Per un movimento sindacale sovranazionale e di classe

Siamo vicini ad una importante scadenza per i lavoratori e i pensionati: il Congresso Cgil. Il più grande sindacato d’Italia dovrà misurarsi con una crescente esigenza di cambiamento. Ma chi riuscirà, davvero, a sostenere il cambio di rotta? Prendiamo in esame ciò che è successo in questa ultima fase. Per Cofferati la guerra è stata una “contingente necessità”. Ma quando mai una guerra è stata necessaria? Sarebbe dovuto bastare questo a suscitare un’inversione di tendenza all’interno della Cgil. Ciò non è accaduto, e si è continuato a non capire e a non voler capire, mentre fenomeni nuovi di stampo antioperaio andavano diffondendosi: la globalizzazione dei mercati, il lavoro atipico, il telelavoro, la nascita nel nord-est italiano di migliaia di partite IVA, la crescita di cooperative di comodo nate solo per abbattere livelli salariali e diritti dei lavoratori. Tutto questo aggravato da full-time, par-time, contratti d’area e formazione-lavoro, sgravi alle imprese con il consenso delle confederazioni sindacali.

Qual è il ruolo, all’interno di questo quadro, della sinistra sindacale? Riportare il sindacato tra i lavoratori, sconfiggere la linea della concertazione, “riprendere” le fabbriche e i luoghi di lavoro. Ricollocare al centro l’obiettivo delle “35 ore” a parità di salario, riconquistare un salario che sia il meno variabile possibile, non più legato alla presenza o alla produttività. Aprire il fronte del salario sociale per i giovani come avviene in altri paesi d’Europa. Affrontare il problema della sicurezza nel lavoro, poiché è ormai criminale un sistema produttivo che conta quattro lavoratori morti al giorno. Iniziare di nuovo a porre la questione della redistribuzione della ricchezza, attraverso salari che siano davvero legati al costo della vita. Da troppo tempo, peraltro, sul sacrificio del salario si innalzano vertiginosamente i profitti del capitale. La questione dei bassi salari, dell’impossibilità di “giungere a fine mese” è ormai una spina quotidiana nel fianco dei lavoratori: tanto, tale questione, è centrale per il lavoratore dipendente, quanto è lontana dalle false coscienze sia delle burocrazie sindacali che del governismo a tutti i costi della sinistra moderata italiana.

Il prossimo Congresso della Cgil può essere un’occasione perché i lavoratori riconquistino i loro diritti di contrattazione. Può essere un’occasione per innalzare il livello di coscienza dei lavoratori, per rafforzare il loro radicamento nei luoghi di lavoro così da riprendere in mano il sindacato.

Sono un operaio della Fincantieri: in quest’area della produzione sono aumentati in modo ormai intollerabile ritmi di produzione, sfruttamento oggettivo, rischi ed infortuni. Sono caduti i diritti ed il nuovo salario è disgraziatamente rappresentato da quelle “paghe globali” che servono solo ad evadere il pagamento delle tasse e i contributi previdenziali. Va ormai condotta una battaglia a tutto campo contro la “perversione” antioperaia introdotta nei cantieri navali dalle famigerate “ditte d’appalto”, portatrici di mercificazione e subordinazione totale del lavoratore, veri e propri cavalli di Troia per l’abbattimento del salario contrattuale e dei diritti sindacali.

Grave è la responsabilità delle associazioni industriali, che puntano – all’interno del nostro cantiere navale come altrove – a destrutturare il mercato del lavoro attraverso l’assunzione di operai stranieri con i contratti e le paghe dei paesi d’origine, praticando la tecnica della paga oraria conglobata che comprende tutto: ferie, trattamento di fine rapporto, infortunio e malattia, con i contributi versati solo al minimo previsto. Il resto è un totale “fuori busta”, tutto viene lasciato alla contrattazione individuale. Occorre considerare, peraltro – ed è un segno dei più evidenti degli attuali rapporti di forza tra le classi – che a volte sono gli stessi lavoratori a chiedere la “paga globale”.

Le ditte d’appalto che si sono introdotte al cantiere navale sono tutte segnate dalle tipiche caratteristiche iperliberiste dell’alto livello di sfruttamento dei loro dipendenti e dei bassissimi salari (alto sfruttamento e bassissimi salari che trovano basi materiali anche sulla scarsissima professionalità delle maestranze alle dipendenze delle ditte d’appalto, elemento questo che aumenta le possibilità di ricatto dei titolari delle ditte stesse sui propri dipendenti).

Sul modello delle ditte d’appalto, peraltro, si stanno muovendo ormai buona parte delle industrie italiane, ed è questo uno dei nodi centrali della stessa “questione sindacale”: è indubbio, infatti, che proprio sul recupero di una lotta per i diritti dei lavoratori e contro la flessibilizzazione e le sue degenerazioni che si gioca il destino della Cgil.

Per ciò che riguarda noi, lavoratori dei cantieri navali, una questione è giunta a maturità: rispetto ai problemi complessivi che segnano le condizioni di vita e di lavoro delle maestranze dei vari cantieri navali italiani, è ora di porre l’obiettivo di lotta di un coordinamento nazionale dei lavoratori della cantieristica. Sta consolidandosi a livello mondiale, nella cantieristica mondiale, il fenomeno dell’abbattimento del costo-nave, fenomeno che poggia sullo sfruttamento del lavoro e che favorisce sfacciatamente gli interessi degli armatori. Pensiamo ai lavoratori coreani dei cantieri navali e alla loro lotta per i diritti (presenza sindacale nei cantieri, aumenti salariali, maggior sicurezza nei processi produttivi): si tratta di una disvelante lezione “internazionale”, relativa alle strade che ha il movimento operaio per contrastare i disegni iperliberisti (l’unica strada è la lotta) e relativa alla natura ferocemente dominante del “nuovo” capitale (i lavoratori coreani in lotta sono stati imprigionati e selvaggiamente picchiati dalle forze governative). In quella lotta vi è un’altra lezione, decisiva: contro l’unificazione sovranazionale del capitale, contro i disegni iperliberisti delle multinazionali è giunta l’ora della costituzione di un movimento sindacale di classe sovranazionale, in grado di unire in una lotta unica contro “l’unico padrone” i diversi movimenti operai nazionali.