Polemiche sul “Che” o campagna contro Cuba socialista?

Ha perfettamente ragione Orlando Borrego, uno dei maggiori storici del Che, quando sostiene che molte polemiche sulle opere e le esperienze di Ernesto Che Guevara siano in realtà parte integrante della campagna contro Cuba (1). Come è noto, in America Latina, ma anche nel nostro paese, è in corso l’ennesimo tentativo strumentale di aggiungere alla consueta campagna politico-mediatica contro la Rivoluzione Cubana nuovi argomenti che – meglio di altri – possano disorientare, confondere, inibire le persone che guardano a Cuba con solidarietà, amicizia o rispetto, cercando così di cooptarle dentro la demonizzazione di una delle più importanti e durature esperienze rivoluzionarie del nostro tempo. Separare e contrapporre un Che “bravo” a un Fidel Castro “cattivo” è un aspetto non recentissimo ma persistente di questa campagna. Jean Paul Sartre portò questo schema al parossismo dicendo a Saverio Tutino che secondo lui il “Che era stato ucciso come Ben Bella”. Come è noto, invece, entrambi erano vivi, anche se il primo impegnato in una operazione coperta all’estero e il secondo in carcere. Che questa campagna sia condotta “da destra” (vedi l’ultimo articolo di Alvaro Vargas Llosa sul Corriere della Sera in cui si accusa il Che e i rivoluzionari cubani di essere stati un gruppo di fucilatori) non desta sorpresa, sia per la sua faziosa inconsistenza, sia per la sua stretta relazione con i finanziamenti distribuiti dalla NED statunitense (2) e da altre agenzie a “uomini di penna”, veri o presunti tali, affinché partecipino attivamente alla demonizzazione di Cuba. Ma che questa campagna trovi disponibilità e penne disponibili anche “a sinistra”, se non è una novità, è un terreno su cui occorre imporre elementi di verità storica ed a cui occorre contrapporre analisi rigorose che non consentano a questi semi di discordia di germogliare anche nelle file della sinistra.

CONTINUITÀ TRA FI DEL CASTRO E CHE GUEVARA

Il 18 novembre scorso, Fidel Castro ha tenuto all’università dell’Avana un discorso particolarmente importante. In esso ha rilanciato l’offensiva politica e culturale contro quelli che vengono definiti “i nuovi ricchi” ed ha ripreso molti temi che furono al centro della “Campagna de rectificaciòn de errores” del 1986.
Oggi come allora Fidel Castro, rilanciando in tutto il paese la “battaglia delle idee” ha sottolineato “il grande errore di coloro che hanno creduto che con metodi capitalisti si può costruire il socialismo”(3). Nel 1986 Fidel Castro avviò la “rectificaciòn” attaccando direttamente “alcuni nostri direttori di imprese che si sono trasformati in impresari da strapazzo, del tipo capitalista”.
Gli stessi rischi e gli stessi problemi, furono al centro della battaglia politica e culturale condotta nei primi anni Sessanta da Ernesto Guevara, detto “El Che”, Ministro dell’Industria della Rivoluzione Cubana. Che Guevara sosteneva infatti – diversamente dall’URSS kruscioviana – che le imprese cubane dovevano funzionare come un insieme e non separatamente, con una destinazione comune e non differenziata, sulla base di una economia centralizzata basata sul finanziamento delle imprese tramite il bilancio dello Stato e non sulla base del cosiddetto calcolo economico e dell’autonomia delle imprese4. Anche a occhio nudo è possibile vedere la continuità e la simbiosi tra il pensiero del Che e quello di Fidel Castro soprattutto sui passaggi più spinosi di tenuta e sviluppo di un sistema economico e sociale alternativo al capitalismo e ai rischi – sempre presenti – che anche nel socialismo vengano introdotti “elementi di capitalismo” che ne travolgono l’essenza e le possibilità. La diversità di Cuba e la sua tenuta rispetto al crollo e alla dissoluzione del socialismo reale in Europa, sta anche in questa continuità di linea strategica tesa a mantenere vivo il carattere socialista del processo rivoluzionario, prevedendo e gestendo dunque la “prosecuzione della lotta di classe all’interno della società anche dopo la presa del potere”.
Pochi si sono domandati perché quasi ogni venti anni a Cuba si apra l’offensiva contro “i nuovi ricchi” o i settori sociali che si fanno prendere la mano dai parametri o dagli stili di vita del capitalismo.
Siamo dunque in presenza di fattori rilevanti e ripetuti di vitalità e di lotta politica dentro un sistema tutt’altro che immobile o stagnante. Ci saranno infatti sempre settori sociali (e tendenzialmente una loro rappresentanza politica dentro il partito al potere o tramite la richiesta di “nuovi partiti”) che tenderanno a differenziare i propri interessi individuali da quelli “generali” del paese o meglio, gli interessi “sociali” nel loro complesso.
Lo stesso problema si pose nell’ Unione Sovietica nell’epoca di Stalin. Dopo poco più di un decennio dal sanguinoso scontro e l’eliminazione di Bucharin e le sue tesi, Stalin si trovò di fronte agli stessi problemi e alle stesse spinte che lo portarono nei primi anni ’50 ad aprire lo scontro con gli “economisti” (5) . L’esito di quello scontro – anche a seguito della morte e in parte dell’isolamento di Stalin nel comitato centrale del PCUS – fu la liquidazione delle sue posizioni e l’avvento al potere di Krusciov che fece proprie le tesi sul calcolo economico, l’autonomia delle imprese e l’introduzione di meccanismi di mercato nel sistema economico sovietico.
Dunque l’URSS con cui il Che, Fidel Castro e la Rivoluzione Cubana dovettero fare i conti – in negativo o in positivo – era una Unione Sovietica già “destalinizzata” e in forte discontinuità con il periodo sovietico precedente.

