Per un’alternativa di lunga durata

1. I parametri caratterizzanti l’attuale congiuntura politica – in Italia e più in generale nei paesi del cosiddetto ‘Primo mondo’, quelli che hanno gestito in posizione di preminenza la globalizzazione capitalistica – concorrono a delineare un quadro di eccezionale gravità, sia sotto il profilo degli assetti istituzionali e della loro tenuta democratica sia sotto quello della prospettiva socio-economica e della condizione di vita delle grandi masse. L’incepparsi dei meccanismi di accumulazione del capitale, entro cui si è concretizzata l’impasse delle politiche neoliberiste, è andato di pari passo con l’involuzione autoritaria della cornice di regole poste a tutela della società liberal-democratica e con il netto deterioramento dei fattori di crisi internazionali, fin nella forma estrema del ricorso alla guerra. Da questo punto di vista, l’Italia del governo delle destre ha assecondato con grande zelo linee di tendenza irradiatesi per tutto l’Occidente dal centro nevralgico statunitense. Dalla constatazione del carattere strutturale di questa crisi occorre partire, se si vuole impostare correttamente un ragionamento non semplicemente attorno alla possibilità di radunare un consenso elettorale sufficiente a mandare a casa Berlusconi, ma anche sul modo di garantire il consolidamento e la lunga durata di una tale alternativa di governo. A tale antefatto analitico è necessario riferirsi non come ad un’istantanea fissa e immodificabile, ma come al campo di possibilità entro cui è chiamata ad operare la politica: per cambiare i rapporti di forza, provare a spostare convinzioni, ricostituire le condizioni minime per una difesa degli interessi delle classi subalterne.

2. E’ davvero arduo contestare che la dottrina della ‘guerra preventiva’ di Bush junior e i propositi di dominio geopolitico esplicitati dal suo establishment siano inestricabilmente connessi con il perseguimento di precisi interessi economici, con l’urgenza di trovare risposte al declino dell’economia Usa. In questo senso, una straripante potenza militare è tanto più pericolosa per l’umanità intera quando si coniuga con un contesto di persistente fragilità strutturale. Nel momento stesso in cui Washington destina alla voce ‘spese militari’ per il bilancio 2003-2004 una cifra vicina ai 500 miliardi di dollari (più o meno quanto spende in armamenti il resto del mondo), i ‘fondamentali’ dell’economia Usa non accennano a migliorare. Invero, i dati ufficiali ci dicono che da circa un anno e mezzo si è invertita la tendenza recessiva iniziata col tracollo del marzo 2001, quando (ben sei mesi prima dell’attentato alle ‘torri gemelle’) è implosa la bolla speculativa che aveva sino ad allora portato alle stelle i titoli dei prodotti tecnologici e alimentato (a destra e a sinistra) i miti postmoderni della New Economy. Tuttavia, se il Pil americano è tornato a segnare una lieve crescita, ciò non comporta una significativa inversione di tendenza riguardo a distorsioni che, come detto, hanno ormai assunto un carattere strutturale: il deficit della bilancia commerciale (contratto con i principali paesi a capitalismo maturo oltre che, in particolare, con la Cina) resta pesante, gli investimenti diretti all’estero (IDE) che nel 1970 superavano quelli dell’Unione Europea continuano oggi ad equivalere a circa la metà del valore di quelli promossi dal Vecchio Continente, l’utilizzo degli impianti è ancora inchiodato ai tre quarti della capacità effettiva. E, soprattutto, il tasso di disoccupazione non solo non accenna a diminuire (in due anni, 2 milioni di posti di lavoro persi) ma, al contrario sembra destinato ad aumentare.

