Pomigliano d’Arco: dopo dieci anni uniti nelle lotte

Erano più di dieci anni che non si vedeva uno sciopero così imponente nelle fabbriche di Pomigliano d’Arco: Fiat Auto, Fiat Avio ed Alenia.
Massiccia è stata la partecipazione, operai ed impiegati, precari e cosiddetti garantiti, di nuovo insieme dopo dieci anni.
Ricorderemo a lungo la data del 16 aprile 2002 e rimarrà nella nostra mente e nel nostro cuore, nonostante che il proletariato è molto disarticolato e gli operai sono divenuti una categoria molto più ampia, perché questa giornata ha ridato la speranza che è ancora possibile rimettere al centro il punto di vista operaio.
Si, perché gli operai cì sono ancora a rappresentare all’intero Paese la condizione materiale di sfruttati, umiliati, offesi.
La giornata del 16 è cominciata alle ore 3 del mattino. Necessitava “picchettare” le entrate per dare una sponda, dopo intimidazioni e minacce continue da parte delle gerarchie aziendali, soprattutto, ai ragazzi interinali ed a corsi di formazione lavoro.
Dopo anni, cì siamo ritrovati in tanti davanti ai cancelli delle nostre aziende per marcare, non solo una presenza fisica,ma una presenza sindacale e politica, dopo un decennio di oscurantismo dovuto alle scelte politiche e sindacali concertative.
Non a caso nelle assemblee di fabbrica, per la preparazione dello sciopero, siamo partiti dalla fase della concertazione per arrivare a ciò che quegli anni hanno prodotto contro gli operai ed, in ultimo, l’abolizione dell’articolo 18 ed il libro bianco di Maroni.
Libro Bianco redatto dai “riformisti” del centro-sinistra, e ripreso con veemenza dai “riformisti” della Confindustria e del centro-destra.
E subito mi sovvengono una serie di domande che spesso mi pongo: ma come è possibile definire riformisti coloro che teorizzano l’annullamento della dignità dell’essere umano ?
Che vogliono espropriare il lavoratore nel decidersi e strutturarsi il futuro?
Che annullano la certezza del lavoro per renderlo servo e schiavo di un padrone assoluto che decide il come, il quando ed il perché l’operaio, e più in generale, il lavoratore dipendente può stare con la propria moglie ed i propri figli?
E di quale riformismo si tratta quando sono costretti a subire il lavoro a chiamata, Job en call?
O subire l’orario annuale?
O il precariato a vita?
Il neo-caporalato?
E’, questo, il riformismo secondo i padroni ed i politici del centro-sinistra e centro-destra?
Questo è considerare e ritenere l’uomo-lavoratore merce.
L’uomo non è una merce, il lavoratore non è una merce. Ed allora ti accorgi e capisci che questo non è riformismo.
E’ bieco controriformismo.
E’ una palude che non potrà essere bonificata se il movimento operaio non si riprende la parola.
Il riprendersi la parola significa dare il senso etimologico, e non merceologico, vero, a ciò che fa la differenza fra l’animale e l’uomo: il pensare, la voce, la parola, i concetti, i giudizi, le scelte, le emozioni, i sentimenti.
Diviene chiaro che i padroni, e non solo, hanno rubato anche le nostre parole, i nostri concetti; hanno rubato attraverso coloro che hanno affiancato e studiato il movimento operaio, la cultura che esso ha espresso in seno alla società e la visione di società con gli elementi di socialismo incentrati nel rispetto e nella dignità della persona.
Ecco Berlusconi e D’Amato vogliono scardinare ed annullare ciò.
Vogliono metterci una pietra sopra e ripristinare, nuovamente, il togliersi il cappello e l’inchino al passaggio del padrone.
A questa visione e pratica del governo e della confindustria, il 16 aprile, i lavoratori del comprensorio industriale di Pomigliano d’Arco anno detto no.
Da questo no bisogna ripartire, cercando di capire di quali e quanti significati i lavoratori l’hanno caricato.
Ciò vale per il Sindacato, ed in particolare per la Cgil; ma vale anche per i partiti della sinistra moderata ed antagonista, in primis per il Prc.
La Cgil, infatti non può più pensare, dopo la manifestazione del 23 di marzo e lo sciopero del 16 di aprile, che la panacea sia il tavolo di concertazione.
Bisogna ricominciare a volare alto. I lavoratori, i precari, cioè il proletariato disarticolato hanno bisogno di rilanciare con una piattaforma politico-sociale che parli di loro, dei loro bisogni, delle loro aspettative.
Il salario minimo garantito, il salario sociale, le 35 ore, salario europeo, la qualità del lavoro, la ripresa della questione meridionale come spinta per l’economia dell’intero Paese; insomma, una contrattazione vera con alla base diritti uguali per tutti, a partire dall’estensione dell’art. 18.
Diviene, perciò, necessario costruire un fronte politico-sindacale che apra nell’intera nazione una lotta vera che porti come risultato l’abolizione del pacchetto Treu.
Il 16 aprile ha visto protagonisti anziani e giovani, padri e figli, garantiti e precari, insieme a difendere e rilanciare diritti e dignità, quali elementi fondamentali. Questi sono gli elementi fondamentali da contrapporre al neoliberismo, temperato o selvaggio, per la costruzione di una sinistra di alternativa e, dunque, di una società che abbia un possibile futuro e che metta al centro l’uomo come spinta propulsiva della storia.
Queste sono le considerazioni e sensazioni che in tanti abbiamo provato nel vederci tutti insieme a combattere per l’affermazione di principi che giorno dopo giorno il capitalismo ha fatto divenire sogni.