Piazza Fontana e dintorni…

*Docente di Storia e Filosofia nei licei

“Le bombe non esplosero soltanto nella banca o All’altare della Patria; schegge non marginali piovvero, nella stessa logica e nello stesso disegno degli attentati, sulle carte del processo, nelle stanze di questura e tribunali, nei centri di potere politico ed economico, nelle redazioni dei giornali” [N. Magrone, Ti ricordi di piazza Fontana? (venti anni di sto – ria contemporanea nelle pagine di un processo). Ed.“dall’INTERNO”, Bari, 1986, p. XI].

Ci sono tanti buchi neri nella storia del dopoguerra e un filo nero sembra legare avvenimenti che, letti con la dovuta distanza storica e non con le lenti deformanti della contemporaneità, a distanza di 60 anni emergono dal chiaroscuro della “indicibilità” della ragion di stato assumendo il giusto colore ed i contorni di uno scheletro che sorregge la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ma che dové muovere i primi passi nel clima della “guerra fredda”. Sul nostro suolo, dove si svolse una silenziosa partita a scacchi tra Usa e Urss, si allungavano sempre di più le lunghe mani degli Usa, questo “convitato di pietra” che da lontano sarà l’oscuro regista di molte vicende della nostra storia, non ancora chiarite a distanza di 60 anni. Nella lunga notte del Medio Evo della nostra Repubblica occuparono la scena gnomi, sciacalli, pantegane, coccodrilli che all’occorrenza versarono lacrime di circostanza, uomini del servizio segreto, interi apparati dello stato, servitori infedeli dello stato, pezzi di magistratura, manovalanza, oltre che colletti bianchi seduti nei consigli di amministrazione del pubblico e del privato, fanti e lestofanti che avevano sloggiato alfieri e cavalieri della Resistenza italiana.

“LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI”

Piazza Fontana fu definita “la madre di tutte le stragi”, perché inaugurò una lunga stagione di sangue, inserita in quella che l’Observer battezzò col nome di “strategia della tensione”. Lo scenario in cui si svolse quella tragedia era quello delle grandi passioni civili e politiche e di grandi sconvolgimenti. La classe dominante ebbe paura di quel grande canto popolare che da nord a sud si levò alla fine degli anni ’60 in tutta Italia e, per paura di pagare un conto troppo salato, pianificò le stragi e la paura, al fine di “normalizzare” il paese e di portare ordine nelle piazze, fabbriche, campagne, università, attraversate da operai, studenti, contadini, braccianti, uniti nella lotta per richiedere e difendere i loro diritti calpestati, e animati dal “grande sogno” di una società senza sfruttamento e oppressione. La strage di piazza Fontana doveva servire a stabilizzare il quadro politico e sociale dopo il biennio tumultuoso degli anni ‘60, seminando la paura per paralizzare il popolo italiano attraverso uno stato emergenziale che mettesse sotto chiave la società, soffocando le spinte legittime alla emancipazione che dal basso si muovevano. La verità non venne mai a galla, perché chi tentò di portarla alla luce, si trovò tra le mani soltanto tessere sparpagliate di un mosaico incompleto e di fronte l’enigma sempre risorgente di una muta sfinge. Allora l’esecutivo provocò una sorta di ostruzione istituzionale, condizionando pesantemente la magistratura, divenuta, come si disse, un “porto delle nebbie”, con depistaggi, complicità, deviazioni, e altre stragi ancora, dando corpo a poteri invisibili, spiando uomini politici e comuni. Il 6 ottobre 2006 a Bari, alla Camera di commercio, si tenne un convegno dal titolo “La memoria condivisa”, per ricordare le stragi che hanno attraversato i sessant’anni della repubblica italiana. Il nome di Piazza Fontana aleggiava nella sala come un fantasma imbarazzante, qualcuno vi accennò semplicemente (molto invece fu detto di Brescia e di Bologna), per una specie di autocensura che i convegnisti si imposero. Solo il giudice Libero Mancuso ne parlò diffusamente, istituendo un legame con Portella della Ginestra, che anche Macaluso, dalle pagine dell’Unità del 3 agosto 1985, aveva suggerito: le classi dirigenti, nel 1947 come nel 1969, si presentavano col volto più brutale, usavano mafia, banditismo, terrorismo e apparati dello Stato per esercitare il loro dominio.

