Per un movimento globale contro la guerra*

**Direttore esecutivo del “Focus on the Global South” (con base a Bangkok) e Professore di Sociologia e Amministrazione pubblica presso l’Università delle Filippine

CON LA RESISTENZA IRACHENA, PER IL RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE STRANIERE DALL’IRAQ

La fase attuale ci mostra un’offensiva diplomatica volta a convincere gli europei a “mettersi l’Iraq dietro le spalle”. Siamo di fronte ad un impegno articolato, diretto a convincere gli europei e il mondo intero che, con le recenti elezioni in Iraq, si è costituito in quel paese un nuovo terreno su cui muoversi: il terreno della democrazia.
La dura realtà delle cose dimostra, al contrario, che contro il popolo iracheno continua la spinta americana all’occupazione e al dominio, e questo perché gli USA non stanno vincendo sul campo. Siamo infatti di fronte ad una crescita e consolidamento della Resistenza irachena, che non è solo Resistenza militare, ma anche Resistenza politica. Vi è infatti una Resistenza civile di massa, fatta di azioni di lotta condotte da normali cittadini giorno dopo giorno per negare la legittimità dell’occupazione.
La nostra posizione politica non può quindi avere dubbi: dobbiamo pienamente appoggiare il diritto del popolo iracheno a resistere all’occupazione.
Sono molti i modi con cui esprimere solidarietà alla Resistenza irachena, ma dobbiamo ricordare che il popolo iracheno ci chiede principalmente un nostro impegno diretto per il ritiro immediato e incondizionato delle truppe straniere dall’Iraq. Solo a questa condizione di fine del dominio militare straniero e di recuperata sovranità, il popolo iracheno potrà decidere del proprio futuro e darsi un governo nazionale legittimo, poiché definire libere e democratiche le elezioni svoltesi sotto l’occupazione militare straniera rappresenta la negazione stessa dei concetti di libertà e di democrazia.
La verità è che gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra in Iraq, sia politicamente che militarmente. I 135.000 soldati americani presenti sul suolo iracheno stanno combattendo allo stremo, e tuttavia non sono in grado di fermare il fuoco crescente della guerriglia. Secondo il governo degli Stati Uniti e i capi militari dell’esercito americano, per battere la Resistenza e per spegnere la guerriglia occorrerebbero almeno 500.000 soldati, una forza imponente e impossibile da mettere in campo senza provocare una mobilitazione civile di massa negli USA. Bush ha vinto le elezioni, ma sa anche che non è per aver scelto una linea di guerra che ha vinto.
Anche tra i militari americani, anche nelle loro famiglie, sta avanzando il “no” alla guerra. Alcune settimane fa, negli Stati Uniti abbiamo assistito ad una critica senza precedenti: durante una grande assemblea il segretario alla difesa Rumsfeld è stato duramente attaccato da un ufficiale dell’esercito americano che l’accusava di inviare i soldati in guerra senza sufficienti protezioni. È di pochi mesi fa la notizia di un’unità dell’esercito d’occupazione USA in Iraq che si è rifiutata di trasportare i rifornimenti ad un’altra unità, dislocata in una città lontana diverse miglia, perché non vi erano le condizioni minime di sicurezza. Probabilmente si stanno manifestando numerosi incidenti di questo tipo, e se i giornalisti si preoccupassero di guardarsi attorno invece di “intendersi” con il Pentagono, lo sapremmo.
Nelle ultime fasi della guerra in Vietnam, l’esercito americano si ritirò anche a causa della caduta del morale, a causa dell’esplosione delle contraddizioni interne tra le truppe americane. Ricordiamo ad esempio quel che accadde con il fragging, il lancio di granate da parte di soldati USA contro i propri ufficiali. Circa la metà dei soldati americani oggi in Iraq non appartiene alle forze regolari ma alla guardia nazionale, non sono cioè soldati a tempo pieno: ciò sta già provocando e può ulteriormente provocare un crollo del morale, come hanno fatto osservare James Fallow e tanti altri osservatori.
Gli Stati Uniti stanno estendendo il loro dominio non solo in Iraq ma a livello globale. Tuttavia in questo momento l’esperienza irachena sta mettendo in crisi il progetto d’espansione globale americana, mostrandone in luce i limiti e le contraddizioni.
– Nonostante le recenti elezioni in Afghanistan sponsorizzate dagli Stati Uniti, il governo Karzai controlla effettivamente solo una parte di Kabul e due o tre altre città. Il segretario dell’ONU Kofi Annan ha affermato che “nonostante le elezioni, senza istituzioni statuali capaci di rispondere ai bisogni della popolazione afgana, l’autorità e la legittimità del nuovo governo avranno vita breve”. In questa situazione incerta, l’Afghanistan è costretto ad accettare e subire la presenza sul proprio suolo di 13.500 soldati americani e di altre 35.000 unità militari di supporto esterno.
– La “guerra degli Stati Uniti al terrorismo” ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quello dichiarato, e infatti oggi Al Qaeda e i suoi alleati molto più forti che nel 2001. A questo proposito, il filmato di Osama bin Laden apparso durante la campagna elettorale americana è stato particolarmente significativo. L’invasione dell’Iraq, come ha affermato l’ex-capo anti-terrorismo di Bush, Richard Clark, ha favorito il terrorismo e si è rivelato il miglior strumento di reclutamento per Al Qaeda. Ma ancor prima dell’Iraq, la mano pesante della polizia di Washington e la militarizzazione per contrastare il terrorismo avevano già spinto milioni di musulmani ad avversare il governo americano. Qualcosa di analogo è accaduto nella Tahilandia del sud, dove l’azione degli Stati Uniti “contro il terrorismo” è servita a convertire il malcontento latente in un’insurrezione generale.
– Con il suo pieno appoggio alla strategia di Ariel Sharon volta a sabotare l’emergere di uno stato palestinese, Washington ha perso tutto il capitale politico che aveva guadagnato fra gli arabi quando mediò per l’ormai defunto Accordo di Oslo. Inoltre sia l’appoggio a Sharon che l’occupazione dell’Iraq hanno screditato e reso più vulnerabili gli alleati di Washington agli occhi dei gruppi dirigenti arabi. Dopo la morte di Yasser Arafat, Tel Aviv e Washington accrescono le proprie speranze per un accordo sulla questione palestinese firmato alle loro condizioni. Penso che sia un’illusione, e che probabilmente vedremo aumentare tra i palestinesi il consenso verso Hamas e a spese dell’OLP.
– Nelle prossime fasi i conflitti economici si combineranno sempre più alle lotte politiche, allontanando sempre di più gli Stati Uniti dall’Europa. E l’Europa è la chiave di volta per la tenuta dell’impero americano. Come ha scritto il neoconservatore Robert Kagan: “Gli americani avranno bisogno della legittimazione che l’Europa può offrire loro, ma gli europei potrebbero anche non concederla”. Ma il divario crescente tra Usa e Ue non è prodotto unicamente dalle diverse concezioni relative al mantenimento della stabilità globale. Gli europei hanno infatti sempre più timore che l’aggressività militare degli Stati Uniti possa finire col minare la stabilità regionale europea.
– L’America Latina accelera il suo spostamento verso sinistra. La vittoria della coalizione di sinistra in Uruguay è solo l’ultima di una serie di vittorie elettorali delle forze progressiste, dopo quelle in Venezuela, Equador, Argentina e Brasile. In questo nuovo quadro diventa verosimile la possibilità stessa di insurrezioni di massa, come quella verificatasi in Bolivia nell’ottobre 2003. Parlando di questa svolta a sinistra e dei sintomi di allontanamento dall’impero, uno degli amici latinoamericani degli USA, l’ex ministro degli esteri messicano Jorge Castaneda, ha descritto così la nuova fase: “Gli amici degli americani… avvertono il fuoco di quest’ira antiamericana, e sono costretti a rivedere la loro retorica filo- USA. i propri atteggiamenti e le proprie politiche per far sì che non appaiano più come filoamericane. E sono costretti a resistere con determinazione maggiore ai desideri e alle esigenze di Washington”.