3. Il fatto è che la cosiddetta ripresa non crea occupazione: gli addetti ai lavori la chiamano infatti jobless recovery (ripresa senza lavoro). E non sembra trattarsi tanto di disoccupazione tecnologica (causata cioè dal fatto che si produce di più con meno forza-lavoro), quanto piuttosto di un effetto del ciclo produttivo ‘globalizzato’, che delocalizza oltre che attività manifatturiere anche servizi a basso ed alto valore aggiunto. Come spiega Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley la più importante banca di investimenti di Wall Street, “oggi una fabbrica collegata in rete con i progettisti può stare in Tennessee o in Thailandia, dove il lavoro costa quattro volte di meno; e un call center può rispondere da New York o dall’India, poiché con le fibre ottiche i tempi non cambiano”. Così, l’occupazione Usa resta al palo: “tutto quello che si è guadagnato, è stato prodotto all’estero” (‘Affari & Finanza’, 22-9-03). Se si pensa che il settore dei servizi è stato nel corso degli ultimi decenni, negli Stati Uniti e in Europa, la principale se non l’unica fonte di nuova occupazione, si può ben capire come la suddetta migrazione di funzioni amministrative e di controllo, rilanciata nella spasmodica esigenza di tagliare i costi, metta a rischio per i prossimi anni, nei paesi industrializzati, milioni di posti di lavoro (Cfr. La finanza della City fa rotta sull’Asia, ‘Il Sole 24 Ore’ del 10-10-03) . D’altra parte, piove sul bagnato; e anche chi lavora non se la passa affatto bene. Il cosiddetto boom degli anni ’90 ha in realtà impoverito le classi medio-basse americane: secondo l’economista Paul Krugman, un lavoratore medio, che negli anni ’70 guadagnava trenta volte meno di un supermanager, oggi guadagna mille volte meno di quest’ultimo a fronte di un numero maggiore di ore di lavoro.

4. Se poi mettiamo a fuoco l’aspetto del deficit delle partite correnti, il quadro si fa – se possibile – ancora più buio. Come è stato diffusamente argomentato (anche su ‘L’Ernesto’) nemmeno gli Usa avrebbero potuto permettersi un così rilevante disavanzo commerciale (cui peraltro va aggiunto un deficit pubblico che con Bush ha raggiunto i 300 miliardi di dollari) senza la compensazione di ingenti flussi di capitale dall’estero (investimenti diretti, azionari e obbligazionari) a copertura della situazione debitoria nei confronti del resto del mondo. Un tale sovvenzionamento globale si è reso possibile grazie alla sovrastima della valuta statunitense. E’ noto che dal 1945 ad oggi essa ha imposto la sua leadership in quanto valuta internazionale di riferimento: i quattro quinti delle transazioni internazionali, la metà delle esportazioni e i due terzi delle riserve valutarie globali hanno continuato sin qui ad essere espressi in dollari. Il pagamento in dollari delle bollette petrolifere è stato un basilare pilastro di questo sistema a stelle e strisce: chi ha comprato petrolio ha sin qui avuto sempre bisogno di dollari per pagarlo; chi ha incassato petrodollari, ad esempio i paesi dell’Opec e in particolare l’Arabia Saudita, li ha sempre reinvestiti in debito pubblico, azioni e obbligazioni statunitensi. Tout se tient – il tutto si sostiene, diceva il filosofo.

5. Disgraziatamente, nel novembre 2000, l’Iraq decide di passare dal dollaro all’euro per il pagamento del suo petrolio. Subito dopo, l’Iran e la Libia prendono in esame la possibilità di un analogo passaggio. Nel maggio 2001, l’Unione Europea inizia a trattare con la Russia l’opportunità che il loro commercio bilaterale avvenga in euro anziché in dollari: si tratta del 40% del totale degli scambi commerciali russi. Nel frattempo, la Corea del Nord decide di non utilizzare più il dollaro nel suo commercio estero e il Venezuela di Chàvez inizia a considerare la medesima eventualità. Inoltre, un certo numero di stati (come lo stesso Venezuela, la Russia e la Cina) procedono a diversificare le riserve delle loro banche centrali, rendendo più consistente la dotazione in euro. In definitiva, va prendendo corpo un durissimo scontro per l’egemonia tra aree valutarie (aspetto essenziale della forma in cui attualmente si manifesta il conflitto interimperialistico): talmente duro che molti dei paesi appena citati, i quali in piena autonomia hanno optato o si apprestano ad optare per un cambiamento dei loro riferimenti internazionali, finiscono – guarda caso – nella lista nera degli ‘stati canaglia’. Tra tanti altri commentatori, William Clark – professore alla John Hopkins University – si è incaricato di sintetizzare le ragioni di quanti ritengono che tutto questo costituisca un antefatto essenziale dell’attacco all’Iraq ed anche il vero motivo che ha trasformato in pacifisti i finanzieri di Francoforte e gli editorialisti dell’Economist: “La guerra è una strategia degli Usa per prevenire una fuga dell’Opec verso l’euro come moneta di riferimento nelle transazioni petrolifere. Il controllo (militare) del petrolio iracheno permetterà agli Usa di contrastare il controllo sui prezzi imposto dall’Opec: questa guerra non ha nulla a che vedere con alcuna minaccia delle armi di distruzione di massa di Saddam né col terrorismo, riguarda invece la valuta globale per il petrolio” (‘Internazionale’ n°482 del 4-4-03).

