Piemonte: un accordo possibile

*Comitato Politico Regionale PRC Piemonte

L’appuntamento elettorale per il rinnovo dei consigli regionali che si terrà il 27-28 Marzo 2010, ha chiamato la neo nata Federazione della sinistra ad affrontare la questione degli accordi elettorali, e più in generale della politica delle alleanze, in un quadro generale tutt’altro che semplice e definito, schiacciata tra la possibilità di rischiare un altra esclusione sul terreno della rappresentanza istituzionale (dopo quando accaduto sia alle elezioni Politiche che a quelle Europee) in una possibile corsa solitaria e la difficile interlocuzione programmatica con le altre forze del centrosinistra, a partire dal Partito Democratico.
In questa difficile condizione, vissuta all’interno di un contesto politico che segna l’ affermazione quando non l’ avanzata delle forze della destra, dentro ad una crisi economica che pesa profondamente sul tessuto sociale più debole del Paese, si corre il rischio di assumere, con decisioni avventate figlie di analisi insensate della società italiana, alcune posizioni politiche decisamente disastrose quale per esempio quella del sostegno alla candidata Radicale Emma Bonino nel Lazio, con la conseguente degenerazione ed involuzione in peggio del rapporto tra le forze comuniste e quello che una volta veniva definito “il blocco sociale di riferimento”.

Ma su questo meglio di me ha già detto il compagno Giannini in un articolo precedentemente pubblicato.
In Piemonte abbiamo provato ad indicare un’altra strada, figlia di una riflessione e di una analisi che, come area dell’Ernesto, abbiamo posto alla discussione sia all’interno del Prc che al Pdci: in un Paese a capitalismo avanzato quale il nostro (ma credo che lo stesso ragionamento valga anche per gli altri) è possibile un accordo organico di governo, politico e programmatico, degli enti locali piuttosto che dell’esecutivo nazionale, con le forze che fanno riferimento al centro sinistra?
Io credo di no, pena l’accettazione di politiche (la dico così per brevità) liberiste che in molti casi, dalla sanità all’ambiente, dall’energia ai rifiuti, dalla casa al lavoro, dalle grandi opere ai trasporti, dalla scuola alla ricerca, contrastano con le reali necessità dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani e degli anziani, insomma delle fasce più deboli della popolazione, del nostro popolo.
Anche perché, inutile nasconderlo, la capacità di poter condizionare questo tipo di impianto di governo con politiche di sinistra, data la condizione reale dei rapporti di forza oggi presenti nella società e della scarsa rappresentatività dei comunisti e della sinistra di alternativa, è pressoché nulla.
In Piemonte poi, la condizione data è ulteriormente peggiorata a causa della scelta del PD in primis, sostenuta dall’intera coalizione e dalla sua stessa candidata a Presidente Mercedes Bresso, di allacciare un rapporto di governo organico con l’UDC di Casini, che in questa Regione vuol dire l’affermazione di personale politico che chiede esplicitamente (ed ottiene) di poter metter le mani sulla privatizzazione del sistema sanitario regionale, sino ad oggi gestito con impronta invece “pubblica” proprio da due Assessori appartenenti all’area comunista, di aumentare il sostegno economico alle scuole private e cattoliche, di imprimere un accelerazione alle grandi opere infrastrutturali a cominciare dalla TAV e via di questo passo, oltre naturalmente a rivendicare l’esclusione a priori di un accordo sia con il PRC che con il PDCI.
E allora l’alternativa è forse quella di un posizionamento isolato su una sorta di Aventino che probabilmente salvaguarderebbe la nostra “purezza ideologica e politica”, ma consentirebbe ancor più l’affermazione delle destre più reazionarie e populiste presenti in Italia, allontanandoci maggiormente da quel senso comune che chiede comunque l’unità delle forze progressiste e democratiche per battere la destra? No, anche in questo caso credo che si commetterebbe un ulteriore errore.
Partendo da questa analisi e riprendendo l’assunto anche storico secondo cui la linea dell’unità delle forze di sinistra e democratiche, delle forze antifasciste e del cambiamento, segna da sempre la cultura profonda dei comunisti, abbiamo indicato alle forze della Federazione della sinistra un percorso che, alla luce del sole e nella massima chiarezza, senza pasticci, consenta di provare a raggiungere l’obbiettivo di impedire che la destra, ed in questo caso la sua parte peggiore, quella più xenofoba e razzista rappresentata dalla Lega conquisti il Piemonte, marchi il dissenso delle forze comuniste rispetto ad un programma di governo che, per quanto dicevo prima, assume una “torsione al centro quando non a destra” nei suoi cardini principali, peggiorativi di un percorso che già di per sé, nei cinque anni di governo che ci aveva visti pienamente partecipi, andava analizzato con grandi punti di critica rispetto a quanto fatto, e contemporaneamente ci consenta di mantenere una rappresentanza istituzionale in Consiglio Regionale, autonoma programmaticamente e senza vincoli di governo, che permetta di “tenere aperto” un microfono sulle questioni di fondo che caratterizzano un progetto diverso ed alternativo di società, tipo la costruzione di politiche contro le delocalizzazioni, reddito minimo sociale, rafforzamento della sanità pubblica, contrarietà al nucleare, piano per il rafforzamento del trasporto locale e dei pendolari, contrarietà alla Tav e alle grandi opere inutili e dannose.
Insomma un accordo tecnico-elettorale che ci consenta di attraversare il guado, frenare l’avanzata della Lega al Nord che, se sfondasse anche in Piemonte dopo la Lombardia ed il Veneto, conquisterebbe quasi tutto il pezzo produttivo del settentrione con l’innesco in un percorso pericolosissimo anche sul piano della tenuta democratica e sociale, e provare a farci ripartire.
Azzarderei a collocare questa scelta esattamente nel solco dell’ Autonomia e dell’Unità.
Va detto per onestà che questo accordo, poi raggiunto, è stato possibile più per volontà della Presidente Bresso (alla quale servono anche i nostri pochi voti per battere una destra in crescita elettorale anche in Piemonte) che non per convinzione dei gruppi dirigenti soprattutto del PRC, approcciatisi inizialmente ad un confronto che rivendicava la possibilità di segnare la continuità dell’esperienza di governo appena conclusasi, anche con un po’ di ambiguità sulla “questione UDC”, mentre il PDCI sembrava più convinto nel segnare un sostegno alla nostra posizione.
Alla resa dei conti comunque, oggi è su questo impianto che si misura l’accordo tra la sinistra comunista, il centro sinistra e la candidata a Presidente che, lo dico con chiarezza, è personalità certamente moderata, riformista e laica, rappresentante di interessi legati ai cosiddetti poteri forti, lontana dalla nostra storia, ma sicuramente espressione di una cultura democratica con la quale, pur nel conflitto e nello scontro, si può provare a confrontarsi. Insomma, La Bresso e la Bonino non sono la stessa cosa.
Credo che quanto raggiunto in materia di accordi e di alleanza in Piemonte sia il punto più alto possibile per noi, naturalmente alla luce del “QUI e ORA”; su questa strada, che tra le altre cose costruisce un punto di mediazione tra le diverse spinte filo istituzionali da una parte e un po’ massimaliste e settarie dall’altra, possiamo provare ad insistere anche per il percorso della costruzione di una politica in tema di strategia delle alleanze che guarda al progetto, per me imprescindibile, dell’unità dei comunisti.

Stefano Barbieri