Questo è il nuovo quadro globale, che smentisce il trionfalismo che ha accompagnato il tour europeo di Bush, rivelatosi in realtà il “viaggio delle difficoltà” nordamericane. Mentre infatti i giornali si riempivano delle bellicose parole di Washington contro l’Iran, la Siria e la Corea del Nord, la realtà mostra come, essendo gli USA obbligati ad una guerra senza fine in Iraq, essi siano oggi in una posizione di maggior debolezza di quanto lo fossero prima dell’aggressione contro il popolo iracheno, e che conseguentemente le loro minacce contro i “paesi canaglia” perdono ora di forza. Washington è consapevole di questo fatto, ed è per questo che sta tentando di costruire un più saldo rapporto con l’Europa, nel tentativo di puntellare il proprio dominio globale in declino.

In quanto movimento contro la guerra, uno dei nostri obiettivi deve mirare direttamente a sabotare questo disperato gioco diplomatico. È necessario di conseguenza mettere a fuoco gli obiettivi che il movimento contro la guerra deve porsi man mano che la posizione degli USA in Iraq peggiora.
Appoggiare la lotta del popolo iracheno per riappropriarsi della propria sovranità e per dotarsi di un governo nazionale liberamente scelto dagli iracheni continua ad essere la priorità del movimento contro la guerra. L’altro obiettivo è la fine dell’occupazione israeliana della Palestina e il ripristino dei diritti del popolo palestinese.
n questa fase segnata sia dalla vittoria della destra negli Stati Uniti che dalla crisi dell’impero a livello globale, cosa si deve fare per raggiungere questi obiettivi che ho tentato di delineare?