PORTELLA DELLA GINESTRA

A Portella, in provincia di Palermo, il 1° maggio 1947 si festeggiava sul prato la festa del lavoro e la vittoria della sinistra che per la prima volta (la cosa non avvenne più in seguito) aveva vinto le elezioni. Qualcuno sparò e fu strage (11 morti, tra cui bambini e ragazzi, 56 feriti). Il sangue dei caduti si mescolò al rosso delle bandiere e al tripudio dei papaveri rossi che contendevano il terreno al grano della terra del latifondo, irrorata da secoli dal sudore dei braccianti meridionali. La banda Giuliano fu incolpata di essere l’autrice della strage. Pisciotta, cognato di Giuliano, confessò in carcere al suo compagno di cella le complicità del ministro degli interni Scelba – quello che, come diceva una celebre canzone popolare, “prima spara sulla folla e poi prega il Padreterno”- e della DC. A Montelepre i banditi avrebbero dovuto sparare sui comunisti in cambio dell’immunità. L’uso della delinquenza nella lotta politica era stato legittimato dagli anglo- americani che nello sbarco in Sicilia (1943) avevano usufruito dell’aiuto mafioso. Il “grande” don Calogero Vizzini fu nominato sindaco di Villalta e così altri mafiosi eletti nelle liste DC. Dopo la fine della guerra, mafia e banditi appoggiarono il separatismo siciliano che voleva fare della Sicilia la quarantanovesima stella degli Usa. I latifondisti foraggiarono l’EVIS (esercito volontari per l’indipendenza) che propugnava la lotta armata contro lo Stato. Documenti e ricostruzioni storiche recenti [cfr. N. Tranfaglia, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani 1943-1947, Bompiani, Milano, 2004] attribuiscono almeno parte della responsabilità della strage al gruppo di lanciagranate della X Mas di J. Valerio Borghese (nel 1945 condannato a morte dal CLNAI), fascista della prima ora, repubblichino, salvato da monsignor Montini (futuro papa Paolo VI), dai servizi segreti del Vaticano di Pio XII, formidabile crociato anticomunista, e dai servizi segreti americani. Egli era anche un collaboratore del presidente americano Truman (quello della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki) che voleva intervenire in Italia ed in ogni nazione dove ci fosse un pericolo comunista. Il processo di Portella fu trasportato da una parte all’altra dell’Italia. Grazie all’apertura degli archivi Usa, abbiamo saputo perché gli agrari, i massoni, i servizi segreti americani ed italiani si erano alleati.

