Più pensioni meno precarietà

*Segreteria nazionale del Prc

I venti anni che abbiamo alle spalle sono stati caratterizzati da profondi mutamenti del mondo del lavoro e del tessuto sociale: alle enormi ristrutturazioni dell’apparato produttivo, alla pesante crisi industriale, al sistematico aumento della flessibilità e della precarietà ha corrisposto un arretramento dello Stato nella gestione dei beni pubblici. Ebbene dopo due decenni di applicazione delle ricette liberiste penso che tutti abbiamo il dovere di fare un bilancio, ossia di rispondere ad alcune domande. Oggi i lavoratori stanno meglio o peggio che nel recente passato? Le imprese nazionali sono più o meno adeguate a concorrere sul piano internazionale? E ciò che è pubblico, a partire dalla scuola e dalla sanità, funziona meglio o peggio? Si tratta di domande fondamentali per stabilire lo stato di una società e, nel nostro caso, le risposte portano tutte un segno negativo: il malessere è il tratto che accomuna la stragrande maggioranza delle lavoratrici, dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati; l’incapacità di crescere, di svilupparsi e di competere è ciò che caratterizza tanta parte delle imprese italiane. Allora è il caso di cambiare registro. E’ questo che hanno chiesto gli elettori all’Unione: riportare il paese al passo con la trasformazione e dare diritti, parola, valore a coloro che sono stati oscurati dall’ideologia e dalle pratiche liberiste. Anche la parola “riforma”, che in questi anni si è tradotta quasi esclusivamente in tagli e provvedimenti che hanno abbassato la qualità del lavoro e della vita, deve tornare ad essere strumento per migliorare le condizioni materiali di chi lavora e chi studia. E’ questo che noi del Prc-Sinistra Europea avevamo in mente quando abbiamo scelto di proporci come forza di governo. Un governo che vorremmo restasse in carica per almeno 5 anni e a cui partecipiamo dopo aver scelto con nettezza da che parte stare. Da che parte stare nel conflitto sociale, da che parte stare nella ricerca di nuove intese tra capitale e lavoro, facendo della lotta alla precarietà e alla guerra i tratti della nostra identità. Conosciamo le fabbriche dove lavorano operai ed impiegati e sappiamo che funzionano solo quando si investe in ricerca ed innovazione. Vorremmo che la “fabbrica” del programma dell’Unione continuasse a “produrre”, aggiornando analisi, elaborando proposte, attivando il confronto e traducendo le idee in atti concreti. E’ questo il senso dei contributi che abbiamo offerto e offriamo alla discussione nell’Unione, in parlamento, con le grandi organizzazioni sindacali e i movimenti, nel paese. La proposta di revisione della normativa sul lavoro che abbiamo costruito con i migliori giuslavoristi italiani e presentato a Roma nel mese di ottobre, verrà sottoscritta da oltre cento parlamentari e sarà oggetto di iniziative nei prossimi mesi nelle principali città (da Milano a Bari, da Bologna a Torino, a Napoli). L’obiettivo della nostra elaborazione è la drastica riduzione della precarietà partendo anche da una precisa ipotesi sulla trasformazione delle imprese, che devono abbandonare la fallimentare strada della competizione sul costo del lavoro e della frammentazione per ri- comporre il ciclo produttivo e la catena del valore, crescere dal punto di vista dimensionale, puntare sulla qualità dei prodotti e dei servizi. Così come la proposta per superare la precarietà ruota attorno al perno del valore del lavoro a tempo indeterminato, quella che presentiamo oggi sulla riforma del sistema pensionistico e del welfare ha come fulcro la ricostruzione della solidarietà tra generazioni (rotta nel 1995 dalla “riforma” Dini) e il riconoscimento esplicito del lavoro operaio, a turni, stressante. Abbiamo in programma per i prossimi mesi a Milano un appuntamento nazionale per discutere sullo stato del capitalismo italiano e su cosa intendiamo per intervento pubblico in economia, per cercare di tracciare le linee di uno sviluppo compatibile con i diritti delle persone e con l’ambiente. C’è poi la drammatica questione degli infortuni sul lavoro che si è ormai trasformata in una vera emergenza nazionale. Per questo è indispensabile che il testo unico che il governo sta predisponendo venga subito approvato. Ma una legge non basterà, fino a quando gli omicidi bianchi continueranno a restare impuniti. Il parlamento deve indicare alla magistratura, agli ispettori degli enti, alle aziende sanitarie la priorità totale nel colpire chi risparmia sulla sicurezza nel fare impresa. Il Prc proporrà nei prossimi giorni una iniziativa che va in questo senso. Sotto questi grandi “capitoli” ci sono le idee che offriamo al confronto ed i principi che, a nostro avviso, dovranno costituire l’identità del nuovo soggetto della Sinistra Europea che sta muovendo i primi passi. Prima ancora dei contenuti c’è una prassi che noi consideriamo fondamentale: quella democratica. C’è un unico modo, infatti, per evitare che le modifiche normative e i cambiamenti strutturali generino confusione, interpretazioni contraddittorie, allarme nel paese: la partecipazione dei diretti interessati, la loro possibilità di discutere e decidere con il voto. Per questo, nel pieno rispetto della reciproca autonomia, crediamo che chi si siederà al tavolo del confronto con il governo come rappresentante dei lavoratori debba farlo sulla base di un loro mandato esplicito, di un consenso costruito nei luoghi di lavoro attraverso le assemblee e la consultazione. Questo percorso democratico darà alle organizzazioni sindacali una maggiore forza nella trattativa. Io vorrei spiegare da dove nasce la nostra proposta, su cosa si basa e, soprattutto, perché abbiamo scelto di ragionare in prospettiva e di aprire un confronto che non può essere affrettato. Abbiamo in mente un percorso che parte da alcune considerazioni. Chi parla di sistema al collasso mente sapendo di mentire: i conti ci dicono che non ci troviamo affatto di fronte a un’emergenza. Sbaglia chi sostiene che il rapporto tra Pil e spesa pensionistica del nostro paese è al di sopra della media europea: basta calcolare quanto i pensionati “restituiscono” allo stato sotto forma di tasse per scoprire che non è affatto così. Chi considera il prolungamento obbligatorio del periodo lavorativo un modo per rendere competitive le imprese elude il dato macroscopico delle espulsioni dalle aziende di lavoratori tra i 50 e i 60 anni, mentre i presupposti su cui si era basata la riforma Dini del 1995, a distanza di dieci anni si sono rivelati sbagliati Il governo di cui facciamo parte non può permettersi di ripetere gli errori commessi durante la discussione sulla finanziaria, tra approssimazioni, dichiarazioni contraddittorie, polemiche interne. Noi pensiamo che un tema che interessa circa 14 milioni di pensionati e oltre 20 milioni di lavoratori dipendenti meriti di essere trattato seriamente e discusso collegialmente, così come pensiamo che un governo autorevole debba presentare al paese una proposta ragionata e condivisa. Per ridefinire i fondamenti di un sistema che possa reggere per i prossimi venti anni serve un tempo che va ben oltre il mese di marzo. Da dove parte la nostra proposta? Anzitutto dalla lettura di ciò che è accaduto dal 1995 ad oggi. La riforma Dini ha prodotto la prima, grande rottura generazionale del paese introducendo una insopportabile differenza tra chi nel 1995 con più di 18 anni