Per una scelta di campo

Sembra essersi finalmente aperta, all’interno del Partito della Rifondazione comunista, una discussione sulle questioni di politica internazionale. Sono apparsi articoli su Liberazione, di dirigenti nazionali del partito, che possono avere la forza di promuovere un dibattito ed una analisi politico-teorica di vasto respiro. Si è scritto tra l’altro, su Liberazione, che una delle tesi manifestate sullo stesso quotidiano del Prc divergerebbe profondamente, su alcuni punti essenziali, dalla linea del partito.

Prima di acquisire una linea di politica internazionale solida e valida almeno per un certo numero di anni, non dovrebbe essere sufficiente, per un piccolo partito comunista dell’Occidente capitalistico come il nostro, richiamarsi a questo o quel passaggio di un documento congressuale a supporto di una linea “definitiva”. Altrimenti diamo per scontato – in una materia così importante – di aver raggiunto finalmente quell’identità comunista che con tanto affanno, dopo il drammatico epilogo del “socialismo realizzato”, stiamo perseguendo da anni. D’altra parte, prima di ri-definire una nostra visione internazionale e quindi internazionalista, vi sono ancora molte singole questioni di natura teorica che, onestamente, non sono state, non diciamo risolte, ma neanche affrontate in un serio dibattito di partito. Quindi, invece di tagliar corto con “divergenze profonde su alcuni punti fondamentali” sarebbe meglio far parlare i compagni di questi “punti fondamentali”, senza che incomba su di loro l’assillo di porsi contro la linea del partito.

Citiamone alcuni di questi punti. Prima questione teorica (data per scontata ma non per questo risolta): gli Stati nazionali sono in via di estinzione. Il documento congressuale del Prc diceva: Si approfondisce la crisi degli stati-nazione fortemente ridimensionati nelle loro prerogative dallo spostamento dei poteri verso organi sovranazionali, di governo della finanza e dei mercati…. Si è invece scritto, in questo recente dibattito apertosi su Liberazione : Gli stati nazionali, e parliamo di quelli a capitalismo sviluppato…non decidono più le cose fondamentali che riguardano l’economia, il mercato e il modello sociale. Qui ci sono due novità di rilievo rispetto al documento congressuale: la prima è che questi stati ormai non sono più “fortemente condizionati” ma addirittura non decidono praticamente più niente in materia economica e sociale; la seconda è che si esce dalla genericità della categoria universale degli stati nazionali e si parla di quelli a “capitalismo sviluppato”. Se le parole hanno un senso e gli Usa sono uno stato a “capitalismo sviluppato”, ne deriverebbe che la Banca mondiale, il Wto, la finanza internazionale e quanti altri organi economico – finanziari (in cui il governo americano la fa da padrone) toglierebbero agli Usa tutte le prerogative di direzione dell’economia. Non siamo così ingenui da pensare che queste parole apparse su Liberazione intendessero davvero dire questo, ma sarebbe opportuno usare una maggiore attenzione e cautela quando si usano, con una certa disinvoltura, categorie come gli stati nazionali… a capitalismo sviluppato.

Poi contraddittoriamente, ci si richiama ad una tesi peraltro giusta e condivisibile del documento congressuale: Gli Usa… tendono ad esercitare il governo del mondo puntando sulla loro potenza militare… Dunque: tutti gli stati nazionali a capitalismo avanzato tranne gli Usa (che evidentemente aspirano al governo mondiale) e cioè l’Europa Occidentale ed il Giappone, rinunciano alle loro prerogative e fanno a gara a chi privatizza e flessibilizza di più…e tutto questo in presenza di un altro stato (gli Usa) che aspira al “governo del mondo”. Ma questa aspirazione alla primazia planetaria da parte di Washington non crea affatto preoccupazioni e contrasti più o meno aperti o latenti. Anzi, si afferma, ancora su Liberazione: francamente non si capisce dove stiano le contraddizioni interimperialistiche …, a meno di non scambiare certe contraddizioni assolutamente secondarie, interne ad un sistema tendenzialmente unificato.

Rispolverando la memoria di vecchie polemiche fra comunisti e socialdemocratici, il sistema tendenzialmente unificato di cui si parla ha una certa somiglianza con il “superimerialismo” che qualcuno un tempo teorizzò.