IL CONVITATO DI PIETRA

Mentre l’assemblea costituente è in piena attività per gettare le basi istituzionali del nuovo stato per la cui creazione la resistenza antifascista ha svolto un ruolo essenziale, gli agenti Usa lavorano per creare una struttura politica e militare occulta in funzione antisovietica e anticomunista (“stay-behind”, si potrebbe dire quasi letteralmente “alle spalle del popolo italiano”), di cui una parte si organizzerà e articolerà come “Gladio” (resa pubblica – e disciolta per ordine del governo – solo nel 1990, a guerra fredda vinta dagli USA e dalla NATO). Così nasceva la nostra Repubblica. Il padrino occulto che la tiene a battesimo è questo “convitato di pietra” (gli Usa) che agirà potentemente nella nostra storia in diverse occasioni. Ai primi di gennaio 1947 De Gasperi vola negli Usa a prendere ordini da un padrone che usa il ricatto alimentare del piano Marshall. Contemporaneamente a Palazzo Barberini avviene la scissione del Psi e nasce il Psli di Saragat, finisce la “coabitazione forzata” (primavera ’47) con l’estromissione dei comunisti dal governo. Dopo l’attentato a Togliatti nel luglio ’48 viene rotta l’ unità sindacale e nasce la Cisl con denaro americano. Nel ’49 c’è l’adesione dell’Italia alla Nato, nel 1962 la strana morte di Mattei, nel ’64 il Piano Solo, nel 1969 Piazza Fontana. Più tardi la P2 di Licio Gelli… Il tentato golpe del generale De Lorenzo, il Piano Solo (chiamato così perché lo avrebbero attuato solo i carabinieri) era la punta di iceberg del lavoro sotterraneo dei servizi segreti delle forze armate, che volevano destabilizzare la vita italiana, creando un clima di tensione e di sospetti e bloccare l’avanzata del movimento operaio. Ve n n e creata allora una brigata meccanizzata sotto l’ombrello protettivo della Cia e degli Usa. Le basi della Gladio diventavano il rifugio per i neofascisti e quelle della Sardegna (una Guantanamo ante litteram) la base per rinchiudere dirigenti politici, sindacalisti, intellettuali quando fosse scoccata l’ora X del Piano Solo. Sarebbero state occupate sedi di partito, centrali telefoniche e telegrafiche, Rai-Tv e si sarebbe formato un governo di destra.

IL ’68 E L’AUTUNNO CALDO

Già nell’autunno-inverno del ’67 e poi nel secondo biennio rosso italiano le università e le fabbriche sono in fermento, entrano in campo nuove soggettività come le donne, vengono richiesti nuovi diritti civili (divorzio, aborto, obiezioni di coscienza), si mettono in discussione gli universi concentrazionari dei manicomi e delle carceri. Il ’68 si chiude coi morti di Avola. Le lotte studentesche già nel ’68 si saldano con quelle operaie (Porto Marghera, Fiat, Pirelli). Si sciopera per rinnovare i contratti di lavoro collettivi, per la casa, per le riforme. Il terremoto chiamato autunno caldo ha come epicentro il conflitto e le trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, ma si irradia in una richiesta più generale di mutamento dei rapporti di forza nella fabbrica e nella società. Il “pericolo rosso” agita i sogni borghesi. I quotidiani diventano la cassa di risonanza di chi vuole il ripristino dell’ordine pubblico ed un governo forte contro l’estrema sinistra. Qualcuno guarda alla vicina Grecia, dove dal ’67 i colonnelli sono al potere, con l’appoggio del padrino americano. Pochi giorni prima di Piazza Fontana, il Guardian e l’Observer pubblicano un documento segreto sui preparativi di un golpe in Italia da parte dei militari aiutati dai colonnelli greci. Proprio il 12 dicembre 1969, la Grecia dei colonnelli è costretta a ritirarsi dal Consiglio d’Europa per violazione dei diritti dell’uomo e della libertà (art. 3 dello statuto). Ma il 12 dicembre è giornata di altre coincidenze. Il presidente della Confindustria Costa manda al presidente della Repubblica Saragat un telegramma: l’industria italiana “segue con viva preoccupazione l’iter legislativo dello statuto dei diritti dei lavoratori, poiché la libertà e autonomia della conduzione aziendale, costituzionalmente sancite, possono essere messe in discussione da scelte politiche che potrebbero avere effetti esiziali per il progresso economico del paese” (Clara Zagaria, “La strage sulle pagine dei giornali, una verità impossibile ma evidente”, nel già citato vol. I di Ti ricordi di piazza Fontana?). Lo Statuto dei lavoratori era stato approvato dal senato nel novembre ’69 (passerà alla camera nel maggio ’70). È una delle conquiste più significative del movimento operaio e mette in discussione il modello di relazioni industriali del padronato italiano, sancendo tutele dagli atti discriminatori e dai metodi vessatori, (perquisizioni, vigilanza di guardia armata, televisioni di controllo, visite fiscali del medico di fabbrica, indagini sulle opinioni dei lavoratori) e una serie di diritti (tra cui quello di assemblea, permessi retribuiti per gli attivisti). Ma soprattutto, quell’articolo 18 sulla giusta causa del licenziamento che – anche se non esteso alle imprese sotto i 15 dipendenti – toglie al padronato una formidabile arma di ricatto. Non a caso Confindustria è molto preoccupata e tentata di percorrere la strada del sovversivismo delle classi dominanti che tanta parte ha avuto nella storia del nostro paese (e non a caso il governo Berlusconi bis ha tentato di cancellarlo).