di contributi manteneva il sistema di calcolo retributivo, chi aveva meno di 18 anni di contributi e passava per il periodo di lavoro successivo al sistema contributivo e chi veniva assunto dopo il 1995 con il nuovo metodo di calcolo. Sintesi: al termine della propria attività lavorativa e a parità di anni di lavoro, lo scarto di reddito pensionistico tra la prima e la seconda fascia di lavoratori è di circa 20-30 punti in percentuale. Se sommiamo alla riforma Dini la legge Treu, che ha permesso alle imprese di utilizzare le più svariate forme di contratti di lavoro precari, ossia se sommiamo un sistema di calcolo che riduce il reddito pensionistico all’esplodere del lavoro precario che porta con sé lunghi periodi privi di contribuzione, il risultato per milioni di persone è una rendita con cui è impossibile vivere dignitosamente. Perché questa gravissima rottura generazionale non è sfociata in una ribellione? Perché la combinazione dei due fattori (precarietà e diminuzione delle pensioni prodotta dal sistema) non ha avuto conseguenze immediate. Perché i nodi stanno venendo al pettine oggi e diventeranno devastanti tra anni. Ecco perché crediamo che una classe dirigente seria e di sinistra debba porsi oggi il problema di quello che accadrà, senza aspettare di trovarsi di fronte all’esplosione di un gigantesco problema sociale: quello di milioni di persone che dopo 40 anni di lavoro si ritrovano con meno di 500 euro al mese. Su una sola cosa concordiamo con Confindustria: il sistema pensionistico è da riformare. A differenza di Confindustria pensiamo ad una revisione radicale del sistema pubblico che abbia a fondamento una idea di giustizia, di eguaglianza, di recupero della solidarietà generazionale e il miglioramento delle condizioni di vita. Pensiamo che questo nuovo sistema, scaturito da un percorso di confronto rigoroso, debba tenere conto delle novità intervenute nel mercato e nell’organizzazione del lavoro, nella composizione della popolazione, e debba valutare il lavoro in tutte le sue componenti, compreso lo stress. Ogni nostra proposta è sostenuta da conti che presuppongono una gestione previdenziale in equilibrio e nella media europea. Non pensiamo a una riforma per fare cassa, semplicemente perché non ce ne è bisogno. Partiamo dai conti e da cosa è accaduto dal 1995 ad oggi. La riforma Dini fu fatta sulla base di una serie di previsioni: sulla composizione della popolazione, sul suo invecchiamento, sulla composizione della forza lavoro, sul rapporto tra lavoratori dipendenti e popolazione e tra spesa previdenziale e Pil Oggi possiamo dire che quelle previsioni si sono rivelate sbagliate. Un esempio per tutti: non era stato calcolato l’enorme (e ancora in parte da venire) impatto dell’immigrazione sia sull’età della popolazione e sulla composizione della forza lavoro, che sulle entrate dell’Inps: tra regolarizzazioni, emersione dal nero e nuovi arrivi, nei prossimi cinque anni è previsto oltre un milione e mezzo di nuovi lavoratori. Non era stato calcolato l’effetto sull’entità dei contributi versati di una seria politica di lotta al lavoro nero: basta guardare a cosa hanno portato le recenti, seppur lievi, misure del governo nel settore edile. C’è un altro dato che rende la situazione odierna assai diversa rispetto al 1995: allora il sistema economico del nostro paese era in declino mentre oggi, pur con molte contraddizioni (la disparità tra Nord e Sud, ad esempio), siamo in una fase economica di crescita. Questi sono fenomeni che cambiano i “fondamentali” anche di un sistema previdenziale. Vogliamo ragionare, dati alla mano, di come si sta modificando l’impresa perché, ad esempio, dopo gli anni della frammentazione e del “piccolo sempre più piccolo” fino al lavoro nero, oggi assistiamo a importanti fenomeni di ricomposizione che potrebbero produrre una riduzione dell’evasione contributiva. Mentre dobbiamo aiutare le imprese che scelgono di ingrandirsi, di aumentare il numero dei dipendenti, di investire in ricerca e innovazione, dobbiamo sapere che fusioni e acquisizioni si traducono anche in sovrapposizione di funzioni e generano esuberi. Anche per questo risulta insostenibile la tesi di chi, associazioni datoriali in testa, continua a promuovere il prolungamento obbligatorio dell’età lavorativa come necessità fisiologica dell’impresa. Come spiegano i vertici di Confindustria la stridente contraddizione tra la pressante richiesta di aumentare gli anni di lavoro e il sistematico ricorso ai prepensionamenti, ossia alle mobilità lunghe finanziate dallo stato (la Finanziaria ne prevede 6.000 contro i 10.000 proposti dalle imprese, ma saranno molti di più, basta pensare alle ristrutturazioni del sistema bancario e di Alitalia)? Gli imprenditori come possono, ad ogni ristrutturazione, espellere lavoratori tra i 50 e 60 anni e, contemporaneamente, sostenere che dovremmo lavorare tutti fino a 70 anni? E’ evidente che le due cose non si tengono. Così come è evidente che per Confindustria l’allungamento del periodo di permanenza obbligatoria al lavoro non è che un passaggio per arrivare ad affrontare e risolvere il nodo finale: il libero licenziamento. Così l’impresa, dopo aver deciso quanto dobbiamo restare al lavoro, potrà decidere arbitrariamente chi allontanare dalle aziende e quando. C’è questo, infatti, dietro all’insistenza confindustriale di ritoccare il sistema e tagliare le pensioni, assieme alla necessità di riunificare dietro una parola d’ordine il proprio fronte, di risolvere una crisi di rappresentanza ormai evidente, di costringere il governo a rompere con la propria base sociale. Così la vicenda pensioni assume un valore simbolico, come simbolica fu la battaglia per cancellare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori in nome della competitività. Perdendo quella battaglia il governo Berlusconi iniziò la sua parabola discendente. Noi crediamo che l’attuale governo non possa compiere lo stesso errore del precedente, non solo per una questione di giustizia, ma anche perché vogliamo che duri e che compia interventi seri e che guardano in prospettiva. Torno alla nostra proposta di riforma complessiva del sistema pensionistico. Abbiamo detto che il criterio contributivo introdotto dalle modifiche del 1995 ha ridotto pesantemente i redditi da pensione pubblica. Senza rimetterlo in discussione, come possiamo garantire una pensione dignitosa a quei lavoratori che percepiranno meno del 50% dell’ultimo salario? Alcuni hanno la risposta pronta: sommando al reddito pubblico quello che deriva dalla previdenza complementare. E’ una risposta sbagliata, perchè non tiene conto della realtà: quella dei milioni di lavoratori (in particolare donne) con un basso salario o con impieghi intermittenti che non riescono ad accumulare risparmi da immettere nei fondi integrativi. Allora dobbiamo pensare a un trattamento pubblico che garantisca a questi lavoratori, al termine della loro attività, una esistenza dignitosa. C’è poi una questione di genere da affrontare. Sono pochissime, infatti, le donne che riescono a maturare la pensione di anzianità e quelle che percepiscono la pensione di vecchiaia hanno una rendita decisamente inferiore a quella degli uomini. Abbiamo in mente un meccanismo che restituisca al sistema pubblico una finalità solidaristica, attenui gli effetti negativi del contributivo, rappresenti un elemento unificante tra lavoro stabile e lavoro intermittente. Come?