6. Il rilievo ‘oggettivo’ delle precedenti osservazioni non deve indurre a trascurare la peculiarità dell’oltranzismo ideologico professato dall’attuale direzione ‘neocons’ – già oggetto peraltro di attente e pertinenti indagini – ma serve a ribadire la stretta connessione tra l’opzione bellica e i caratteri strutturali della crisi Usa (una connessione che, sia detto di passaggio, non fa che confermare la sostanza delle teorie dell’imperialismo del secolo scorso: l’espansionismo economico e la guerra come risposta privilegiata alle ricorrenti crisi cicliche di sovraproduzione). Entro questa ottica, l’attuale indebolimento del dollaro, più che una consapevole strategia in vista del rafforzamento delle esportazioni statunitensi, appare come un segnale della fuga da questa valuta, oltre che un effetto dell’esplosione delle passività nette Usa, dovute al fatto che le attività finanziarie possedute negli Stati Uniti dal resto del mondo eccedono in misura sempre maggiore le attività finanziarie statunitensi all’estero (Cfr. G. Palladino, Le pericolose debolezze dello zio Sam, ‘Corriere Economia’ del 19-5-03). L’arma della cosiddetta ‘svalutazione competitiva’ del dollaro non potrebbe portare grandi benefici all’export americano, poiché si è di molto ristretta in territorio Usa la presenza di imprese manifatturiere (che producono ormai solo il 25% del Pil del loro paese), mentre è aumentato a dismisura il numero di imprese americane all’estero (prevalentemente filiali di multinazionali): le quali tolgono spazi di mercato alle esportazioni statunitensi e viceversa vanno ad occupare quote rilevanti dell’import. Secondo dati recenti dell’agenzia Unctad delle Nazioni Unite, le 64 mila imprese multinazionali esistenti nel mondo possiedono 870 mila filiali estere, che producono valore aggiunto per 3.400 miliardi di dollari (un decimo del Pil mondiale) e impiegano 53 milioni di addetti, evidentemente a costi più bassi di quelli praticati in madre-patria (Cfr. G.Ragozzino, Povero globo, investito dagli investimenti, ‘Il Manifesto’ del 5-9-03): ovviamente, di queste, molte sono le imprese americane, le quali vanno a produrre ad esempio in Cina (divenuta la meta preferita dagli investitori stranieri) per poi reimportare gran parte dei beni prodotti negli Stati Uniti. L’ipocrita isterismo anticinese di questi ultimi tempi finge di ignorare i suddetti frutti avvelenati della globalizzazione capitalistica.

7. Anche i paesi dell’Unione Europea da almeno tre decenni hanno dovuto far fronte alla generale crisi del processo d’accumulazione del capitale, culminata in vere e proprie cadute recessive in coincidenza dei due shock petroliferi (a metà degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80) e, successivamente, a seguito dei contraccolpi determinati dalla riunificazione tedesca. Da due anni, a ridosso delle difficoltà dell’economia statunitense derivanti dallo scoppio della cosiddetta ‘bolla speculativa’, l’UE galleggia in una congiuntura di stagnazione/recessione con indici di crescita nulli o lievemente negativi. Il 2003 non ha annunciato alcuna inversione di tendenza. Così che, negli ultimi cinque anni, l’area UEM ha fatto registrare in media il peggior tasso di crescita del Pil, dopo quello dell’America Latina. La cura ‘monetarista’, pervicacemente prescritta dalle autorità economiche centrali dell’Unione, si è rivelata peggiore del male: il famigerato ‘Patto di Stabilità e Crescita’ ha tagliato le gambe in Europa a qualsiasi prospettiva di recupero della domanda interna e ha aggravato la piaga sociale rappresentata da decine di milioni di disoccupati. Sullo scenario europeo, dopo anni di inflazione, si affaccia la minaccia della deflazione, effetto per un verso dell’influsso negativo sulle esportazioni europee esercitato dall’anzidetto calo del dollaro e, per altro verso, delle perduranti politiche di compressione della domanda interna: così, in Germania e in Francia i prezzi alla produzione hanno cominciato a manifestare variazioni negative. E’ questo un caso paradigmatico che esemplifica il taglio di classe nella gestione delle crisi capitalistiche: come c’è privatizzazione dei guadagni in tempi di vacche grasse, specularmente abbiamo socializzazione delle perdite in tempi di magra. In questo senso, ‘crisi’ è termine ambiguamente generico che sottende l’ulteriore ampliarsi del divario tra profitti e redditi di proletari e classi medio-basse. Come i più generali orientamenti del pensiero economico (keynesismo, monetarismo ecc.) non sono opzioni teoriche neutre, allo stesso modo le politiche economiche e fiscali riflettono precise scelte di classe. Il Patto di stabilità rappresenta la traduzione concreta dei valori neoliberisti espressi nella costituzione europea. Esso pone l’obiettivo della riduzione del debito pubblico e il vincolo di medio periodo dell’equilibrio del bilancio statale con l’obbligo di non far superare al deficit la soglia del 3% del Pil (peraltro già violata dai principali stati europei), impedendo politiche espansive e imponendo drastici tagli alla spesa pubblica (nazionale e locale): così che le uniche leve consentite e compatibili con tale impostazione risultano essere in definitiva la generale privatizzazione dei servizi pubblici e la riduzione delle tasse (dei ricchi). Entro tali rigide coordinate, muta la consistenza democratica di una collettività, deperisce lo spazio dell’intervento pubblico e con esso la possibilità per ciascuno stato membro di svolgere un ruolo di programmazione dello sviluppo socio-economico e di riequilibrio nella distribuzione del reddito.

