UNICEF); e che in Africa si sperimentano i farmaci contro l’AIDS, ma poi non vengono forniti né i farmaci per la cura né il latte artificiale per evitare il contagio al seno, sicché l’Africa conta oggi 23.300.000 sieropositivi. Dunque si tratta di un mondo non adatto alla vita dei bambini, delle donne, degli africani e degli abitanti delle piccole isole. E invece è un mondo che marcia a pieno regime per un quinto dei suoi abitanti maschi, bianchi e adulti nei ricchi Paesi del Nord, armati fino ai denti, ma anche qui con enormi squilibri e masse di migranti, di esuberi e di esclusi. Tuttavia la rivoluzione è impossibile, per una doppia crisi: per la crisi del pensiero rivoluzionario, e per la crisi o non reperibilità dei soggetti – persone, ceti sociali, Paesi o sistemi di Paesi – in grado di farsi soggetti della trasformazione e della liberazione. D’altronde la cultura (che vuol dire informazione, coscientizzazione ed elaborazione critica, che vuol dire scuola e media), che dovrebbe fare da humus al sorgere di un pensiero e di progetti alternativi, è monopolizzata e sterilizzata dai gestori del sistema dato, per cui è molto difficile aprirvi un varco a prospettive e sperimentazioni diverse. E la politica, che è lo strumento del cambiamento (o, per usare un’espressione classica, della realizzazione del bene comune) è altrettanto sterilizzata per la sottrazione ad essa di strumenti e di denaro pubblico e per la sua riduzione ad ancella del sistema economico vigente, entro gli stretti limiti del quale si gioca anche la partita del consenso (e perciò della democrazia, benché solo formale).

Tutto ciò, a bocce ferme.

Ma naturalmente esse non sono ferme. Prima di tutto perché la posizione di quanti vogliono mantenere il mondo com’è, è una posizione disperata. Infatti da un lato essi sanno che il mondo non va, dall’altro sono convinti che non si può aggiustare; hanno abbandonato gli ottimismi illuministici, le ideologie dello sviluppo universale, l’idea che al libero mercato corrisponda la generale ricchezza e l’eterna pace. E hanno scelto di farsi il mondo solo per sé, per la minoranza appagata – di cui magari allargano i confini, fino all’Est europeo, fino alla Russia – rinunziando all’universalismo, rompendo l’unità del mondo; e perciò rompendo anche le Nazioni Unite, fondate sull’idea della “indivisibilità della sicurezza”, a favore dell’idea di una sicurezza indivisibile sì, ma per una parte sola; e il resto è a perdere. Ma è appunto una posizione disperata, perché illusoria: se non è indivisa, la sicurezza – e anche la sopravvivenza – non è più per nessuno. In secondo luogo le bocce non sono ferme, perché il mondo a perdere, ovviamente, non ci sta. Non sa come fare a “non starci”, e oggi non esprime una politica, non immagina un’alternativa; ma a lungo termine non ci può stare, e ne cercherà il modo.

E in terzo luogo le bocce non sono ferme, se la sinistra le muove. Ed è di questo, allora, non di se stessa, che deve discutere. Che cosa, allora, mi sentirei di dire a questo proposito?

Prima di tutto mi pare che ci voglia una fede. Ognuno decida fede in che cosa. Ma insomma è la fede che il mondo non può andare a finire così, che questa, disperata, non è l’ultima parola della storia, e che ciò che aspettiamo (ma non vediamo) certamente avverrà. Perché non è vero, come oggi ci dicono, che è finita la storia come tempo fornito di senso, e che è stata la tecnica a sottrarre al tempo ogni senso per trasformarlo in pura accelerazione. La tecnica è potente, ma non ha questa onnipotenza del negativo. Poi ci vuole un atteggiamento di attesa, di disponibilità, di preparazione (lo diceva anche Claudio Napoleoni), di “vigilia”, che vuol dire restare svegli, non rassegnarsi e non omologarsi; e scrutare, per accorgersi di quello che viene, e che deve essere preso al volo, messo a frutto, non essere lasciato passare invano. Ma intanto, in attesa che la storia partorisca le sue varianti, le sue opportunità, in attesa che la rivoluzione (pacifica, s’intende, altrimenti è solo un singulto del mondo disperato) diventi possibile, che cosa bisogna fare? Bisogna rinunciare a quel potere che pure si può avere, a quel governare che fosse possibile, a quel consenso di massa che si può meritare? Tenersi in riserva, per un’alternativa che non matura, per un tempo che intanto non viene? Non credo affatto che questa, di sapore mitico, sia la scelta giusta, e nemmeno credo nella sua variante “lillipuziana” (anche se non si deve rinunziare a nessuna azione positiva che sia giusta, a nessun atto di solidarietà e di amore che si possa fare).