LA “STRAGE DI STATO”

Per arrestare il fiume in piena dell’autunno caldo si ricorre alle bombe di Piazza Fontana. Contemporaneamente scoppiano due bombe a Roma, all’Altare della Patria e alla BNL. Governo e grande stampa accusano immediatamente l’estrema sinistra. La sera stessa del 12 viene arrestato l’anarchico Pinelli. Trattenuto in questura, il 15 dicembre “precipita” misteriosamente dal quarto piano della finestra e muore: “suicida”, nella prima versione ufficiale. L’inchiesta sulla sua morte, riaperta su richiesta della sua compagna Licia, sarà definitivamente archiviata nel 1975 con l’ipotesi cervellotica del “malore attivo”. Il tassista Rolandi (poi morto in circostanze misteriose) riconosce nell’anarchico Pietro Valpreda l’uomo portato in taxi il 12 dicembre sul luogo della strage. Così, nel giro di qualche giorno, il cerchio sembra chiudersi col teorema secondo cui chi manifesta nelle piazze e sciopera “a gatto selvaggio” è lo stesso che mette le bombe a massacrare onesti cittadini. Il “mostro” è sbattuto in prima pagina e consegnato alla gogna mediatica televisiva da Bruno Vespa. Mario Cervi sul Corriere della sera del 17 dicembre insiste sulla menomazione fisica di Valpreda, (che impedisce lui, ballerino, nelle gambe), alludendo al fatto che poteva aver avuto motivi per nutrire una cieca e irrazionale avversione per l’umanità intera. Ma l’Italia, a 25 anni dalla Resistenza, ha forti anticorpi democratici. Camilla Cederna dalle pagine de l’Espresso guida una campagna di stampa pro Valpreda, mettendo in luce le contraddizioni di Rolandi. E, soprattutto, svolge un ruolo fondamentale la controinchiesta «condotta da un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare e iniziata nel periodo in cui, con il pretesto degli attentati del 12 dicembre, si scatenava la caccia all’”estremista di sinistra”» (dall’introduzione a La strage di stato, pubblicata da Samonà e Savelli nel 1970).

I PROCESSI E I DEPISTAGGI

Indebolita la tesi del terrorismo rosso, si percorre quella degli “opposti estremismi”: Merlino (fascista infiltrato nel circolo anarchico), Delle Chiaie (fascista di Avanguardia nazionale) insieme con gli anarchici, tutti uniti da un unico piano eversivo… L’aria diventa sempre più torbida a causa dei continui depistaggi. La filosofia complessiva del processo – dei processi – di Piazza Fontana è quella degli “opposti estremismi” e i fautori del “partito del golpe” vogliono stabilire una continuità e complicità tra l’anarchico Valpreda ed i fascisti Freda e Ventura. Il processo, iniziato nel 1972 a Roma, passa a Milano per incompetenza territoriale e da Milano a Catanzaro per “motivi di ordine pub blico”. Dopo anni e anni e migliaia e migliaia di carte processuali, il tribunale di Catanzaro assolve i principali imputati Franco Freda, Giovanni Ventura, Mario Merlino e Pietro Valpreda. La Corte d’Assise d’appello di Bari conferma la sentenza. Essa – scrive Luigi Pintor (Ma – nifesto 2 agosto 1985) – “è un proclama alla nazione: una istigazione a delinquere generalizzata. La strage è di stato. Non solo politica e morale, ma anche tecnica”. Due anni dopo la Cassazione rigetta il ricorso della procura di Bari e rende definitiva la sentenza.

