PRC: il paradosso del V Congresso

Sono passati pochi mesi dalle giornate che, a Rimini, hanno visto la conclusione del 5° Congresso Nazionale di Rifondazione Comunista. Da allora sono decollati i cosiddetti Congressi di ritorno per la definizione degli assetti delle Federazioni che, in qualche caso, non è stato nemmeno possibile comporre. Oggi, pertanto, disponiamo di tutti gli elementi per trarre “due righe di conto” di un percorso lungo ben 9 mesi e mezzo, rispondendo così a tre domande. Cos’è stato per davvero questo Congresso, nelle intenzioni e nei fatti? Che Partito ne esce? Dove va, dove può andare, questo Partito? Proviamo a rispondere.

1. Si potrebbe azzardare una prima risposta nei seguenti termini: il Congresso, che è stato impostato su due centri – l’investimento totale sul movimento dei movimenti e la lotta allo stalinismo – ha visto, in corso d’opera, affievolirsi progressivamente il primo centro, ma è in ragione dell’adesione o meno allo stesso che si sono poi selezionati rigidamente i nuovi gruppi dirigenti del Partito, adottando nell’operazione proprio quei metodi contro i quali, in ragione del secondo centro (la lotta allo stalinismo), sarebbe stato necessario dare battaglia. E’ il paradosso del 5° Congresso.
Congresso contraddittorio. Dal Congresso il Partito esce lacerato e la sua ricomposizione, da perseguire assolutamente, risulterà faticosissima. Il malessere è diffuso, l’entusiasmo è scomparso. Questa è la verità. Necessario perciò ragionare, proponendoci un fine: ricomporre, riparare, quel Partito che il Congresso ha lacerato. Ma, per riprendere a ragionare, è bene ripartire proprio dai due famosi centri collocati, con qualche enfasi di troppo, già nel documento di indirizzo del settembre 2001. Allora le giornate di Genova erano ancora nei nostri occhi, e il movimento dei movimenti sembrava in crescita prorompente. Eppure i suoi leaders più avveduti, dopo aver letto quel primo documento, già ci avvertirono (a Milano almeno)che la descrizione del movimento offerta da quel testo, non corrispondeva a realtà. “Fossimo così, ma non lo siamo” ci dicevamo, accorati. Si andava pertanto a investire su un progetto conseguente, il polo antagonista, certo interessante, ma che saltava a piè pari le tappe della sua faticosa costruzione. E quel movimento, che ancora era un “progetto di massima”, venne invece rappresentato dal documento, in una descrizione oleografica, quale già “progetto esecutivo”, così saltando appunto due passaggi obbligati ai fini dell’analisi corretta della realtà e della sua stessa fattibilità. Il primo passaggio dato dalla registrazione del passo indietro compiuto dalla parte cattolica del movimento, assai consistente e impressionata dalla sequela di errori e forzature allineati a Genova, e che il comportamento bestiale degli apparati di polizia non poteva cancellare. Uno per tutti: la cosiddetta linea rossa da sfondare nell’idea, che fosse addirittura possibile concertare con quel Ministro degli Interni, ora cacciato, quegli atti simbolici a scopo mediatico, la “fiction politica” insomma, che i fatti di Napoli, con altro Ministro, avevano dimostrato essere impraticabile. Quegli errori furono la base di quella che oggi gli stessi leader chiamano ora crisi ora stallo del movimento. Ma, allora, già il dirlo, nel Partito comportava l’etichettatura di disfattista. E oggi, mentre nel movimento si è aperta una franca discussione su errori e prospettive, nel Partito si resta al settembre 2001 e chi obietta (guarda che le cose non stanno così) viene ancora emarginato, quasi che nel Partito esista un pensiero unico immodificabile e tale da far considerare un documento congressuale come verità rivelata e inscalfibile, delle tavole di pietra consegnate da un dio a un Segretario profeta. Questo approccio fideistico ha schiacciato il 5° Congresso sul voto di fiducia, e ha aggregato attorno al documento/tavole della legge un correntone in puro stile maggioritario, il cui collante era dato solo dalla conquista dei posti condotta attraverso la marginalizzazione degli obiettori,e ha infine impedito che si cogliesse la novità che stava avanzando: il risveglio del movimento operaio. Sovrastima del movimento dei movimenti, sottostima del movimento operaio. In quei nove mesi di Congresso si è enfatizzato un qualcosa che andava in dissolvenza (temporanea?) e si è sottovalutato il qualcosa che stava montando. Errore reso ancora più grave dal fatto che all’interno si è cercato di spegnere le voci che lo avvertivano (per fortuna non riuscendovi) ma determinando,nel corpo del Partito, guasti difficilmente rimediabili a breve: malessere, caduta di entusiasmo, discriminazione.
E, all’esterno, rallentando il processo di saldatura tra movimento dei movimenti e movimento operaio che era, resta, compito precipuo del Partito ricercare, ora come allora. Allora si sosteneva che il movimento ci avrebbe salvati, ora è chiaro che possono essere le lotte operaie a salvare il movimento e ridare fiato al partito stesso. Ma, allora, guai a dirlo. Centrale, ripetiamo, resta la ricerca della saldatura per tenere uniti i movimenti.
Gli effetti però della sottovalutazione sono evidenti. E non vanno celati. Oggi dobbiamo ingoiare rospi amari in una CGIL guardata finora con sufficienza in cui, giustamente, denunciamo quelle discriminazioni, come quella odiosa esercitata sul compagno Danini, (che sono però le stesse che si effettuano nei confronti dei compagni rei di aver visto giusto; non dicono niente i Congressi di ritorno di Torino, Brescia, Milano e altrove?) Oggi ancora registriamo un risultato elettorale in cui sono solo i DS ad incassare il risultato delle lotte operaie (e dei girotondi così aristocraticamente guardati). Rifondazione resta al palo nei risultati e si muove contraddittoriamente sugli obbiettivi. Ad esempio, quando si propone la costruzione di una sinistra alternativa, – e taluno azzarda il sostantivo “fusione” nella stessa – e si lancia la campagna dei 6 referendum, si dichiara insieme una cosa impraticabile che va in contraddizione con quella praticata. Oggi impraticabile è quella fusione: per l’evanescenza dei soggetti con cui fonderci (chi sono?) e per l’assoluta indisponibilità di altri soggetti che, mai e poi mai, sarebbero disponibili a rovesciarsi in un Partito sia pur anomalo, leggero e mediatico. Ma anche con qualche regola.
Oggi invece si pratica, e va bene, la raccolta delle firme che però richiede lo sforzo proprio del Partito radicato, strutturato in Circoli e Federazioni, il Partito che cerca il rapporto con il cittadino e il territorio. E si chiede ai compagni quel “saper fare” ignorato nella composizione dei gruppi dirigenti.
E’ il paradosso del 5° Congresso, contraddittorio nella linea, truccato sugli assetti. Sarà amara ma questa è la verità.

