“Prima che l’amore finisca”

Il pubblico dei compagni e delle compagne di Rifondazione conosce in Raniero La Valle soprattutto il pacifista, il padre della legge sull’obiezione di coscienza (come senatore della sinistra indipendente) e ora una delle voci più limpide e conseguenti della lotta contro la guerra. Ancora recentemente, dopo la morte in guerra dei soldati italiani mandati in Iraq, mentre la terribile ondata di revival patriottardo faceva sbandare, o tacere, anche la sinistra pacifista, Raniero La Valle è stato fra i pochissimi che ha avuto il coraggio di dare senso politico anche al cordoglio collettivo per quei morti, legandolo alla condanna del coinvolgimento di nostre truppe in una guerra, in un’invasione, in un’occupazione militare. Per quanto fondata sia l’identificazione fra La Valle e il pacifismo, essa è tuttavia insufficiente a fornire il profilo di un intellettuale e di un politico che rappresenta per i comunisti molto di più che un “compagno di strada”. Dietro il pacifismo c’è infatti un pensiero politico originale e profondo che, al tempo stesso, interroga la nostra idea della rivoluzione e le fornisce proposte preziose. Questo pensiero trova le sue radici in una fede cattolica vissuta così profondamente da sfociare nella più assoluta laicità politica, spingendosi avanti lungo la strada aperta dal Concilio giovannèo di cui La Valle (al tempo giovanissimo direttore del quotidiano L’Avvenire d’Italia) fu cronista appassionato e testimone. È la Costituzione (intesa come progetto di democrazia compiuta ed effettiva) la bussola viva di questo pensiero politico, riassumibile nell’endiadi “Pace e diritti” (che dà il nome all’associazione fondata da La Valle). Nato giornalista, La Valle si è scoperto negli anni della maturità non solo scrittore vero ma soprattutto teorico della politica; mi piace qui ricordare, per il suo carattere involontariamente semi-clandestino, il bel libro intitolato La pagina bianca (Roma, Palombi, 1999) in cui La Valle avanzava una serie coerente di proposte, articolate fino nei dettagli, per un nuovo governo della città di Roma (dall’istituzione dei “consigli di quartiere” come organi di democrazia diretta e autogestione, alla creazione di una città delle culture degli immigrati da costruirsi attorno all’ex- gasometro, dalla piena fruibilità del Tevere ad una nuova impostazione della politica dei trasporti urbani, etc.). E molte di queste proposte sono ora, più o meno, attuate dal sindaco Veltroni (in verità, senza mai citare la fonte). Il libro oggetto di questa nota, Prima che l’amore finisca (Milano, Ponte alle Grazie, 2003, pp. 348, Euro 16,00), si presenta quasi come un libro di ricordi: ognuno dei 27 capitoli è dedicato ad un nome della politica e della cultura che La Valle ha conosciuto personalmente (dal cardinal Lercaro a Berlinguer, da papa Giovanni XXIII a Moro, da Dossetti a Garavini, da padre Balducci a Claudio Napoleoni, etc.); a partire dal ricordo e dalla persona si dipana però ogni volta un ragionamento che affronta un problema cruciale, riferito ai compiti dell’oggi. E a volte le persone che danno il loro nome ai capitoli sono tutt’altro che famose, ma importantissime, e non per caso (mi sembra) questi nomi importanti e sconosciuti sono nomi femminili, da Mercedes a Cettina, a Marianella, fino a giungere alla bambina Giuliana, terribilmente malata e precocemente morta, la cui storia (narrata per la mediazione della sua maestra, Agata Cancellieri La Valle) funziona da spunto per riflettere sull’eguaglianza in natura di tutti gli esseri umani: “Nessuno escluso”. In realtà il libro di La Valle è molto di più di un libro di ricordi, esso è anzi, a ben vedere, addirittura una complessiva rilettura del secolo appena trascorso, che consente anche un nuovo sguardo su quello appena iniziato. Il vero centro del libro risiede nella lotta contro la rimozione del Novecento, della sua terribile grandezza, delle sue grandi conquiste e dei problemi che ci ha lasciato in eredità. Tale rilettura del Novecento è di straordinaria importanza politica. Perché è così importante una simile operazione? Perché si batte contro la visione corrente e dominante della nostra storia recente, una visione di cui è agevole rintracciare il carattere classista borghese (un tardoliberalismo neo-liberista e cinico, sempre più inquinato di nichilismo). Secondo questa visione borghese, il Novecento sarebbe solo una sequela di errori e di orrori da cui fuggire, e anzi da dimenticare e rimuovere. Il comunismo (che la cialtroneria borghese equipara senz’altro al fascismo) è, naturalmente, il primo degli eventi su cui si vorrebbe far cadere l’oblio. Gli addetti alla gestione della pubblica opinione per conto del capitale sanno infatti bene che un popolo privato del suo passato non ha neppure futuro e che chi non ricorda non spera neanche più. La questione dunque è cruciale, politicamente cruciale, intendo dire, non solo storiograficamente: una sinistra vera non può leggere la storia del mondo inforcando gli occhiali miopi delle terze pagine di Repubblica o del Corriere della sera (per non parlare delle TV di Berlusconi). Ora, il secolo che La Valle ci testimonia è stato ben diverso da quella caricatura grottesca: è stato invece il secolo delle rivoluzioni socialiste, dei tentativi di dare la scalata al cielo (nella forma grandiosa, benché fallimentare, delle statualità proletarie); è stato il secolo delle rivoluzioni anticoloniali che hanno cancellato il dominio diretto delle vecchie potenze europee sul mondo rendendo i quattro quinti dell’umanità padroni del proprio destino; ed è stato soprattutto il secolo segnato dalla grande e vittoriosa alleanza planetaria antifascista, il secolo dell’ONU e della Costituzione, del rifiuto e della messa a bando della guerra. Se ciò non bastasse, il Novecento ha anche assistito alla lenta ma irreversibile separazione fra Chiesa e Occidente capitalistico, all’affermazione dei diritti dei popoli e del riconoscimento delle diversità, al femminismo, al sorgere della consapevolezza ecologica e al ripudio del razzismo. Basta saper guardare al mondo nella sua interezza (cioè con sguardo internazionalista e non asfitticamente eurocentrico e “bianco”) per capire che secolo grande sia stato il Novecento, e che i comunisti non possono certo condividere il disprezzo cinico e un po’ blasé con cui guardano a questi eventi gli ultimi epigoni della perduta egemonia borghese. A sostenere questo pensiero borghese ultimo (che, purtroppo, pervade anche molta sinistra) c’è in realtà una convinzione fondamentale quanto inconfessabile: che le cose andassero molto meglio nel 1914, quando la borghesia, e la borghesia europea, poteva ancora credere di governare il mondo da sola. Ma questo medesimo pensiero che scalda i cuori teneri dei pensatori borghesi a noi deve provocare invece un brivido di orrore, perché noi sappiamo (o dovremmo sapere, e mai dimenticare) di che lacrime grondasse e di che sangue quella belle époque. Tutto ciò, naturalmente, non è stato né rettilineo né indolore (ma quale fase della storia umana lo è stata?). Molti sono i problemi che quella storia trascorsa consegna a quell’altra storia possibile che sarà la nostra: di questi problemi il libro di La Valle è tutto intessuto nella sua parte più teorica e argomentativa (che è impossibile riassumere qui). Soprattutto, nessuna conquista può dirsi mai né completa né definitiva; gli anni che viviamo sono infatti caratterizzati proprio dalla sistematica messa in questione di tutti gli avanzamenti realizzati dal proletariato e dai popoli del mondo nel corso del Novecento, dopo che l’implosione dell’URSS ha determinato nel mondo rapporti di forza statuali e militari assolutamente favorevoli per l’imperialismo. Ma proprio per questo è fondamentale sapere di quali conquiste si stia tentando la soppressione, sapere che storia c’è stata, e che continua ad esserci, che conquiste e avanzamenti ci sono stati, e che possono verificarsi ancora. Solo da questo sapere deriva la coscienza che il destino del mondo è nelle nostre mani, e che tale destino è ancora e sempre aperto a due esiti: o la catastrofe (e la catastrofe è che tutto continui come ora, ci ammonisce Benjamin) oppure un poderoso sussulto dei popoli che rimetta in moto la storia possibile della liberazione oltrepassando il dominio dell’imperialismo e del capitale finanziario globale (giacché, ormai, di puro dominio si tratta, e non a caso il potere del/sul mondo prende la forma della guerra infinita e permanente). Un libro dunque da leggere, ma soprattutto da far leggere a quelli che (per la loro stessa data di nascita) la storia del Novecento non l’hanno vissuta e oggi sono sottoposti al bombardamento mediatico del capitale che mira alla rimozione della storia recente, come di qualsiasi storia, per poter celebrare i fasti dell’ “eterno presente” capitalistico e proclamarne la irreversibilità. E sarebbe utile e bello che qualche insegnante comunista potesse usare il libro di La Valle anche per la sua didattica.