Piano Fiat: licenziamenti di massa

Parlare di piano industriale per l’uscita dalla crisi, esaminando il documento presentato dalla Fiat, non è solo un errore. In realtà è un falso. Quello presentato dalla casa automobilistica di Torino, infatti, non prevede alcun rilancio, bensì un vero e proprio ridimensionamento del Gruppo e non solo in termini occupazionali. Unicamente per meno della metà degli 8100 operai e operaie che l’azienda ha chiesto di collocare in cassa integrazione a zero ore è ipotizzabile, e non garantito, il rientro.
La verità è che al tavolo degli incontri che nei giorni scorsi si sono svolti a diversi livelli, con il Governo, con le Regioni, con il Comune di Torino, e i non incontri con le istituzioni regionali siciliane, è sempre mancato l’interlocutore principale: General Motors.
Le discussioni che si sono svolte non sono state altro che una semplice informativa di Fiat agli interlocutori che di volta in volta si è trovata dinnanzi. Non c’è stato spazio per un vero e proprio confronto né – tanto meno – per una trattativa incessantemente sollecitata dai sindacati. Questi incontri, da tempo avrebbero dovuto far capire che i margini di manovra della Fiat rispetto al suo piano sono del tutto inesistenti. In effetti, quando si parla con la Fiat, si parla con un intermediario, il quale non ha nessuna possibilità di modificare ciò che ha dovuto concordare con la General Motors. Ed è evidente che l’Azienda non ha alcun interesse alla trattativa, né a trovare soluzioni alla sua crisi che si discostino da quanto da lei prospettato. Ed infatti, come da ultimo ricordato sia dal Ministro Maroni che dal dottor Barberis responsabile del settore industria del Gruppo, il problema non è quello di reperire risorse da investire in ricerca e innovazione, vera unica strada da percorrere per per cercare di tornare ad essere competitiva. Il problema per la Fiat è solo quello di convincere i propri interlocutori, a partire dalle banche, della bontà del suo piano e, contemporaneamente, far accettare in qualche modo l’attuale feroce ristrutturazione che è già iniziata con i licenziamenti, che appaiano fin da ora di massa. E a ben guardare, per lavoratrici e lavoratori oltre al danno anche la beffa! Non solo devono subire cassa integrazione e licenziamenti, ma devono anche essere d’accordo e farsi carico di portare al 90% della produzione gli stabilimenti che rimarranno aperti.
Quindi, in sintesi, da un lato licenziamenti, dall’altro intensificazione dei turni e delle prestazioni di lavoro, al fine di permettere alla famiglia Agnelli di mantenere i suoi impegni con la GM. Per quanto si possa essere “generosi e comprensivi” che tutto ciò lo si faccia per la famiglia Agnelli, unica responsabile dell’attuale situazione, ovviamente con molti corresponsabili, appare una cosa la cui immoralità, oltre che inutilità, è del tutto evidente. Ed è altrettanto evidente che se una via d’uscita è possibile, questa è racchiusa nella capacità degli operai e delle operaie di costringere l’azienda ad una trattativa reale e non fittizia.
Ma esiste un altro grave limite che fin ora ha inficiato la possibilità di trovare una soluzione reale a questa gravissima crisi. Quello che occorre affrontare non è solamente e, sia pure cosa così importante, un problema occupazionale. Quella che va affrontata è la questione di quale sviluppo e quindi di quale politica industriale per il nostro Paese. Le domande alle quali, prima di tutto ma non solo, il Governo dovrebbe provare a rispondere, sono fondamentalmente tre: 1) per l’Italia avere un settore automobilistico in grado di allearsi con un patner internazionale, sia esso GM o altri, è strategico oppure sarà sufficiente farsi ristrutturare e integrare? 2) il settore industriale dell’auto non è un settore obsoleto, bensì è in una fase di gigantesca trasformazione in tutto il mondo, dato che si tratta di una innovazione tecnologica che richiede la fine dell’uso dei prodotti dei combustibili fossili e quindi la creazione di una energia pulita; riteniamo di avere una partita da giocare in questa trasformazione? 3) questo settore rimarrà per la ricerca, l’innovazione, la ricerca-sviluppo, anche per questo secolo, un settore trainante dello sviluppo e dell’economia dato che il trasporto di merci e di persone aumenterà invece di diminuire e l’impatto ambientale positivo con le innovazioni previste accelererà in modo decisivo la realizzazione. Vogliamo essere co-protagonisti di questo traino o vogliamo che l’Italia sia trainata?
Se le risposte a queste domande sono, come io credo debbano essere, che è inammissibile privarsi di un settore di questo genere, il Governo non può avere solo un ruolo di spettatore attento o, al più, di mediatore nella risoluzione della crisi. Per il settore auto, che in Italia si chiama Fiat così come in Germania si chiama Wolsvaghen e in Francia si chiama Renault, è assolutamente necessario un intervento dello Stato, così come delle istituzioni interessate – anche territorialmente – proprio perché solo l’entrata dello Stato nella proprietà può permettere quel controllo necessario e un vero e proprio piano di sviluppo, che non è semplicemente un salvataggio bensì un elemento sostanziale della modernizzazione tecnologica del nostro Paese proprio nel quadro della globalizzazione.
Ed è proprio se letta in questa ottica che la vicenda di Termini Imprese assume una dimensione differente da quella della semplice chiusura di uno tra i tanti stabilimenti Fiat. Mette in evidenza in modo cruciale che i problemi della Sicilia, della sua occupazione e dello sviluppo di tutta l’isola, così come il ridimensionamento – questo è scritto nel fantomatico piano – della Fiat auto significherebbe una seria ipoteca sulla capacità di sviluppo e innovazione del nostro Paese. E non è un caso che le iniziative di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici dello stabilimento di Termini Imerese e quelle delle mogli loro siano così rilevanti. Hanno, infatti, rappresentato la miccia necessaria perché la lotta si aprisse e acquisisse una nuova qualità. Ora siamo entrati nella fase cruciale. La Fiat ha avviato le procedure per la cassa integrazione a zero ore di oltre 8000 dipendenti; l’incontro tra Governo azienda e sindacati non solo non ha dato garanzie sulla possibilità di soluzione positiva della crisi ma, se è possibile, ha fatto aumentare le preoccupazioni di Cgil, Cisl e Uil. Opportuna e utile è quindi la decisione della Fiom nazionale, assieme a tutti gli stabilimenti Fiat, di puntare al blocco degli stabilimenti.
Il destino dei lavoratori, come dicevo, è in gran parte nelle mani dei lavatori stessi. Ma la rilevanza della questione rispetto al ruolo che l’Italia saprà e vorrà assumere, non può che coinvolgere l’intero Parlamento.
È infatti il Parlamento che deve pronunciarsi, discutendo e decidendo sul futuro occupazionale ed industriale del nostro Paese. Non dimentichiamoci che recentissimi dati Istat dicono che negli ultimi mesi è l’intera occupazione della grande industria ad essere diminuita di oltre 33 mila addetti! In ultima analisi si tratta di sapere qual è il destino che si prefigura per l’Italia: quello di essere un paese luogo di sub fornitura e commercializzazione di produzione altrui, oppure quello di un paese capace di ridarsi una struttura di innovazione tecnologica e produttiva in grado di competere nella scena del mondo globalizzato.