UN DECENNIO DI STRAGI

Dopo piazza Fontana, questo nuovo battesimo di sangue della nostra Repubblica, l’Italia nel decennio successivo, in cui si sviluppa una grande avanzata del movimento operaio e popolare, è sempre più terreno di caccia dei servizi segreti italiani e americani, e dove, per dirla con Dostojevskij, “tutto è possibile”. Come cinghiali impazziti, i manovali del convitato di pietra continuano a devastare la vigna. A seguire, vi sono la strage di Brescia (1974), quella dell’Italicus (1974), della stazione di Bologna (1980), e gli assassini mirati dei giudici che ficcano troppo il naso negli affari del terrorismo nero e dei suoi padrini di oltre Atlantico: Vittorio Occorsio, il primo magistrato a occuparsi della loggia massonica segreta P2 (ucciso nel 1976) e Mario Amato che indaga sul terrorismo nero (eliminato nel 1980). Tutte stragi e assassinii che come petardi scoppiano uno dopo l’altro, senza tregua. Come in una notte buia illuminata momentaneamente dai fuochi artificiali, per qualche secondo si intravide qualcosa per poi ripiombare nel buio. Schizzi di fango piovvero da tutte le parti insieme alle schegge delle bombe. Diversi anni dopo, il generale Maletti, capo dell’ufficio D del SID dal 1971 al 1975, rilascia un’intervista al quotidiano “La Repubblica” (4 agosto 2000) in cui parla del coinvolgimento della CIA nelle stragi compiute dai gruppi di destra. Essa, che fungeva da “collegamento tra diversi g ruppi di estrema destra italiani e tede – schi”, avrebbe fornito attrezzature ed esplosivo anche per Piazza Fontana allo scopo di creare un clima favorevole ad un colpo di stato simile a quello dei colonnelli greci nel 1967.

UNA COLLANA DI PERLE

Oggi, intorno al collo della ormai sessantenne repubblica italiana, le mani sapienti del convitato di pietra continuano ad infilare perle di una collana di cui ancora non si intravvede il fermaglio che chiuda i due capi. Orwell in 1984 scriveva: “chi controlla il passato controlla il futuro”, descrivendo il Leviatano della macchina che il Grande Fratello costruisce per riscrivere, falsificare, ricostruire documenti, per plasmare il passato alle esigenze politiche di oggi. Ma oggi, c’è ancora qualcuno che ha interesse a depistare, falsificare? Sembrerebbe proprio di sì, visto che molti che allora erano conniventi con gli stragisti o addirittura si sporcarono le mani direttamente, hanno fatto una folgorante carriera ed hanno tutto l’interesse a tenere in apnea la verità. È probabile che essi, per dare prova di fedeltà repubblicana abbiano l’impudenza di commemorare quest’anno questa strage e di portare una corona sul luogo del delitto, ma noi che allora c’eravamo ed abbiamo una memoria di elefante, abbiamo seguito passo passo la loro carriera in questi anni e abbiamo il dovere di ricordare le loro responsabilità alle generazioni che allora non c’erano. Per dare pace a quei morti che ancora a distanza di quarant’ anni chiedono giustizia, c’è bisogno che Orfeo scenda di nuovo all’Ade per portare sulla terra Euridice che morì per colpa del serpente, le cui uova furono messe alla Banca dell’Agricoltura, il 12 dicembre 1969, a Milano e che l’acqua del fiume Lete non cancelli la nostra memoria. Soltanto così potremo impedire al convitato di pietra di infilare ancora qualche perla nel filo della storia italiana e potremo saldare i due capi della sua collana. Ammoniva Franco Fortini: “Non solo quelle vittime, ma tutto il passato/può parlare solo a condizione che noi/ gli diamo da bere il nostro sangue/ come avviene nell’oltretomba dei miti antichi/ […] Possiamo imparare qualcosa dallo ieri/ solo nell’esatta misura in cui/desideriamo un domani” (“Le vetrine di Auschwitz”). Come l’Angelus novus di P. Klee che ha due facce, una rivolta al passato e l’altra al futuro, abbiamo il dovere di guardare al passato per costruire la “futura umanità”.