Per un nuovo protagonismo della classe operaia

*Vice Coordinatore nazionale dell’SdL Intercategoriale

I lavoratori sembra quasi che siano condannati a subire accordi, fatti sulla loro pelle, che, caso strano, vengono siglati alla fine di luglio quando diventa praticamente impossibile organizzare il dissenso. Si potrà dire che sono i corsi e ricorsi della storia ma a me pare che sia più opera di una regia politico–sindacale a determinare queste date. Del resto i protagonisti di ieri sono gli stessi di oggi e l’oggetto degli accordi di luglio da oltre 3 lustri è sempre lo stesso, ovvero come tagliare reddito, pensione e diritti dei lavoratori dipendenti. Quanto sta accadendo ha qualcosa di surreale, ma le conseguenze sono drammatiche e stabiliscono una linea di continuità tra le politiche economiche e sociali degli anni ’90 (governi Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato) e quelle dell’attuale governo Prodi. Sembrerebbe che questi signori non abbiano tratto alcun insegnamento dalla sconfitta elettorale subita nel 2001 ad opera di un Berlusconi e di una destra che, oltre alla loro capacità comunicativa, trassero un indubbio vantaggio dallo scollamento tra le forze del centrosinistra ed il mondo del lavoro. Qualcuno forse ricorda il D’Alema che da presidente del Consiglio proclamava “scordatevi il posto fisso?” od ancora le politiche concertative di Cgil, Cisl e Uil che decretarono la scomparsa della scala mobile dalle retribuzioni, dell’aggancio delle pensioni ai rinnovi contrattuali, degli uffici di collocamento pubblici, delle pensioni che, con il sistema a ripartizione allora vigente, assicuravano un rendimento pensionistico dell’80% dell’ultima busta paga ecc. Durante i 5 anni di governo delle destre vi è stato un rilievitare di lotte, scioperi, manifestazioni, convegni in cui sembrava che vi fosse stato un ripensamento, che, di fronte agli assalti iperliberisti berlusconiani, si andasse saldando un fronte politico ampio che denunciava come le classi meno abbienti e tra esse il lavoro dipendente, fossero scivolate oltre la soglia della povertà. Sembrava un fatto politicamente acquisito, e da tutti denunciato, che la maggioranza delle famiglie italiane subisse la crisi della 4° settimana, che le basse retribuzioni inibissero la possibilità di una reale ripresa produttiva penalizzata dalla contrazione dei consumi. Ricordiamo tutti che nei mesi precedenti le elezioni politiche vi era un quotidiano fiorire di pronunciamenti di condanna delle politiche neoliberiste con tanto di dichiarazione roboanti di questo o quel leader di partito che tuonava contro la riforma Maroni delle pensioni, la Legge 30 sulla precarietà del lavoro, sulla necessità di aumentare le retribuzioni e così via. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni dei leader di Cgil, Cisl e Uil. Di tenore diverso, ma per alcuni aspetti convergenti con il centro sinistra, le dichiarazioni di Confindustria, come la denuncia dell’inefficacia delle misure economiche del governo di destra e la richiesta pressante di spostare risorse sulle attività produttive, penalizzate dalla contrazione della capacità di spesa delle famiglie italiane. La prima doccia fredda arrivò alla vigilia delle elezioni, durante la fase di stesura del programma di centro sinistra, in cui il confronto tra le varie anime del centro sinistra produsse un programma ampio ma vago, da cui scomparvero le posizioni nette espresse in precedenza sostituite da formule del tipo “superamento della L. 30” ecc. Il risultato fu, appunto, una formulazione vaga che ognuno può tirare dalla sua parte. Il passaggio, però, dalle formulazioni programmatiche ai fatti reali mostra come la maggioranza del centro sinistra sia molto più sensibile ai richiami delle forze padronali e finanziarie che a quelle del lavoro dipendente, del mondo della precarietà, degli inoccupati e dei disoccupati. I danni nefasti prodotti dalla enfasi del ritorno del “governo amico” con cui Cgil Cisl Uil hanno salutato il nuovo governo, indotti forse anche dalla meno nobile logica della merce di scambio alla base delle poli- tiche concertative, si sono immediatamente concretizzate arrivando ad anticipare gli effetti di alcune leggi promulgate dal governo Berlusconi, come nel caso della riforma del TFR, o ad accettarne altre contro cui anche