Per una critica del “bipolarismo maggioritario”

Il 24 aprile è iniziata la campagna di raccolta di firme per un nuovo referendum elettorale che si propone di consegnare il premio di maggioranza, sia alla Camera che al Senato, alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi, e di innalzare le soglie di sbarramento, per cui, per ottenere rappresentanza parlamentare, le liste debbono comunque raggiungere un consenso del 4% alla Camera e 8% al Senato. Secondo i promotori, “il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase pre-elettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema partitico. Si potrà aprire, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica. La frammentazione si ridurrà drasticamente. Non essendoci più le coalizioni scomparirà l’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione. […] Sulla scheda apparirà un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza. Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate come schieramento unico, una cosa sola. […] L’eliminazione di composite e rissose coalizioni imporrà al sistema politico una sterzata esattamente opposta all’attuale. Piuttosto che l’inarrestabile frammentazione in liste e listine, minacce di scissioni e continue trattative tra i partiti, il nuovo sistema imporrà una notevole semplificazione”. Tra i promotori del referendum troviamo un ampio schieramento trasversale: oltre al solito Segni, campione della strategia referendaria che ha stravolto a partire dagli anni 1990 la Costituzione repubblicana, importanti esponenti diessini, da Bassolino alla Melandri, accanto ad esponenti di An come Alemanno e Poli Bortone, Cacciari, Claudia Mancina, giuristi come Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Gianfranco Pasquino, la forzista Stefania Prestigiacomo, il ministro della difesa Arturo Parisi, e, ovviamente, i radicali Calderisi e Capezzone, oltre a tanti altri, uniti nell’obiettivo, dichiarato in centinaia di proclami e interviste, di dare finalmente all’Italia un nuovo sistema elettorale, funzionale a un sistema “maggioritario bipolare maturo”, onde completare quella lunga e incerta fase della “transizione italiana” apertasi con la grave crisi politica dei primi anni ‘90 – quando, in coincidenza non casuale con la fine del socialismo reale, scomparvero dalla scena politica i principali partiti intorno a cui, per oltre un quarantennio, aveva gravitato la storia della repubblica, definita pertanto “prima” rispetto alla “seconda”, che si faceva strada sulle sue ceneri. L’obiettivo dei referendari, come scrive Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato Promotore, è quello di “consolidare la democrazia competitiva dell’alternanza e orientare il bipolarismo claudicante verso un orizzonte bipartitico”.

La parola magica che domina su tutte è “bipolarismo maggioritario”, cui si aggiungono di volta in volta aggettivi come “compiuto” o “maturo”. Del resto, un anno fa, le massime cariche dello stato, al momento del loro insediamento, affermarono questo quale compito prioritario per condurre in porto la transizione italiana. Così, il presidente del Senato Marini, appena eletto, nel suo discorso di insediamento alla presidenza del senato, il 29 aprile 2006, insisté sul bipolarismo: “una vera de – mocrazia bipolare che io credo di aver modestamente contribuito, anche con il mio apporto, a realizzare nel nostro Paese […] una democrazia forte e salda […] una democrazia maggioritaria e bipolare”. E Giorgio Napolitano, il 15 Maggio 2006, all’Assemblea dei grandi elettori riuniti a Montecitorio, affermò la validità del principio maggioritario “come regolatore di una democrazia dell’alternanza realmente operante” in “un sistema politico bipolare”. La mozione Fassino per l’ultimo congresso dei Ds dell’aprile di quest’anno critica la riforma elettorale della Casa della libertà “che ha aggravato i già seri problemi di instabilità, frammentazione e degenerazione oligarchica del sistema politico. […] Con il Partito Democratico vogliamo far uscire l’Italia da una transizione da troppi anni incompiuta, che sta logorando la qualità della democrazia italiana […] Di questo percorso deve far parte, a pieno titolo, la modifica della legge elettorale i cui cardini devono essere il bipolarismo e la coesione delle coalizioni, la minore frammentazione politica […] La stessa iniziativa referendaria deve sollecitare le forze politiche a ricercare una soluzione adeguata in sede parlamentare, nel segno del rafforzamento della democrazia dell’alternanza e del bipolarismo […] D’altra parte guardando all’Europa si può ben constatare che ormai ovunque – quali che siano le leggi elettorali in vigore – i sistemi politici sono organizzati intorno a due schieramenti, uno progressista e uno conservatore”.