2. Che Partito esce dal Congresso? Dobbiamo essere chiarissimi proprio per ricomporre le lacerazioni intervenute.

a) Quel che si avanza è, in prima lettura, un Partito a due piani: il piano di chi dirige, cerchia centrale ristrettissima, è il piano del “sapere”; e il piano operativo, il piano del “fare”. I due piani non comunicano, sono lontani. Sarà pure a rete ma così un Partito, in cui il filo rosso tra i due piani è così lungo, non funziona. Il dubbio che si appalesa è feroce: non sarà che la fusione nel polo antagonista, aldilà della sua impraticabilità, non richieda proprio la destrutturazione del Partito (quel Partito che poi si invoca per i banchetti, le feste, le manifestazioni?) Come si spiega altrimenti, ad esempio, il superamento del dipartimento organizzazione? È solo un dubbio questo?
b) Quel che si avanza è un Partito di taciturni, di “devoti del silenzio”. Chi mai in futuro azzarderà dubbi, obiezioni, critiche se poi il risultato è quello di essere additati quale “piombo nelle ali dell’aquila “ o “minaccia” da allontanare?
Che poi l’aquila partito, pur liberata dal piombo, non spicchi il volo e resti sull’aia dei banchetti dei 6 referendum, pare non interessare, nessuno. Perché non vola?
Era il piombo o altro a frenare l’aquila? Oppure, ci si dica, siamo in volo e solo taluni non se ne accorgono?

