Per una nuova lotta contro la NATO

A me pare che sia un errore rimuovere la necessità di approfondimento delle guerre “nei Balcani” o considerarle, riduttivamente, secondo il metro solito, sempre giusto ma sempre uguale a se stesso, in base al paradigma delle guerre “imperialiste” o, meglio, “neo imperiali”. La verità di questa affermazione non rimuove il problema di fondo: la guerra (parlo soprattutto della più recente) nei Balcani va indagata a fondo come ulteriore spartiacque storico delle “guerre moderne” (il primo, grande spartiacque è stato costruito dalla guerra nel Golfo, che continua attraverso lo stillicidio dei bombardamenti angloamericani e, soprattutto, attraverso il genocidio del popolo iracheno per mano di embarghi, sanzioni, congelamento dei fondi per alimenti e medicinali). La NATO (sotto la configurazione e l’alibi della “comunità internazionale”, di cui ha assunto proditoriamente forma e sembianza) ha ricollocato lo strumento devastante della guerra (di una guerra all’uranio impoverito, al plutonio, con una tecnologica, cioè, ad altissima radioattività contro persone e territori) nel cuore della politica internazionale, ed anche europea, usando il paradigma dei “diritti umani” non più solo come ingerenza umanitaria (comunque discutibile, pericolosa, da respingere per i processi decisionali, selettivi, settari, da parte del dominio delle superpotenze) ma come “gendarmeria planetaria”. Usando il monopolio della forza come luogo della gerarchizzazione di paesi, produzioni, risorse, mercati (e, soprattutto, popolazioni e classi sociali). Perfino la cooperazione, con la “missione Arcobaleno”, ha assunto missione e funzione subalterne e complementari alla priorità militare e bellica; lo stesso associazionismo pacifista si è diviso radicalmente tra chi ha rifiutato la truffa della “guerra umanitaria” e chi, invece, ad essa ha mostrato di credere. E’ stata una discussione sofferta e difficile, che ha percorso (e, spesso, sconvolto) organizzazioni cristiane, ambientaliste, della cooperazione. Le stesse forze comuniste europee hanno assunto un atteggiamento articolato nella critica, nella determinazione, nella mobilitazione. Rifondazione Comunista in Italia, ad esempio, ha avuto ben altra capacità di analisi e continuità di mobilitazione rispetto ad un partito importante e serio come il PCF francese, contro il teorema della “guerra umanitaria” così come, in Europa, proposta come paradigma della nuova “gendarmeria globale” imperialista da Blair.
Né voglio qui analizzare (ma è importante mai dimenticarsene) la bancarotta completa delle confederazioni sindacali, che hanno, al massimo, balbettato di “effetti collaterali” da criticare in una guerra complessivamente accettabile e giusta; anche per questo è stata importantissima l’azione contro la guerra di sindacati alternativi e settori operai e sindacali autorganizzati. Il capitale diventa sempre più internazionalista, il sindacato di massa sempre più si autoghettizza nel provincialismo e nell’etnicismo. Dobbiamo, quindi, non rimuovere la guerra innanzitutto per contestarne il devastante ruolo “costituente” di una nuova geopolitica e di un nuovo ordinamento internazionale. Il ritorno della guerra come strumento della politica è l’eredità più pesante. Si rompe un tabù, nato dalle lotte partigiane europee e dalla guerra contro il nazifascismo, un principio ordinatore nuovo della civiltà europea: ora gli attacchi militari, i bombardamenti, i crimini di guerra delle superpotenze sono diventate, in maniera integrante, una della possibili opzioni della politica degli Stati. L’opzione bellica sembra sconfiggere, per una fase storica, la necessaria ricostruzione di Tribunali dei Popoli, di strutture eque capaci di esaltare lo spirito della Nazioni Unite immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, per un possibile ordine democratico internazionale che sappia coniugare equità e giustizia per i popoli, equilibri geopolitici e “diplomazie dei popoli”. E’ in questa logica di ricostruzione delle strutture dell’ordine globale imperialista che la NATO cambia pelle, funzione, struttura, in senso ancora più aggressivo, in direzione ancora più devastante verso i 4 miliardi di persone delle periferie del mondo, in vista di un controllo sempre più stringente delle potenze e delle economie europee, la cui forza economica ed espansione di mercati sono assillo per gli USA. Questo è il significato del Trattato del 24 aprile a Washington, nel corso stesso della guerra nei Balcani, assumendone le atrocità, le illegittimità, i crimini di guerra di Clinton, Blair, Schroeder, D’Alema come paradigma della nuova gendarmeria globale. Le potenze europee come rispondono al cappio al collo che si stringe? La politica “transatlantica” di Blair fa da battistrada, le posizioni timide e mediatorie del governo italiano sono del tutto negative o inefficaci: sta di fatto che la sola realizzazione che l’Unione Europea è stata capace di mettere in cantiere è la Forza di Spedizione di Rapido Intervento (dentro, per carità, uno stringente controllo e processo decisionale della NATO!); insomma, anche qui, riverniciato da legittimazione umanitaria e nuovi criteri di sicurezza, riappare il vecchio riflesso imperiale delle “nuove” borghesie europee.

Nel cuore della identità strategica di Rifondazione Comunista, nel suo sforzo di rielaborazione anche teorica, deve assumere ruolo fondamentale la messa a fuoco del tema delle “nuove guerre” e la proposizione più forte di mobilitazioni non generiche e puramente propagandistiche contro la NATO, con le novità storiche che le guerre nei Balcani hanno determinato. Bisogna, io penso, ripartire anche “dal basso”: contestando le alte gerarchie militari sul territorio, individuando come obiettivi (contro cui indirizzare un lavoro capillare di mobilitazione, di presa di coscienza di massa) basi militari, porti, aeroporti “sequestrati” dal potere militare NATO, addestramenti pericolosi, per il materiale radioattivo usato, per la salute stessa delle popolazioni su “quel” territorio. Una vera campagna di massa, insomma, con una capacità vertenziale articolata, partecipata, coinvolgente. Occorre saper cogliere le occasioni della storia e della politica. Sono, infatti, calate le vele dell’euforia per la “guerra umanitaria”; i “nostri ragazzi” si ammalano, come le popolazioni balcaniche, per l’uranio impoverito e il plutonio; una sorta di “sindrome del Golfo” sta ponendo dubbi sempre più pervasivi alla coscienza collettiva anche in Italia; vi è una occasione storica e politica per ridiscutere di guerre e di NATO; se non ora, quando ci mobiliteremo contro la nuova “gendarmeria planetaria”?