Il gruppo dirigente diessino a partire dai primi anni ’90 dello scorso secolo si è schierato esplicitamente e nettamente contro il sistema elettorale proporzionale, per il maggioritario e il bipolarismo – compiendo un netto rovesciamento rispetto alle posizioni che il Pci aveva sostenuto sino ai primi anni ’80 – muovendosi sempre più consapevolmente e decisamente contro l’impianto della Costituzione repubblicana del 1948, che si incardinava sul pluralismo politico dei partiti e la centralità del parlamento per realizzare una democrazia sociale. L’abiura del marxismo e del comunismo ha significato per il gruppo dirigente Ds anche l’abiura dei principi democratici costituzionali. Fu infatti l’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto a promuovere insieme con il campione della strategia referendaria di stravolgimento della Costituzione, Segni, il primo referendum per la trasformazione del sistema elettorale in senso maggioritario. Il colpo, riuscito solo in parte nel 1991, ebbe pieno successo nel 1993, quando la Corte costituzionale ammise referendum elettorali che solo due anni prima aveva considerato inammissibili.

Una ben orchestrata campagna di propaganda contro la “partitocrazia”, aiutata dallo scandalo di tangentopoli, il sistema di concussione e corruzione da tempo in voga – ma che solo ora viene “scoperto” al fine di smantellare il sistema dei partiti della repubblica -, fornisce l’esca per il passaggio all’uninominale maggioritario. Il 17-18 aprile 1993 si svolgono i referendum proposti da Segni, tra cui quello per abrogare la legge elettorale per il Senato. Sul 75% di votanti i sì sono la stragrande maggioranza: 82,7%. Il risultato del referendum è accolto con fragorose e roboanti dichiarazioni che lo assumono come il consenso di massa plebiscitario e popolare al cambiamento della Costituzione verso il bipolarismo maggioritario e il presidenzialismo sostenuto da Segni. Il 1993 segna il passaggio ad una nuova fase della storia repubblicana: il 25 marzo 1993, è approvata la Legge n. 81 per l’elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale; il 3 agosto la nuova legge maggioritaria, con la correzione di un 25% di seggi assegnati ancora con il sistema proporzionale, mentre il 75% viene assegnato con il sistema maggioritario a turno unico e una clausola di sbarramento al 4%.

Ma l’esistenza di una percentuale di proporzionale non andava bene ai fautori del maggioritario assoluto. Ed ecco l’infaticabile Segni, supportato dal gruppo dirigente Ds (compresi quanti, come Folena, Salvi e Mussi, lasceranno negli anni successivi il partito), all’opera per cancellare la quota proporzionale nell’elezione alla Camera dei deputati. In quell’occasione, l’allora segretario dei Ds Veltroni dichiarava: “Siamo nati con l’idea di creare in questo paese un sistema democratico di tipo europeo, una democrazia dell’alternanza, un sistema bipolare dentro il quale vi fosse identità dei partiti e unità delle coalizioni […] questo partito della sinistra […] oggi è al governo grazie alla rottura del vecchio sistema degli anni Ottanta e al primo affermarsi di una via maggioritaria e dell’alternanza […] La democrazia dell’alternanza è il punto strategico decisivo, perché i governi li fanno con il loro voto i cittadini. Col sistema proporzionale i governi li fanno, come negli anni Ottanta, le riunioni tra i segretari di partito, i quali di volta in volta decidono”. Il 18 aprile 1999, in piena aggressione Nato alla Jugoslavia, cui il nostro paese – governo D’Alema – partecipa in aperta violazione dell’articolo 11 della Costituzione, il referendum, grazie anche ad una decisa campagna astensionista in cui si mobilitano i comunisti, fallisce per un soffio. Votano solo il 49,6%. Tra i votanti il SI ottiene il 91,5%.