Vedete, sono trai quei compagni che, nella seconda metà degli anni 80, quando il PCI si proponeva per l’abbraccio con Craxi, veniva, e non a torto, considerato inaffidabile (in quanto leninista) e, quindi, ritenuto, impresentabile a quel rendez-vous. Mi trovo oggi, nel Partito che ho contribuito a costruire, a essere indicato di nuovo come inaffidabile (in quanto leninista?) avendo sottoscritto addirittura 4 emendamenti, e quindi, di nuovo ritenuto impresentabile per il rendez-vous del polo antagonista o, se si vuole, per la fusione nella sinistra alternativa.. Vista dall’esterno è una situazione del tutto esilarante. Vista dall’interno è sofferenza pura. In ogni caso il Partito dei silenziosi non avrà mai la mia tessera.

c) Quel che avanza è un Partito dove le parole vanno da una parte e i fatti dell’altra. Le parole: le scelte dei gruppi dirigenti che avrebbero dovuto essere ispirate dal “sapere fare”, dentro l’alveo della maggioranza congressuale ampia (“c’è una sola maggioranza congressuale” così autorevolmente si dichiarò), e l’aver sostenuto tesi alternative non avrebbe dovuto essere considerato elemento discriminatorio.Belle parole. I fatti? La caccia all’”emendista”, con Comitati Federali che implodono e con le Federazioni rese ingovernabili. E il famoso “saper fare”? Andato in cavalleria. E “ il cambiare noi stessi per cambiare la società” (che fu il titolo del documento Congressuale di indirizzo)? Travolto dalla carica del “correntone delle cordatine”, impegnatissimo a occupare posti (costoro sono movimentisti a parole ma se c’è un posto nelle istituzioni da occupare guai a tagliare loro la strada!). Domandiamoci, è una situazione sfuggita dalle mani degli “apprendisti stregoni” della maggioranza della maggioranza, oppure è un Partito il nostro di flagellanti che per un obbiettivo superiore (quale?) si bastonano con voluttà, oppure ancora – ritorniamo al dubbio feroce – la destrutturazione del Partito è funzionale alla nuova formazione che sarà e,non essendoci, fa percepire l’odore di una superficialità analitica pericolosa.
d) E, infine, quel che si avanza è il partito in cui avviene un rovesciamento: i conservatori si dichiarano innovatori e chiamano conservatori gli innovatori veri. Oggi rifondare il Partito comunista vuole il coraggio della ricerca e della sperimentazione. Emergono invece pratiche altre.
Agitato e rimescolato il contenitore Rifondazione, come fatto in quei nove mesi, sono emerse appunto concezioni che si sperava proprio d’aver lasciato per strada e sul fondo e che trascinano sotto tutto il Partito.
Sono infatti tornati a galla quanti usi a misurare le cose da dire e le posizioni, di volta in volta, da assumere con il bilancino del proprio tornaconto personale. Quanti ancora sono usi ad aggrapparsi alla coda del cavallo vincente senza nemmeno domandarsi che corsa faccia. Basta che vinca. Sono questi gli innovatori mascherati dietro il logo del Segretario? E, di converso, sarebbero conservatori quanti, nel campo della ricerca, arrischiano idee, approfondimenti, sperimentazioni?
Il Partito consegnato nelle mani dei finti innovatori sarà un Partito spento. Un Partito in cui il dissenso (che poi, spesso, è il coraggio dell’innovazione vera) non avrà corso e i dissidenti verranno cancellati come i dirigenti scomodi da certe fotografie. Un Partito in cui riappare, come unica carta nelle mani di questi riemersi, quella concezione della “sacralità del capo” che si pensava di aver lasciato alle spalle. Se queste concezioni, e l’opportunismo, che la ispira, dovessero affermarsi, altrochè la Rifondazione, ne sortirebbe un Partito o corte o caserma: corte in cui i cortigiani fanno opera di piaggeria, caserma in cui si deve obbedire al caporale di giornata.
Se il Partito che si annuncia è questo, ma chi mai del movimento dei movimenti vorrà fondersi con una formazione che potrebbe avere siffatti connotati? Scapperanno, già lo fanno.
Se il Partito che si annuncia è questo, ma chi mai del movimento operaio lo considererà con interesse e speranza? Voteranno altro, già lo fanno.
Torniamo ad essere seri, tolleranti tra di noi, intolleranti con l’opportunismo. Forse siamo ancora in tempo a fermare la scivolata del 5° Congresso e a recuperare l’entusiasmo soffocato.
Un altro 5° Congresso è impossibile.