1. La prima tappa è quella dell’abolizione di tutte le modifiche apportate dal governo Berlusconi alla legge Dini, a partire dallo scalone del 2008, e la rivalutazione delle pensioni minime. Le risorse per riportare a 57 anni l’età in cui si può accedere alla pensione con 35 anni di contributi (a maggior ragione per quanto riguarda operai, turnisti e chi svolge lavori stressanti) sono individuabili nelle entrate previste. A proposito dei “benefici” per le casse dello stato e del mantenimento dello scalone, sulla stampa sono apparse cifre stravaganti (9 miliardi di euro) che non tengono conto della rivalutazione delle pensioni di chi viene tenuto al lavoro tre anni in più. La somma algebrica tra il risparmio che deriva dal mantenere al lavoro una persona tre anni in più e il costo della rivalutazione della sua pensione per tutta la vita, se consideriamo un arco di dodici, quindici anni è pari a zero. Comunque sia, l’abolizione dello scalone era uno dei punti del programma con cui l’Unione si è proposta agli elettori e la parola data si deve mantenere, altrimenti tutto perde di valore. C’è poi un dato, a cui nessuno fa mai riferimento: quello delle migliaia di lavoratori precoci che, a 57 anni di età, hanno già maturato più di 35 anni di contributi. Anche questa situazione potrebbe essere risolta dalla formula “quota 92” (età più anzianità).