Come si vede da queste brevi citazioni – ma potremmo riportarne a centinaia, tra dichiarazioni, esternazioni, interviste – tutto l’asse del discorso ruota intorno ad una questione essenziale: la stabilità e governabilità del paese. In nome della governabilità occorre avere maggioranze parlamentari ampie, stabili, sicure. E per questo è necessario superare l’eccessiva “frammentazione” del sistema politico italiano: dunque, guerra al proporzionale – che ha il torto di ispirarsi al principio democratico “una testa un voto” su cui insorse la borghesia del terzo stato contro i privilegi feudali agli stati generali francesi del 1789 – e passaggio al maggioritario. Semplificazione della complessità, riduzione dello scontro politico ad un sistema binario in cui si confrontano due poli, o, nel caso più spinto, sul modello usamericano, due partiti: bipartitismo. Maggioritario e bipolarismo per la governabilità: sembra essere questa la formula magica che unisce oggi uno schieramento molto vasto, dalla destra di An ai Ds. Le divergenze nascono sul modo migliore di realizzare il modello ideale, sul quale ben pochi sembrano oggi nutrire dubbi. Anche a sinistra, purtroppo, dove appare introiettata l’ideologia del bipolarismo. Ideologia “facile”, che incontra anche i favori del senso comune, che, come opportunamente annotava Gramsci, citando Manzoni, non coincide col buon senso ed è intriso dei pregiudizi e dell’ideologia dei dominanti.

Nella realtà effettuale delle democrazie occidentali il bipolarismo, di cui il bipartitismo è la forma estrema, è il modo attraverso cui il proletariato in quanto classe per sé viene privato della sua rappresentanza politica parlamentare o è costretto forzosamente a convivere in modo inevitabilmente subordinato – ad onta anche della coscienza e volontà dei suoi capi – in coalizioni dirette da frazioni della classe borghese dominante. Il bipolarismo non è oggi – nei paesi maturi dell’Occidente capitalistico, in cui la classe dominante ha stabilizzato il suo potere e affinato gli strumenti di controllo sulla società – la contrapposizione di un polo borghese e di un polo proletario, di un polo degli sfruttatori e di uno degli sfruttati, ma è il modo in cui la classe dominante capitalistica regola le contraddizioni delle sue frazioni. Nessuno seriamente può affermare che la divergenza tra democratici e repubblicani negli Usa sia strategica, che gli uni rappresentino il lavoro e gli altri il capitale. Ma lo stesso può dirsi anche dei bipolarismi “maturi” in Europa. E anche lì dove il bipolarismo non è pienamente maturo, come l’Italia. Se guardiamo alla storia dell’ultimo quindicennio, lo scontro tra “Progressisti”, o “Ulivo”, o “Unione” e Polo o Casa delle libertà berlusconiana, non troviamo tra i due poli uno scontro di classi contrapposte. Al punto che nella campagna elettorale del 2001 circolava la storiella che lo staff propagandistico di Berlusconi avesse bruciato sul tempo quello di Rutelli… Del resto, anche per le elezioni del 2006 sentivamo esponenti dell’Unione rimproverare Berlusconi di aver fatto poco o niente in materia di privatizzazioni. E l’attività legislativa del primo governo Prodi è stata nel segno delle politiche neoliberiste, dello smantellamento della grande impresa pubblica e della precarizzazione del rapporto di lavoro. Non è questa la sede per un’analisi del “berlusconismo” e delle ragioni – sul davanti della scena politica e mediatica – di uno scontro dai toni accesi (che non escludevano però momenti di accordo istituzionale, come la Bicamerale presieduta da D’Alema nel primo governo Prodi). Qui interessa piuttosto chiarire la natura mistificatoria dell’ideologia del bipolarismo. Esso – come ci ripetono a iosa i suoi apologeti – è funzionale ad un modello di “democrazia dell’alternanza”. Dell’alternanza, non dell’alternativa! Come nel modello Usa, che lo ha realizzato in forma pressoché pura – riducendo a zero la rappresentanza politica del lavoro, del proletariato, degli sfruttati dal capitale – si alternano al governo del paese due poli o, meglio, due partiti che sono entrambi pienamente all’interno del sistema capitalistico di sfruttamento, che non si propongono alcuna alternativa di società. Il bipolarismo serve dunque, nella fase attuale del capitalismo mondializzato, a) ad eliminare (o includere in modo subalterno, evirandolo) il partito del lavoro sfruttato dal capitale; b) a regolare le contraddizioni intercapitalistiche tra frazioni della classe dominante. Ad esempio, nel caso italiano, tra frazioni del capitale bancario e industriale, tra grande impresa e piccole e medie imprese, tra frazioni capitalistiche filo o anti-europeiste. Al di là del teatrino della politica, i marxisti dovrebbero recuperare l’analisi delle classi sociali e delle loro rappresentanze politiche, sapendo individuare la base sociale (che non sempre coincide con la base elettorale) di ciascun partito.

