Per un nuovo pensiero critico della sinistra

Dopo lo sciopero generale, il Con- gresso di Rifondazione comunista, le molteplici iniziative che hanno visto in vario modo protagonisti esponenti della sinistra Ds (la costituzione di Aprile, l’iniziativa comune tra l’Associazione per il rinnovamento della sinistra e Socialismo 2000, e altre), le prospettive politiche a sinistra richiedono che si continui tenacemente a lavorare per creare le condizioni di una riorganizzazione dell’area delle forze che si richiamano al socialismo e al comunismo, profondamente diversa rispetto a quella dell’intero arco degli anni ’90.
Una riorganizzazione ancora più urgente dopo la lezione del voto francese.
La sconfitta di Jospin e il terremoto politico in Francia, infatti, impongono una riflessione profonda sulle ragioni dello spostamento a destra in tutti i Paesi dell’Unione, sulla validità della linea fin qui seguita dalle sinistre, sulla necessità di nuove idee e nuove impostazioni.
Siamo al sesto governo socialista che cade in due anni. Significa che c’è qualcosa di profondo che non funziona, che impone a tutti noi, diversamente collocati a sinistra, di cambiare pagina.
C’è stata una evidente sconfitta dell’ipotesi di Jospin: è stato un errore scegliere di impostare la campagna elettorale sulla convergenza al centro e su una conseguente indistinzione delle piattaforme politiche. L’esempio di come i candidati si sono rincorsi sul tema della sicurezza è forse quello più evidente.
Ha pesato lo scarso rinnovamento con il quale è stata percepita l’esperienza di governo e la scelta del premier francese di negare il carattere socialista del suo programma. Ciò ha disorientato l’elettorato, al punto che la maggioranza dei cittadini ha dichiarato di non capire in che cosa consistesse la diversità tra i programmi di Chirac e Jospin.
È evidente però che non si è trattato solo di una questione di impostazione della campagna elettorale.
È mancata un’idea unificante, un progetto intorno al quale mobilitare i francesi.
E qui tante sono le analogie con l’Italia: la divisione a sinistra, il calo dei voti, il forte astensionismo. Il monito che giunge dalla Francia chiede perciò che la sinistra plurale, senza rinunciare alle differenze, sappia però ricompattarsi intorno ad un’idea unificante per ottenere la rivincita. Anzitutto, occorre alzare il tiro sul piano culturale e ideale.
Oggi più che mai la sinistra ha bisogno di un pensiero critico rispetto alla società esistente, un pensiero non subalterno, autonomo, di una bussola per il passato, per il presente, per il futuro. Per questo, per me e per l’Associazione di Socialismo 2000 che presiedo, è importante la parola socialismo perché, come ci ha ricordato Amartya Sen, le grandi domande dalle quali è nato il movimento socialista, ormai tanti e tanti anni fa, attendono ancora risposte, e quelle domande si fanno anzi più attuali, concrete, pressanti.
Quando il movimento globale a Porto Alegre parla di pace contro la logica di guerra, quando chiede di contrastare gli effetti devastanti della globalizzazione neoliberista, il più nuovo dei movimenti ripropone le antiche domande di emancipazione della persona umana, di pace tra i popoli del mondo, di controllo sociale, cioè democratico, consapevole, razionale dei processi economici e produttivi, che sono alle origini del movimento politico socialista.
Libertà come liberazione della persona umana, eguaglianza, democrazia politica, economica, sociale sono le grandi parole del socialismo che chiedono alla sinistra di oggi di misurarsi con quello che accade nel pianeta, e anche nelle nostre nazioni industriali ricche e avanzate, con una capacità nuova di critica e di proposta.
Di critica innanzitutto, superando quelle subalternità all’egemonia del pensiero unico neoliberista che ha condizionato pesantemente le esperienze di governo del centrosinistra in Italia, e non solo in Italia, e prima ancora la cultura politica di larga parte del Socialismo europeo contemporaneo.
Parlare di socialismo deve voler dire essere senza riserve contro la guerra, contro la globalizzazione militare che l’amministrazione Usa indica come risposta al terrorismo e più ancora come struttura portante di un mondo unipolare. Hanno avuto ragione i parlamentari che hanno votato contro la guerra.
La tragedia che sta vivendo la Palestina non sarebbe potuta accadere senza quell’intervento e quella dottrina per la quale la legalità internazionale e i diritti del popolo sono un fattore secondario, se non un fastidio, rispetto all’uso della forza e alla logica dell’occupazione militare del territorio. E nella stessa logica l’America minaccia di utilizzare le armi in Iraq.
È importante che oggi chi crede in questi dati di fondo su essi sappia misurarsi per costruire quelle alleanze politiche e sociali e quel consenso nel Paese, che potenzialmente è molto più ampio di quanto la rappresentanza politica delle sinistre italiane sia oggi in grado di esprimere. Occorre un ripensamento da parte di tutti. Serve una discontinuità.
Per quanto concerne lo schieramento e la forza politica di cui faccio parte, serve una discontinuità rispetto ai 5 anni di esperienza di governo e prima ancora rispetto al modo con il quale il Pds prima e i Ds poi hanno affrontato la transizione italiana, l’intero arco degli anni ‘90. Lo sostiene chi, in questi anni, ha avuto come me un ruolo non secondario in quelle vicende e che, proprio da una posizione privilegiata, in particolare negli anni trascorsi come Ministro del Lavoro, ha avvertito in modo sempre più pressante l’esigenza di un nuovo terreno ideale, politico e sociale. Chi dice che per tale via si condanna la sinistra al minoritarismo e all’irrilevanza sbaglia, perché le elezioni sono state perse a sinistra, nelle divisioni, nel calo di consensi ai rispettivi partiti. Non perché c’è troppa sinistra, ma perché ce n’è troppa poca.
Serve uno scatto, un salto di qualità. A partire dai movimenti, e senza fermarsi ai movimento perché spetta alle forze politiche indicare una prospettiva.
È dal mondo del lavoro che occorre ripartire. Ed è sul merito delle proposte e delle iniziative politiche e sociali che, accanto alle battaglie unitarie contro Berlusconi e la destra nel Parlamento e nel Paese, vanno costruite a sinistra posizioni condivise e comuni.
Per battere il disegno eversore di Berlusconi non serve, è anzi perdente, limitarsi a chiedere un po’ meno flessibilità. Non è dal libro bianco di Maroni (già contenuto nel disegno di legge delega del governo in discussione al Senato) che si deve ripartire. Ma dalla lotta al precariato, al lavoro nero e sommerso, alla disoccupazione, alla discriminazione dei lavoratori extracomunitari, a favore della piena e buona occupazione. Per questo è giusto battersi per estendere la protezione dell’articolo 18 a tutti i lavoratori, anche a quelli che oggi non ce l’hanno.
È giusto battersi per il salario sociale, garantito a tutti coloro ai quali la società non è ancora in grado di assicurare una buona occupazione.
È un percorso che va rafforzato nei prossimi mesi, per costruire quella sinistra plurale di cui oggi c’è bisogno in Italia. Plurale perché rispettosa delle differenze che sono una ricchezza, non una debolezza. Unitaria nell’ispirazione di fondo legata ad una comune prospettiva democratica e socialista.