LE POLEMICHE SUL CHE SBAGLIANO BERSAGLIO

Di tutti questi elementi (vitalità e continuità del dibattito a Cuba sul socialismo anche dopo la morte del Che, la presenza e la ricomparsa delle contraddizioni e del conflitto di classe anche dentro società socialiste consolidate, diversità dei parametri strategici del modello sovietico esistente prima e dopo la Rivoluzione Cubana del 1959) sono tutti elementi decisivi di riflessione, analisi, indagine che sono del tutto assenti dalla lunga elaborazione di Antonio Moscato sulle pagine di Liberazione dedicate al “Che sconosciuto” e al suo contributo alla lotta per il socialismo. Non si tratta di un dettaglio.
Commentando il discorso di un suo compagno, Mao Tse Tung disse che il compagno aveva detto “dieci cose: nove giuste e una sbagliata…quella fondamentale”.
Leggendo i saggi di Moscato usciti in più puntate su Liberazione (quindi con una possibilità ampia, esclusiva e negata a moltissimi di poter trattare in modo approfondito le cose), è fortissima la tentazione di essere assai meno indulgenti del “timoniere”. In quegli articoli ci sono anche cose interessanti ma sono le illazioni e le conclusioni soggettive a compromettere un lavoro che per alcuni aspetti segnala questioni importanti della costruzione e delle esperienze di edificazione reale del socialismo a Cuba e nel resto del mondo.
Affermare che sono state tenuti segreti per 28 anni gli scritti del Che Guevara sulla spedizione in Congo non è vero. Ne parlava già diffusamente Fidel Castro nell’intervista a Gianni Minà a metà degli anni Ottanta e tutta la parte relativa all’elaborazione politica (e non i dettagli operativi di una missione politicamente delicata) era già disponibile a Cuba attraverso i “Siete tomos” curati da Orlando Borrego.
Non si può dire che sono introvabili le annate del “Granma” della seconda metà degli anni Sessanta (di cui ricordiamo che il primo numero è uscito nel 1965) come se fossero state occultate perché contenevano un dibattito vivace. E a cosa servono le illazioni per dire che tra il premio “Casa de las Americas” consegnato al libro di William Galvez e la sua pubblicazione passano due anni? E come si fa a omettere che alla Tricontinental già nel 1965 era venuta a mancare di personalità decisive come Ben Barka e Sukarno uccisi dalle potenze imperialiste e che rendevano quella esperienza eccezionale una esperienza ormai indebolita?
Quei passaggi polemici infilati qui e lì insieme a tante illazioni gratuite, si rivelano funzionali solo a confermare uno schema desueto e smentito dai fatti (vedi l’intervista a Borrego già richiamata) secondo cui: “Il Che era un bravo rivoluzionario e Fidel Castro lo ha tradito; il Che voleva differenziare il sistema economico socialista cubano da quello sovietico mentre Fidel Castro portò Cuba ad adeguarvisi totalmente; il Che aveva le idee chiare sulla rivoluzione mondiale mentre Fidel vi aveva rinunciato per chiudersi nella difesa di Cuba tout court”. C’è infine un “non detto” che conforma tutta la linea degli articoli di Moscato e cioè che in fondo in fondo “Il Che era anche lui un trotskista” e che per questo fu abbandonato alla sua sorte”.
Su questo potremmo fornire a Moscato anche qualche notizia in più come quella che nello zaino del Che in Bolivia c’era anche il testo di Trotski, ma cercare di piegare il tutto ad uno schema ideologico distorsivo, ad una sorta di vendetta postuma contro l’URSS e preventiva contro una Cuba che smentisce ogni giorno le tesi di Antonio Moscato, è una operazione che non può passare inosservata e sotto silenzio.