queste o.s., in particolare la Cgil, avevano prodotto lotte significative. Parliamo della L. 30 di Maroni, di cui si chiedeva l’abrogazione e che esce sostanzialmente intatta nelle linee fondamentali dell’accordo del 23 luglio, un accordo che traccia un solco profondo tra le aspettative dei lavoratori ed il futuro del mondo del lavoro che con esso viene delineato, un futuro a tinte ancor più fosche per chi dovrà andare in pensione e per il mercato del lavoro in quanto recepisce non solo la Legge 30 ma anche parti di quell’accordo per l’Italia sottoscritto da Cisl e Uil con il governo Berlusconi e che la Cgil non volle firmare. Ulteriore elemento di inquietudine l’annunciata riforma degli ammortizzatori sociali. L’assioma di fondo di questo accordo è che, per offrire qualche tutela a chi ne è privo e mancando di risorse economiche aggiuntive da destinare a questo scopo, occorre comprimere le tutele sociali conquistate dai lavoratori nei decenni precedenti. Vi è in questa impostazione un’odiosa volontà classista di continuare a colpire i settori proletari, per garantire i redditi della borghesia e del capitale finanziario. Nel mese di luglio si sarebbe stipulato un accordo che riproponeva la tanto vituperata macelleria sociale (così gli stessi sottoscrittori dell’accordo definivano le leggi sul lavoro del governo Berlusconi) ed era ben chiaro non solo a noi dell’SdL Intercategoriale ed ad ampi settori del mondo del lavoro, ma traspariva chiaramente nelle dichiarazioni del governo, della Confindustria e dei leader confederali. Con altri sindacati di base (CUB e UNICOBAS) arrivammo a proclamare uno sciopero di tutte le categorie il 13 luglio, tentando di impedire o, quantomeno modificare i termini dell’accordo; un preludio all’allora annunciato autunno caldo contro l’accordo che, alla luce dei fatti, è riuscito ad essere peggiore di quanto immaginato. È vero, all’interno del protocollo di intesa vi sono aumenti minimi delle pensioni più basse, la possibilità di riscattare la laurea ai fini pensionistici, la cosiddetta totalizzazione di tutti i contributi versati dai lavoratori intermittenti ecc. e però … a fronte di interventi minimi da leggere in positivo, vi è da dire che, pur trattandosi di interventi che interessano una platea vasta di pensionati e di lavoratori intermittenti, la semplice tassazione delle rendite finanziarie al 20% avrebbe prodotto un maggior gettito fiscale in grado di consentire interventi ben più consistenti, visto che i pensionati al minimo saranno ancora ben lontani dalla soglia di povertà e che i lavoratori intermittenti vorrebbero un lavoro vero e stabile e non interventi assistenziali che comunque li condannano ad una vita precaria. Ma se questi sono interventi minimi, comunque positivi, è sul resto che occorre leggere l’intervento complessivo di riforma dello stato sociale. Analisi approfondite della portata dell’accordo del 23 luglio sono state già prodotte in questi mesi e quindi possiamo evitare in questa sede di farne un’analisi compiuta, limitandoci ad una veloce sintesi, per poi ragionare su come tentare una spallata all’accordo e, aggiungo, al complesso di norme liberiste prodotte da tutti i governi negli ultimi 15 anni. L’aspetto più noto è che il famoso “scalone” di Maroni, con il quale veniva innalzata l’età pensionabile già nel 2008, è stato trasformato in “scalini” che gradualmente innalzano l’età pensionabile. Da notare che per il gioco delle finestre di uscita si andrà in pensione ancora più tardi di quanto previsto nella riforma Maroni. Quello che è meno noto è che, nell’accordo di luglio, è prevista una drastica riduzione dei coefficienti di calcolo delle pensioni, con revisione triennale degli stessi, ed il risultato, come è noto, è che si andrà in pensione più tardi e con importi pensionistici inferiori a quanto previsto dalla riforma Dini del ’95. Sempre sul fronte pensionistico, viene rivista la platea dei lavoratori addetti ai lavori usuranti (che comunque andranno in ritardo rispetto alle pur limitate condizioni attuali), aggiungendo a quelli già definiti nel decreto Salvi del ’99 (lavori in cava, galleria, miniera, cassoni aria compressa, alte temperature ecc.) ed ai lavoratori notturni definiti nel decreto n° 66 del 2003 (che, salvo quanto diversa regolamentazione dal CCNL, definisce lavoratori