8. In questo quadro generale drammaticamente regressivo, il governo italiano ha fatto più che la sua parte. Si è sintonizzato con l’oltranzismo ‘atlantico’ dell’amministrazione Bush ed ha impresso alla sua azione una pesante torsione reazionaria, puntando a modificare i valori fondativi della convivenza democratica del nostro paese (quelli che hanno ispirato la Costituzione nata dalla resistenza al nazi-fascismo), agendo in nome del primato dell’impresa e delle sue discrezionalità, conducendo una devastante offensiva contro diritti e norme poste a garanzia delle condizioni di vita delle grandi masse. Tutto questo, mentre gli indici economici segnalano tempesta anche per il nostro paese. I primi due trimestri del 2003 hanno evidenziato una crescita negativa (-0,1%), ciò che tecnicamente equivale al passaggio dalla stagnazione ad una vera e propria fase recessiva. Anche da noi l’eccesso di capacità produttiva (altra espressione tecnica che sta per quello che Marx intendeva con crisi di sovraproduzione) e il connesso calo degli investimenti è indotto dall’estrema debolezza della domanda (estera e interna). I prezzi sono saliti dando fiato all’inflazione, che è cresciuta ben oltre quello che è possibile riscontrare dai dati ufficiali (anche sulla spinta delle distorsioni speculative che hanno accompagnato il passaggio dalla lira all’euro): se si prescinde da qualche lieve segnale deflattivo prevalentemente nel settore dei beni tecnologici (ad esempio, di computer e telefoni cellulari), in generale i prezzi di beni e servizi hanno subito incrementi consistenti. L’Ires-Cgil ha denunciato che “con tassi di inflazione programmata troppo distanti da quella reale (nel 2002, 1,5% programmata e 2,6% reale; nel 2003, 1,4% programmata e 2,7% reale) ed in assenza di interventi sui prezzi e sulle tariffe, si è determinata una perdita secca per una retribuzione contrattuale stimabile, per questo anno, in 220 euro”. Pur in presenza di tale scostamento, il governo si guarda bene dal rivedere i tassi dell’inflazione programmata, che costituiscono il riferimento della contrattazione sindacale e del recupero salariale. Contestualmente, le retribuzioni dei lavoratori sono falcidiate dall’aumento delle tariffe dei servizi (sanità, trasporti, asili nido ecc.) e delle imposte locali (Ici, tassa sui rifiuti, addizionali Irpef). In definitiva, nel corso degli ultimi dieci anni, i salari italiani hanno perso il 6% del loro potere d’acquisto, risultando tra i più bassi in Europa.