Altra questione di natura teorica (anche questa data per scontata ma per niente risolta): esiste o non esiste l’imperialismo come categoria storica ed economico-politica tuttora presente nel mondo? Oppure dobbiamo sostituire ad essa quella del “capitalismo globalizzato”? Evidentemente non si tratta di due modi di intendere la stessa cosa se appare ineluttabile che questo capitalismo – come si è detto – globalizzato ci impone nuove relazioni tra le forze critiche e antagoniste. Tradotto in altri termini, il capitalismo globalizzato ci impone una nuova visione rispetto alla tradizionale politica delle alleanze internazionali perseguita dai partiti comunisti di stampo antico. Dunque con chi allearsi? Su Liberazione si sono elencate una serie di forze, aree geopolitiche, paesi antimperialisti; si è detto di grandi paesi non omologati sul piano economico perché il modello neoliberale non vi è organicamente imposto. E si è parlato anche di forze comuniste del mondo. E se ammettiamo l’esistenza di queste forze comuniste, quali sono? Sul nostro quotidiano si è usato un linguaggio cauto, si è parlato di partiti e paesi che si richiamano al socialismo intendendo compresa in essi, presumibilmente, anche la Repubblica popolare cinese, si è affermato che in Cina il settore pubblico resta dominante. Critichiamo – si è scritto – la scelta cinese di implementare il capitalismo neoliberista e il conseguente modello sociale fatto di enormi e crescenti disuguaglianze, disoccupazione di massa ed esclusione sociale… e non si invochi, per favore, il controllo pubblico del ’60 o ’70 per cento dell’economia quando le imprese pubbliche (esattamente come è successo qui da noi) si ristrutturano licenziando per competere nello stesso paese con un forte ed agguerrito settore privato. Se dunque è una catastrofe, se la Cina fa esattamente come “qui da noi”, non avremmo forse il doveroso obbligo di supportare simili affermazioni con dati statistici comparativi relativi ad un ragionevole lasso di tempo e inerenti alla ristrutturazione delle imprese, alla disoccupazione, e quant’altro? La popolazione cinese supera di molto il miliardo di unità: anche qui, se le parole (e l’aritmetica) hanno un senso, parlare di “disoccupazione di massa” e di “esclusione sociale” in quel paese significa delineare scenari di centinaia di milioni di disoccupati e di poveri cristi che vivono (di chi?, di che?). Se non lo dimostriamo con dati certi o quantomeno attendibili si tratta di illazioni tanto gratuite quanto dannose, poiché inducono moltissimi compagni, soprattutto giovani, a ritenere esclusa da un possibile blocco antimperialista mondiale la Repubblica popolare cinese.

Un’ultima questione, anch’essa di grande rilievo. Russia, Cina e India hanno condannato la guerra contro la Jugoslavia, si oppongono all’espansione ad Est della Nato, all’egemonismo americano e atlantico e portano avanti programmi di modernizzazione del proprio armamento convenzionale e nucleare in cui l’obiettivo di contrappeso alla Nato è evidente. Queste considerazione (anche esse apparse su Liberazione) che sembrano ovvie, dal momento che opporsi all’egemonismo degli Usa – fautori di bombardamenti umanitari in ogni angolo del mondo – presuppone anche, se non soprattutto, la deterrenza militare, tali considerazioni, dicevamo, hanno fatto infuriare rappresentanti di una certa linea pacifista, perché vi è l’idea che una nuova escalation nucleare sia pressoché ineluttabile, e che quindi dobbiamo tacere sui riarmi di India e Cina. Dunque sul riarmo di India e Cina non dobbiamo tacere, ma opporci. Tuttavia, quando si parla dell’Europa la musica cambia: L’Europa… non ha una vera unità politica, e militarmente è totalmente subalterna agli Usa. Qui per Europa si intende gli stati capitalistici della Cee, dimenticando che di essa fanno parte tanti altri paesi dell’Est, come la Repubblica federativa iugoslava e la Russia, tanto per citarne alcuni. Quindi: l’Europa (la Cee) farebbe bene a superare il suo stato di totale subalternità militare agli Usa. L’India e la Cina non lo possono fare, l’Europa capitalistica sì. Un nuovo internazionalismo – per concludere – non può nascere da giudizi sommari. Il nostro imperativo categorico dovrebbe essere: non ripercorrere, sia pure inconsapevolmente, il lato oscuro della nostra tradizione di comunisti, di quella tradizione che produceva anatemi, oltraggi e criminalizzazioni di qualsiasi seria e meno seria diversità di opinioni. Ma un nuovo orizzonte internazionalista non potrà neanche essere fondato su un terreno esclusivamente economico e rivendicativo (Il nuovo internazionalismo si qualifica sui temi del lavoro, della lotta alla disoccupazione… come si affermava all’ultimo Congresso Prc) ciò che si risolverebbe in un danno a scapito di un’autentica politica delle alleanze.