METTIAMO LE COSE AL LORO POSTO

Nel primo dei suoi articoli, Moscato rammenta e rimprovera l’aspra discussione avvenuta alla libreria Feltrinelli di Roma in occasione del pessimo numero monografico di Limes dedicato a Cuba (6) e accusa i compagni che contestarono Limes di essere dei “bigotti”. Moscato anche in questo omette alcuni dettagli:
1)La contestazione era diretta a Limes e non ad personam verso Moscato che pure si era prestato consapevolmente o meno ad una pessima operazione politica ed editoriale.
2)Gli interventi critici verso Moscato avevano posto problemi e domande concrete sul fatto che Cuba veniva criticata a prescindere dalle sue scelte concrete, perché era filosovietica se adottava l’economia pianificata e diventava filocapitalista se apriva agli investimenti esteri.
3)Infine, ma non per importanza, Moscato prima o poi dovrebbe spiegare se esiste un paese al mondo che almeno nell’ultimo secolo abbia sperimentato concretamente un modello corrispondente alle sue tesi e non sia incorso negli errori in cui incorrono i processi reali. Fino ad oggi non si è andati oltre il “bilancio partecipativo” di Porto Alegre (di cui nessuno parla più) o la partecipazione al governo di Lula in Brasile. Un po’ poco per avanzare critiche rivoluzionarie a Cuba o a qualsiasi altro paese socialista.

Resta comunque il problema che il dibattito e l’approfondimento sulle esperienze storiche e vigenti del socialismo, sui loro problemi irrisolti e sulle loro sconfitte, necessita di essere affrontato ora, subito, adesso. Era questa una delle tante aspettative disattese di un movimento e di un partito che nascevano con l’auspicio di avviare una “rifondazione comunista” e che invece rischia di gettare il bambino insieme all’acqua sporca. Se le reazioni agli articoli di Luigi Moscato serviranno ad avviare questo dibattito, questi avranno avuto almeno una loro utilità (7).

Note

1 Vedi l’intervista a Orlando Borrego, a cura di Mario Baldassarri su Contro piano nr.4/2005

2 La NED (National Endowment for Democracy) è una fondazione del Congresso USA finanziata dalla CIA per la promozione dell’ingerenza nei vari paesi del mondo. A tale scopo finanzia pubblicamente giornali, giornalisti o campagna funzionali agli interessi della politica estera USA. Tra i beneficiari del NED ci sono- tra gli altri – i Reporter Sans Frontieres e i radicali italiani da sempre impegnati nelle campagne contro Cuba.

3 Al momento non è ancora disponibile il te – sto integrale del discorso di Fidel Castro . Alcuni stralci sono reperibili sul sito www.radiocittaperta.it

4 Il dibattito è avvenuto soprattutto sulle pagine della rivista “Nuestra Industria Economica” nella prima metà degli anni Sessanta.

5 Si tratta del dibattito che portò alla pubblicazione dei “Problemi economici del socialismo” da parte di Stalin e ad un durissimo scontro anche dentro il XIX Congresso del PCUS nel 1951.

6 E’ impressionante come anche una rivista autorevole come Limes, che ha fatto numeri importanti e documentati su molte realtà internazionali (dai Balcani al Medio Oriente), riesca poi a dare il peggio di sé quando parla di Cuba

7 Segnalo, in tal senso, il saggio certamente “ ruvido” ma ottimamente documentato di Adriana Chiaia (“Polemiche sul Che. L’obiettivo è Cuba”) disponibile al momento su Internet.