notturni coloro che svolgono almeno 80 notti lavorative all’anno) i lavoratori addetti alla “linea catena” (addetti a produzioni di serie, vincolati al ritmo produttivo collegato a lavorazioni o a misurazione di tempi di produzione in sequenza di postazioni, lavoratori che ripetono costantemente lo stesso ciclo lavorativo su parti staccate di un prodotto finale, che si spostano a flusso continuo o a scatti con cadenze brevi determinate dal flusso produttivo) con esclusione delle attività collaterali alle linee di produzione, delle manutenzioni, del rifornimento di materiali e del controllo di qualità. I lavoratori così definiti possono presentare domanda, nel limite di 5000 l’anno, a condizione che abbiano svolto tale attività per almeno metà del periodo lavorativo complessivo o, nel periodo transitorio, almeno 7 anni sugli ultimi 10 di attività lavorativa. I fortunati vincitori della “lotteria”, rappresentata dal limite di 5000 lavoratori annui, avranno uno sgravio di 3 anni rispetto all’età per andare in pensione prevista dall’accordo. È del tutto evidente che, se alla forte limitazione prevista nei criteri di determinazione dei lavori usuranti, sarà difficile, ad esempio, farvi rientrare i lavoratori che hanno trascorso lunghi anni in cassa integrazione o in mobilità o i lavoratori intermittenti, essendo lo sgravio direttamente collegato alla effettiva prestazione dell’attività lavorativa, si somma il limite numerico e si condiziona questo allo stanziamento dei fondi nella legge finanziaria; si rischia che anche i lavori usuranti facciano la fine dei lavoratori esposti all’amianto che, con le norme peggiorative introdotte a ripetizione per limitarne il numero, di fatto, a 15 anni dalla promulgazione della legge di tutela, ancora non riescono a godere dei benefici di legge previsti. Altro triste capitolo è quello della decontribuzione del lavoro straordinario (che avrà effetti diretti sia sul fronte occupazionale che previdenziale) e della contrattazione aziendale, o di 2° livello (che di per se costituisce un enorme grimaldello per depotenziare il contratto nazionale a tutto vantaggio delle aziende che spingeranno per alleggerirne la parte economica e per dare più peso ai contratti aziendali che, però, si riescono a fare solo in una minoranza di aziende). Potremmo ancora aggiungere quanto sia ignobile la reiterazione dei contratti a tempo determinato fino a 3 anni, prevedendo anche la possibilità di deroga presso le direzioni con l’avallo di qualche sindacalista compiacente, o il mantenimento dello staff–leasing. Si potrebbe continuare ma, credo, sia più interessante ragionare, schematicamente, su come ottenere la bocciatura di questo accordo, sbagliato non solo nel merito, ma anche sul metodo. Iniziando da quest’ultimo è necessario dire che, ancora una volta, le segreterie confederali sono andate ad una trattativa che interessa la totalità dei lavoratori, dei pensionati, dei precari senza aver ricevuto alcun mandato a trattare su queste materie e, dopo oltre 2 mesi dalla stipula dell’accordo, decidono una “consultazione certificata”(?) in cui, sia nelle assemblee che nei seggi elettorali, saranno presenti esclusivamente i favorevoli all’accordo. Un metodo che spazza ogni residua forma di democrazia sindacale, ed in voga esclusivamente nei regimi totalitari. La conseguenza non poteva che essere la valanga di contestazioni che stanno ricevendo nelle assemblee convocate per illustrare l’accordo di luglio, anche se il timore dei lavoratori è quello che l’esito della consultazione sia già determinato. Nonostante la forte contrarietà dei lavoratori, sarebbe strano se questo accordo venisse bocciato dalle urne, visto che nei seggi vi sono solo i favorevoli all’accordo. Abbiamo già visto nel ’95, l’accordo sulla riforma delle pensioni concertato con il governo Dini, come, a fronte di un no praticamente plebiscitario nei luoghi in cui è stato possibile esercitare forme di controllo operaio sulle operazioni di votazione e scrutinio, il sì vinse nella miriade di piccole aziende, nei seggi allestiti nelle sedi sindacali, dove gli unici che possono agire sono i funzionari sindacali. Battere le forze in campo – sindacati confederali, Confindustria e maggioranza parlamentare – non sarà facile ed occorre individuare le forme e gli strumenti per riuscirci. Dagli