9. Ad esser più precisi: la crisi c’è, ma non per tutti. Quanto meno, non tutti l’affrontano con lo stesso spirito (e con le stesse scorte di ricchezza): almeno a giudicare dall’impennata di cui hanno goduto i profitti per tutti gli anni ‘90 fino ai primi anni del nuovo secolo (secondo dati di Confcommercio +33,5%, surplus finito prevalentemente in investimenti finanziari e non certo utilizzato per innovare e allargare il patrimonio industriale del nostro paese). Oggi, quando il ciclo economico slitta verso il basso, l’organizzazione padronale strepita e chiama il governo ad ulteriori misure draconiane. E il governo prontamente risponde. Da un lato, lascia che i padroni continuino a frodare il fisco (sulla base dei controlli effettuati nel 2002 dalle stesse autorità fiscali, l’evasione ha coinvolto l’88% delle imprese!) ed anzi riduce ulteriormente la pressione fiscale a vantaggio delle stesse imprese e dei più ricchi, oltre a condonare tutto quello che c’è da condonare (in pratica legittimando e, quindi, incentivando il furto); inoltre mantiene alto il rendimento medio sul debito pubblico, nonostante la caduta dei tassi di interesse di mercato, premiando così la rendita finanziaria. Dall’altro lato, colpisce duramente i livelli di vita e le condizioni di lavoro. Legalizza con la famigerata legge 30 la precarietà e l’ ‘atipicità’ del lavoro, rendendolo fino in fondo merce funzionale alla discrezionalità d’impresa; toglie agli immigrati qualunque diritto che non sia quello dell’erogazione brutale della propria forza lavoro; taglia ulteriormente il salario ‘differito’, riducendo drasticamente la copertura previdenziale pubblica e rendendo praticamente irraggiungibile, soprattutto per i giovani, la soglia di anzianità pensionabile; continua a penalizzare i trasferimenti agli enti locali, costringendo questi ultimi ad ulteriori gravi ridimensionamenti delle spese sociali e dell’offerta di servizi; procede sulla strada già abbondantemente percorsa delle privatizzazioni (nel 2004 dovrebbe toccare a poste e ferrovie) e svende il patrimonio immobiliare pubblico, aggravando l’emergenza casa. Tutto questo, in ossequio a due imperativi neoliberisti: sciogliere i lacci residui che, dal lato dei costi, ostacolano la competitività aziendale; ridurre al minimo la sfera pubblica e fare cassa per rientrare nei parametri imposti dal patto di stabilità.

10. I suddetti orientamenti hanno fallito, erodendo le basi interclassiste del consenso che aveva condotto anche nel nostro paese le destre al governo: essi hanno prodotto devastazione sociale, senza riuscire a riavviare il motore dell’accumulazione capitalistica. E’ caduta la maschera dell’ottimismo populista con cui Berlusconi aveva saputo guadagnarsi quote consistenti di elettorato popolare, deluso dalle precedenti politiche del centro-sinistra. A livello di massa, è stata messa in questione l’ubiquità dell’ideologia neoliberista. Un vastissimo movimento di dimensioni planetarie si è contrapposto alla guerra di Bush; e, nel nostro paese, le nuove generazioni si sono unite al tradizionale movimento operaio per la difesa del più elementare tra i diritti del lavoro. Ha preso dunque consistenza un insieme di forze – partitiche, sindacali, associative – che si è reso disponibile ad opporsi alla prospettiva imposta dai cosiddetti ‘poteri forti’, alle politiche neoliberiste e al loro corollario bellico. Esistono oggi le condizioni oggettive per mandare a casa un governo che, per molti versi, appare logorato da contraddizioni interne e che sembra aver perso la bussola dell’egemonia. Ovviamente, il dischiudersi di tali opportunità non deve indurre ad alcun trionfalismo: non eravamo ieri e non siamo neanche oggi alla vigilia della rivoluzione (lasciando a questo termine la sua accezione larga di processo consapevole di trasformazione del modo e dei rapporti di produzione) . Certo, le contraddizioni aperte dall’acuirsi delle polarizzazioni di classe, in Italia e nel mondo, creano conflitti e opposizione sociale; e tuttavia si è lontani dall’aver acquisito posizioni consolidate dal lato di quelle che un tempo chiamavamo le condizioni soggettive. All’ordine del giorno è comunque la possibilità di assicurare alle classi di riferimento condizioni minime di vivibilità e di riaggregazione, dopo due decenni di profonda destrutturazione sociale. Non a caso, il suesposto quadro di fase serve a definire l’ordine delle difficoltà, la forza dei vincoli strutturali da ribaltare.