La storia dell’ultimo quindicennio ci dice chiaramente che i comunisti hanno subìto, obtorto collo, le leggi elettorali maggioritarie e che si sono visti in molti casi costretti ad entrare in coalizione con alcune frazioni delle classi dominanti per evitare il rischio di perdere una rappresentanza parlamentare. Giustamente si sono opposti ai referendum elettorali maggioritari del 1993 e del 1999 e hanno cercato di contrastare la deriva presidenzialistica, che – 1999, governo D’Alema – ha già trasformato il presidente della regione, eletto direttamente dai cittadini, in “governatore” con poteri di nomina e revoca dei suoi ministri-assessori. La strategia delle riforme costituzionali, a partire dalla riforma elettorale, che, pur non essendo una legge costituzionale, incide pesantemente sul sistema rappresentativo, ed ha rappresentato, col passaggio al maggioritario (corretto da una quota proporzionale) nel 1993, il primo grande vulnus alla Costituzione italiana, cui è seguito il mutamento della forma di stato, con la legge costituzionale n 3 del 18 ottobre 2001 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), approvata a fine legislatura da una risicatissima maggioranza di centro-sinistra, mira a superare la “anomalia italiana”, determinata da una Costituzione che, unica tra quelle dell’Occidente capitalistico, ha visto il concorso determinante dei partiti rappresentanti il lavoro salariato (Pci e Psi). Una Costituzione che, da un lato, fondava la repubblica sul lavoro (sui lavoratori, nella proposta di Togliatti) e ne proponeva non solo la tutela, ma anche la possibilità di estendere il controllo dei lavoratori sulle forme di economia pubblica, ponendo limiti al diritto assoluto di proprietà; e, dall’altro, originata dalla lotta contro la dittatura fascista, proponeva la centralità del parlamento, come rappresentante della volontà popolare, e non dell’esecutivo. Prioritario era, nell’impianto costituzionale, il criterio di rappresentanza politica, attraverso il pluralismo dei partiti, non la governabilità, per cui il sistema elettorale proporzionale sottostava all’intero impianto costituzionale. A partire dalla fine degli anni ’70, auspice anche il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, ispirato dalla Trilateral, la questione della governabilità -stabilità, del rafforzamento dell’esecutivo, del presidenzialismo e del maggioritario – temi tipici del pensiero politico antidemocratico già dal XIX secolo – ha soppiantato quella, vitale in una democrazia, della rappresentanza.