2. Non vogliamo eludere la questione attorno cui, fino ad oggi, ha ruotato la discussione sulla revisione del sistema pensionistico: quella dell’età. A questo proposito, senza aumentare il limite di età obbligatorio di permanenza al lavoro e rifiutando qualunque forma di disincentivo, noi siamo per rimettere nelle mani dei lavoratori la possibilità di scegliere di restare in attività anche dopo aver raggiunto la soglia della pensione attraverso seri incentivi.Vogliamo che la possibilità di scegliere sia reale e non fittizia, ecco perché sosteniamo che l’ammontare della pensione debba essere adeguato al costo della vita e riparametrato in rapporto agli andamenti contrattuali. In caso contrario, a pensioni da fame corrisponderebbe un innalzamento obbligatorio anche se non dichiarato dell’età pensionabile. Nel sistema contributivo proponiamo la reintroduzione della flessibilità di accesso al diritto per la pensione previsto per la Dini e per gli operai, i turnisti (pubblici e privati) e chi svolge attività stressanti una riduzione di almeno due anni dell’età per accedere alla rendita pensionistica. Non ha senso, infatti, continuare a parlare per “medie”: cosa significa, ad esempio, “allungamento medio della vita”? Che se chi fa un lavoro intellettuale campa 100 anni e chi fa un lavoro nocivo vive 50 anni tutti arrivano a 75 anni? Vogliamo assumere i dati reali sull’aspettativa di vita almeno per grandi categorie. Un capitolo legislativo specifico va aperto per coloro che hanno lavorato a contatto con l’amianto.

3. Per quanto riguarda la rendita pensionistica, proponiamo che la pensione pubblica con il sistema contributivo porti ad un tasso di sostituzione della retribuzione tra il 65% e il 70%, a cui si aggiungerà eventualmente la previdenza complementare. Per questo è necessario aumentare, e non certo diminuire come alcuni stanno chiedendo, i coefficienti di trasformazione. Oltre alla rivalutazione delle pensioni in essere, proponiamo una pensione di soglia minima di circa 600 euro rivalutabili, al compimento dell’età pensionabile per chi ha almeno 15 anni di contributi versati, e un rendimento di soglia minima per gli anni successivi. Per quanto riguarda i lavoratori immigrati che decidono di tornare al paese di origine dovranno essere stipulati accordi particolari con gli stati di provenienza, sulla base dell’esperienza degli emigrati italiani all’estero, o stabilite forme di liquidazione del capitale versato.