scioperi messi in atto da noi ed altri sindacati di base e di tante RSU nel mese di luglio, si è oggi passati ad una fase nuova di mobilitazione, tesa a unire tutti coloro che si oppongono a questo ennesimo accordo di stampo liberista. A questo riguardo, occorre valutare alcuni parametri ineludibili, come il tempo a disposizione, poiché al momento l’unica legge vigente è quella Maroni, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile già dal 2008, e che oltre ad innalzare l’età pensionabile modifica anche le finestre di uscita. Viceversa, l’attuale sistema, basato su 4 finestre di uscita trimestrali consentirebbe a chi ha maturato i requisiti entro il 31/12/2007 di uscire con la finestra di aprile 2008. Abbiamo quindi alcuni mesi di tempo per abolire sia gli scalini che lo scalone. Il secondo elemento su cui ragionare sono gli strumenti da mettere in campo e questi sono quelli classici previsti da un sistema democratico: assemblee nei luoghi di lavoro, votazione dell’accordo, scioperi generali ed articolati, manifestazioni, battaglia parlamentare e, infine, referendum abrogativo. Sui primi due abbiamo già detto, e, anche se non crediamo che sia possibile, una bocciatura dell’accordo rimetterebbe tutto in discussione. Viceversa, nel caso di vittoria del SI, si aprirebbe un doppio scenario istituzionale, a secondo della consistenza dei NO. Se il SI fosse plebiscitario, (anche se fosse pilotato) si indebolirebbe la battaglia che alcuni settori e forze politiche intendono condurre in Parlamento, per introdurre alcune migliorie al testo dell’accordo. Se il NO fosse consistente, questo rafforzerebbe questi settori parlamentari e darebbe maggior forza alla stessa manifestazione convocata per il 20 ottobre dai quotidiani Il Manifesto, Liberazione eCarta. Lo stesso leader del governo Romano Prodi ha messo le mani avanti, dicendo che con queste forze occorre ricercare un’intesa. Fuori da queste logiche e per l’abolizione delle leggi liberiste, compreso l’accordo del 23 luglio, il variegato mondo di sindacati di base, movimenti sociali e politici che si stanno organizzando nella costruzione di un percorso di lotta e mobilitazione, in un percorso che, a partire da un’assemblea nazionale prevista per il 7 ottobre, proseguirà con lo sciopero generale e generalizzato che l’SdL Intercategoriale ha già proclamato per il 9 novembre insieme agli altri sindacati di base e con una manifestazione nazionale prevista per il 24 novembre, indetta insieme alle forze che parteciperanno all’assemblea nazionale del 7 ottobre. Un livello di mobilitazione alto, adeguato alla rabbia del mondo del lavoro, che ha iniziato a far sentire forte il suo dissenso già nelle assemblee che si stanno tenendo in questi giorni. Di questi settori, l’uno è ovviamente limitato dal far parte di una maggioranza di governo, sempre più lontana dal cuore dei cittadini, l’altra, non avendo vincoli di questo tipo, è, quindi, in grado di proporre, come sta facendo, iniziative più radicali ed incisive. Le forze in campo sembrerebbero a nostro sfavore, ma così non è, perché la questione delle pensioni e della precarietà, insieme a quella dei redditi da lavoro dipendente, sono il catalizzatore che può far tornare in campo i milioni di persone e lavoratori che, negli anni passati, si sono mobilitati, anche insieme alla stessa Cgil, sul tema dei diritti, e che si sono sentiti traditi dal ritorno alla concertazione e dall’operato del governo. L’ultima notazione è che, ovviamente, le leggi le fa il Parlamento e vedremo se, ancora una volta, sarà sordo alle richieste che vengono dai lavoratori, preferendo l’abbraccio della Confindustria e delle burocrazie confederali. Su questioni come quelle poste dall’accordo di luglio non possono essere accettabili compromessi parlamentari, magari indotti dal ricorso al voto di fiducia. Se per battere questo accordo non fosse sufficiente il ricorso alle mobilitazioni, agli scioperi, alle lotte, che in questo autunno verranno praticate ovunque nel Paese, allora vorrà dire che occorrerà far ricorso all’unico strumento che rimane, quello del referendum abrogativo, che, saltando i filtri politici parlamentari, rimetterà il proprio futuro nelle mani di coloro che subirebbero gli effetti di una legge che recepisse l’accordo di luglio, ossia i cittadini e le cittadine italiane.