11. Perché tale prospettiva si realizzi e si traduca in termini elettoralmente adeguati, rispondendo ad una generale quanto pressante richiesta popolare, occorrono due imprescindibili condizioni politiche: una chiara ed esplicita volontà di accordo politico tra le principali leve dell’opposizione (partitiche e di movimento), un comune denominatore programmatico che sia all’altezza di un’altrettanto chiara ed esplicita inversione di tendenza. L’una condizione non può prescindere dall’altra, se si vuole radunare forze sufficienti a battere Berlusconi e, al contempo, assicurare il consolidamento e la durata dell’eventuale alternativa. Va detto senza infingimenti che il cammino si presenta ad oggi estremamente complicato. Come comunisti siamo perfettamente consapevoli che una mediazione è una mediazione; e che un programma di coalizione tra forze diverse non può essere il programma di Rifondazione Comunista. D’altra parte, non si può nemmeno procedere come se gli sconvolgimenti degli ultimi anni fossero passati invano e si dovesse chiudere la parentesi del governo delle destre semplicemente tornando alle fallimentari politiche dei precedenti governi di centro-sinistra. Questo sarebbe un errore devastante: non solo per il Prc, ma per l’insieme delle forze che intendono contrastare la deriva reazionaria e, in generale, per i ceti popolari del nostro paese. Va compreso che, alla luce della situazione generale sin qui descritta, la mera alternanza nel quadro del rispetto delle compatibilità neoliberiste comporta fatalmente il deperimento di qualsiasi intenzione riformatrice e progressiva: il governo di turno fa promesse e poi non riesce a mantenerle, andando così incontro ad un inevitabile logoramento. Con un’aggravante: la storia non si presenta come il monotono oscillare di un pendolo. Entro l’attuale cornice di compatibilità, ad ogni oscillazione corrisponde un peggioramento del contesto sociale e dei rapporti della politica con le grandi masse. In definitiva, o le sinistre e le forze democratiche nel loro insieme si attrezzano per forzare decisamente quelle compatibilità ed entrare in sostanziale sintonia con gli interessi e i bisogni dei soggetti che dovrebbero esser chiamate a rappresentare oppure subiranno i contraccolpi dell’ennesimo (e questa volta ancor più dirompente) crollo di fiducia.
12. In una serie di articoli (cfr. ‘l’Unità’ del 30-9-03 e del 10-10-03) Piero Sansonetti ha provato a fare il punto della situazione, misurando a sinistra convergenze e divergenze. Egli muove dalla constatazione che, dopo la “corsa al centro” degli anni scorsi e grazie a “tre fenomeni inattesi e impetuosi (movimento no-global, crisi economica e bushismo)”, si va diffondendo la consapevolezza che la crisi del modello liberista non è passeggera ma strutturale. Per superarla e battere le destre – prosegue Sansonetti – occorre in primo luogo ristabilire nelle relazioni internazionali i principi del multipolarismo e del rifiuto delle armi; in secondo luogo, sul piano interno, è necessario tornare a sostenere la domanda ridando fiato a salari, stipendi e pensioni, promuovere l’universalismo di un “ welfare dei diritti e non dell’assistenza”, rilanciare politiche industriali che puntino su qualità e innovazione (rinunciando all’idea che, per competere, l’unica strada sia la compressione del costo del lavoro), redistribuire la ricchezza tornando a dare progressività al fisco. In estrema sintesi, se per le destre l’equazione ‘libertà uguale mercato’ è dogma inviolabile, il programma delle sinistre deve riscoprire che “è impossibile ridare spessore alla parola ‘libertà’ se si trascura la questione dell’uguaglianza”. Lo sforzo è più che apprezzabile; e non dovremo certamente essere noi comunisti a rimanere indifferenti alla serrata dialettica apertasi tra le diverse componenti dell’Ulivo. Resta da capire come tali principi generali si traducano concretamente in un programma di coalizione; e, soprattutto, occorre saggiare fino a che punto i cardini di una svolta “pacifista” e “egualitaria” trovino davvero una comune condivisione o finiscano per essere risucchiati nel gorgo alimentato dall’ipotesi centrista del cosiddetto ‘partito riformista’. Ad esser chiari, le recenti sortite di alcuni autorevoli dirigenti della maggioranza Ds non sono incoraggianti: partecipare all’occupazione militare di un paese, già aggredito e devastato dalle bombe, scambiando la costituzione di un protettorato coloniale sotto l’egida Usa per un’azione di ricostruzione democratica e ‘umanitaria’ della comunità internazionale, non è cosa che assomigli ad una svolta pacifista. Così come dovrebbe essere del tutto chiaro che i processi di liberalizzazione e privatizzazione e, per altro verso, le normative sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro sono andati nella direzione opposta a quella di una svolta egualitaria. Di tutto ciò in molti a sinistra si sono accorti; ed oggi il Prc è meno solo di ieri. In definitiva, il confronto è irto di difficoltà e il suo esito non scontato. Ma guai a non provarci.