4. Non si risalderà la rottura generazionale prodotta senza un intervento di copertura dei “buchi” contributivi dei lavoratori precari e la possibilità di riunificare i contributi versati al fondo dei collaboratori con quelli del fondo dei lavoratori dipendenti. Questa operazione si deve intrecciare alla revisione delle norme sul mercato del lavoro perché il lavoro stabile, ossia quello a tempo indeterminato, torni ad essere la forma di lavoro per eccellenza.

5. Resta il problema dei lavoratori espulsi anzitempo dalle imprese. Ritrovarsi a 50 anni senza un impiego è umiliante per i lavoratori, rappresenta un spreco sotto il profilo della perdita di professionalità, ma comporta anche un costo ingente per lo stato. Oltre il singolo lavoratore, è la collettività che paga il prezzo delle infinite mobilità lunghe e delle cassa integrazioni. Per quanto riguarda le prossime ristrutturazioni, l’obiettivo dovrà essere un piano sociale specifico (che coinvolga istituzioni e parti sociali) che preveda la ricollocazione di questi lavoratori all’interno del territorio attraverso percorsi formativi e forti incentivi alle imprese che li assumono, favorendo la mobilità da posto a posto di lavoro fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Riportare al lavoro chi non ha ancora diritto alla pensione, oltre ad essere una questione di civiltà, rappresenterebbe anche una forma di risparmio per lo stato.

6. Non vogliamo sottovalutare la solitudine che molti provano al termine della loro esistenza lavorativa, quando di colpo il “saper fare” viene sostituito dal senso di inutilità, quando all’andare in pensione corrisponde la perdita di rapporti sociali e di identità, soprattutto laddove è forte la cultura del lavoro. Per evitare che queste situazioni si trasformino in drammi e disgregazione sociale dobbiamo sperimentare forme di lavoro, anche di poche ore, a favore della collettività che permettano a chi non vuole restare inoperoso di svolgere attività utili attraverso un servizio sociale volontario per gli anziani.

7. L’unificazione degli enti pubblici è l’operazione di razionalizzazione più importante che proponiamo. Mentre la separazione tra previdenza e assistenza renderebbe assai più trasparenti i bilanci. I fondi pensione di singole categorie che sono entrati nell’Inps con una forte disparità tra contributi versati e pensioni erogate (vale per tutti la vicenda della cassa dei dirigenti) devono trovare un nuovo equilibrio, mentre devono essere gradualmente parificati i contributi versati da tutte le altre categorie. Proponiamo di applicare lo stesso criterio della fiscalità sugli studi di settore e di trasformare in reato penale l’evasione contributiva. Questo, unito alla lotta stringente per la regolarizzazione del lavoro sommerso, consentirà allo stato di reperire miliardi di euro. Queste operazioni andranno realizzate entro la fine del 2007 in modo da poter avviare entro il 2009 una seria verifica dei risultati che hanno prodotto. Secondo le nostre previsioni dagli interventi emergerà un equilibrio nella gestione dei fondi che permetterà una seria discussione sulla riduzione a favore dei lavoratori di 2, 3 punti in percentuale dei contributi versati (oggi per il fondo lavoratori dipendenti i contributi versati da imprese e lavoratori sono pari al 33%).

8. Crediamo che la pensione integrativa debba diventare una libera scelta dei lavoratori, compresi i lavoratori del pubblico impiego cui va estesa la possibilità di accesso. In questi mesi i lavoratori sono chiamati a decidere sulla destinazione del proprio Tfr. Noi proponiamo che possa essere indirizzato anche all’Inps per l’integrazione della pensione pubblica o a un fondo integrativo gestito dall’ente pubblico. Va in questo senso la battaglia che abbiamo condotto in Parlamento durante la discussione della manovra finanziaria, finanziaria che impegna il governo a dare all’Inps un ruolo nella gestione dei fondi integrativi.

Queste sono le linee guida della nostra proposta. Oltre ai contenuti abbiamo in mente anche un metodo per tradurla nel concreto. Ferma restando l’immediata applicazione di quanto scritto nel programma dell’Unione, il governo deve concordare con le parti sociali una agenda dei temi, dei tempi e dei percorsi partecipativi per mettere a punto una riforma complessiva del sistema che regga nel tempo e sia condivisa dalle lavoratrici e dai lavoratori.

* Pubblichiamo l’intervento redatto in occasione di un recente Convegno organizzato sull’argomento dal Partito della Rifondazione Comunista