Da qualche tempo dico che, finché il sistema resta questo, e non si riesce a cambiare, bisognerebbe riuscire a fare con esso quello che il diritto ha tentato di fare con la guerra. Il diritto ha detto, nel 1945, con la Carta delle Nazioni Unite, che la guerra non si deve fare, che la guerra è illegittima. Poi, visto che le guerre si facevano lo stesso, nel 1977, con i Protocolli aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra, ha detto: se poi fate la guerra, se rimanete nel sistema in cui la guerra è giudice, allora almeno fatela nei limiti in cui il sistema possa funzionare, in cui la guerra riesca efficace, ma non oltre; date alla guerra una regola, una misura; e ha stabilito questa “regola fondamentale”: che nella guerra non si debbano “causare mali superflui e sofferenze inutili”, che non si debbano usare metodi di guerra “dai quali ci si può attendere che provochino danni estesi, durevoli e gravi all’ambiente naturale”, che non si debbano provocare danni “eccessivi” ai beni di carattere civile e perdite umane “eccessive” tra la popolazione civile. In realtà queste regole non funzionano in guerra, come da ultimo si è visto nella guerra iugoslava e nell’assoluzione subito concessa alla Nato dalla Procuratrice generale dell’Aja; si tratta in effetti di un diritto paradossale, perché ammette che la guerra è male e dolore, e cerca di tirare sul prezzo, di alleggerirne il costo; ma la guerra è guerra perché non fa sconti, e tutti i mali, i dolori, le devastazioni e i lutti sono per essa necessari, utili ed appropriati; sicché l’unico diritto “umanitario” adeguato alla guerra è quello che la bandisce. Ma per il sistema economico e sociale non dovrebbe essere così. Pur nelle condizioni del capitalismo dovrebbe essere possibile – e a ciò esso è stato sfidato a lungo dal movimento operaio e democratico – limitarne i danni, evitare i mali superflui e le sofferenze inutili che produce, impedire le morti non necessarie, stabilire soglie di compatibilità con l’ambiente. Tutto ciò si può fare “prima” della rivoluzione; almeno fino a quando si possa sostenere che non c’è bisogno, perché il sistema globale di mercato funzioni, che un miliardo di persone viva con meno di un dollaro al giorno, che un bambino su quattro sia povero anche nei Paesi ricchi, che la disoccupazione giovanile sia al 25 per cento, che la terra si riscaldi e le piccole isole e le città costiere siano sommerse. Non tocca a noi, non tocca alla sinistra l’onere della prova che questo non sia possibile. E in ogni caso bisogna provarci. Ma se è il sistema economico-sociale stesso che si pretende e si dichiara incompatibile con questo alleggerimento, con questo contenimento dei dolori, con questo vincolo posto allo scialo di morte, come la guerra si dichiara incompatibile con i Protocolli di Ginevra – e l’analogia tra la guerra e il capitalismo sfrenato e competitivo non è una debole analogia – allora, come non resta altro da fare che bandire e impedire la guerra, così la lotta per l’umanizzazione del vigente sistema economico sociale e produttivo, per renderlo innocente di mali superflui, sofferenze inutili, catastrofi evitabili e morti non necessarie, sarà la lotta stessa per la sua confutazione e il suo superamento. E non potrà essere un affare solo della sinistra.