L’attacco che in modo massiccio si è dispiegato contro la Costituzione – e che ha avuto nel gruppo dirigente dei Ds, da cui proviene anche l’attuale presidente della repubblica, i più convinti fautori – legava strettamente maggioritario, bipolarismo, presidenzialismo (nelle varie forme del premierato, o “governatori” delle regioni) alle politiche neoliberiste, di privatizzazione, attacco al diritto del lavoro, alla contrattazione collettiva, al diritto di sciopero. Ciò, purtroppo, è stato scarsamente percepito dai comunisti e dagli autentici democratici. Se si esamina la produzione legislativa dell’ultimo quindicennio e la si accosta alle riforme elettorali e costituzionali intervenute in questi anni, emerge chiaramente il percorso del gambero imposto ai lavoratori, fortemente depauperati di una loro rappresentanza politica. L’attacco alla rappresentanza proporzionale come grimaldello per il premierato e il presidenzialismo è andato di pari passo con l’attacco alle presunte rigidità e inefficienze dell’intervento statale in economia e della gestione statale delle strutture sociali essenziali (sistema dell’istruzione pubblica, sanità, amministrazione dello stato), alla critica allo “statalismo”, allo smantellamento del sistema di imprese statali, per la piena affermazione del “libero mercato”. Illuminante a questo proposito l’editoriale, all’indomani dei referendum del 18 aprile 1993, di un lucido alfiere della borghesia e ispirato ispiratore dei Ds, Eugenio Scalfari: “Quanto agli altri referendum – scontato quello che abolisce il finanziamento pubblico dei partiti – c’è stato un plebiscito per quelli che vanno in direzione del libero mercato economico e contro la pratica delle lottizzazioni. Così si legge (e come altro si potrebbe?) il voto sulle Usl, quello sull’abolizione delle Partecipazioni statali, quello sulle nomine bancarie. La massiccia espressione del ‘sì’ anche da parte degli elettori di simpatie pidiessine dimostra ancora una volta che l’unità d’intenti ha superato steccati e residue ideologie”.

La lotta per la difesa e il rilancio della Costituzione del 1948 – che, scritta in una fase in cui i rapporti di forza, grazie alla resistenza antifascista e al ruolo in essa avuto dai comunisti e dall’Urss, erano certo più favorevoli al proletariato, è oggi un presidio fondamentale per la classe lavoratrice – non è solo una giusta lotta democratica, contro il maggioritario, il presidenzialismo, il potere dell’esecutivo sottratto alla direzione parlamentare, ma è anche, con essa intimamente legata, una lotta sociale. La logica della governabilità, del maggioritario e del bipolarismo è affatto estranea allo spirito della Costituzione. Il problema principale per i lavoratori, di cui i comunisti sono, come scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, i rappresentanti più coerenti e conseguenti, non è oggi quello di entrare in posizione subalterna in uno dei due poli concorrenti alla gestione capitalistica dello stato, ma quello di dotarsi di una seria rappresentanza politica.

Il che significa battersi politicamente e ideologicamente contro il bipolarismo, rifiutarne tutte le logiche, comprese le “primarie”, che servono a legittimare il “polo” con la sua leadership. E battersi per il proporzionale, contro il maggioritario, che supporta la logica bipolare, in qualsiasi sua forma. Le soglie di sbarramento, come sono nel sistema elettorale tedesco, che autorevoli esponenti del Prc oggi sponsorizzano, inficiano la logica della rappresentanza proporzionale, specie se poi questa soglia di sbarramento, anche attraverso la revisione delle circoscrizioni elettorali e la riduzione del numero dei parlamentari, si eleva – come è nella proposta del ministro delle riforme Vannino Chiti, accettata da tutti i partiti dell’Unione, comunisti compresi – ad una percentuale che sfiora il 10% al Senato. La battaglia per il proporzionale, che nel settembre 2005 fu rilanciata dall’appello “La sinistra per il proporzionale”, ha un grande valore politico e ideale, anche di battaglia per la verità, per la formazione politica delle nuove generazioni, per la coerenza di intenti e comportamenti che i comunisti sanno mostrare al mondo.