In primo luogo il movimento contro la guerra deve gradualmente superare la propria attuale spontaneità e giungere ad un nuovo livello di coordinamento internazionale, andando molto al di là del rito annuale della protesta contro la guerra. La massa critica necessaria per agire efficacemente contro la guerra non verrà raggiunta senza un’onda di protesta globale simile a quella che caratterizzò il movimento contro la guerra del Vietnam dal 1968 al 1972, capace di mantenere milioni di persone in uno stato di attività e militanza costanti.
Questo coordinamento internazionale dovrà puntare non solo all’organizzazione di manifestazioni di massa, ma anche ad azioni di disobbedienza civile. Dovrà inoltre puntare a conquistarsi spazi significativi sui media globali, avendo comunque sempre presente che una maggior efficacia del coordinamento e dell’organizzazione delle iniziative contro la guerra non devono essere raggiunte a scapito dei processi di partecipazione, che sono il marchio stesso del nostro movimento.
In secondo luogo, anche dal punto di vista tattico bisogna impegnarsi in nuove forme di protesta. Sanzioni e boicottaggi sono metodi che devono essere adottati e trasformati in azioni di lotta di massa. Al Forum mondiale di Mumbay del gennaio 2004, Arundhati Roy ha proposto di iniziare con alcune delle grandi aziende americane che traggono direttamente profitto dalla guerra in Iraq, la Halliburton e la Bechtel, costruendo un’ampia e capillare mobilitazione finalizzata al boicottaggio delle loro operazioni in tutto il mondo. È arrivato il momento di prendere sul serio la proposta di Arundhati Roy, non solo contro le aziende americane ma anche contro le aziende e i prodotti israeliani. C’è bisogno di un salto di qualità nel livello della militanza e della qualità dell’impegno; rispetto alla tragica pericolosità della guerra globale occorre incoraggiare sempre più le azioni di disobbedienza civile e la lotta non violenta contro il commercio. Dobbiamo far sapere a Washington e ai suoi alleati che non possono fare affari finché la guerra continuerà.
Il tipo di dibattito apertosi nel movimento contro la guerra in Gran Bretagna (se proporre le manifestazioni pacifiche oppure la disobbedienza civile) è inutile, perché sono entrambe forme di lotta essenziali e devono essere articolate insieme in forme innovative ed efficaci.
In terzo luogo, è chiaro che sono la Gran Bretagna e l’Italia i principali sostenitori della politica di guerra di Bush. Bush fa costantemente riferimento ai governi di questi due paesi per legittimare l’avventura americana. Quel che decide il governo italiano e che accade in Italia influenza la Gran Bretagna, e viceversa. In entrambi questi paesi si sono manifestate ampie maggioranze contro la guerra, che devono essere convertite in una forza diretta ad intralciare in profondità gli affari e i profitti in questi due paesi gestiti dai governi complici della guerra americana. In entrambi i paesi è presente un senso comune di massa che contempla come forma di lotta lo sciopero generale: scioperi e disobbedienza civile praticati su vasta scala possono aprire grandi contraddizioni tra i governi che sostengono Washington.
Quando ci si domanda perché le manifestazioni del 20 marzo 2004 hanno mobilitato molte meno persone rispetto a quelle del febbraio 2003, numerosi attivisti inglesi e italiani rispondono: perché tutti coloro che erano scesi in piazza e si erano comunque mobilitati sentivano che le loro azioni non erano state in grado di impedire che gli USA entrassero in guerra. Questa arrendevolezza e questa caduta del morale possono essere sconfitti non esigendo meno dal movimento e dalle persone comuni, ma esigendo di più, chiedendo di rischiare e di impegnarsi in atti di resistenza civile non-violenta.
In quarto luogo, dato che il Medio Oriente sarà il campo di battaglia strategico per i prossimi decenni, sarà essenziale rafforzare i legami tra il movimento della pace globale ed il mondo arabo. I governi del Medio Oriente sono notoriamente “prudenti”, e persino indolenti quando si tratta degli Stati Uniti, quindi per allargare il campo della lotta diviene essenziale la costruzione di forti legami di solidarietà fra i movimenti civili europei e mediorientali. Questo dovrà essere un passaggio vissuto coraggiosamente, perché alcuni fra i più forti movimenti antiamericani presenti in Medio Oriente vengono comunemente etichettati dagli americani e da alcuni governi europei come “terroristi” o “filo-terroristi”. La cosa importante è di non permettere che le definizioni imposte dagli americani blocchino il processo di unificazione dei diversi movimenti contro la guerra.
Altrettanto essenziale è che il movimento palestinese e i movimenti israeliani antisionisti e per la pace possano andare oltre le etichette imposte dai governi, e trovare tutte le forme di cooperazione utili a porre fine all’occupazione israeliana.

L’esigenza prioritaria è di unire ed allargare il fronte di lotta contro la guerra, e in questo senso occorre saper trovare le modalità adatte a far incontrare le varie forze, i movimenti e le individualità di diversa estrazione politica, anche quelle apparentemente non conciliabili. A tale proposito l’Assemblea contro la guerra di Beirut, che si è tenuta a metà settembre 2004 con una forte partecipazione del movimento globale per la pace e dei movimenti sociali di tutto il mondo arabo, ha segnato un passo significativo in questo senso.
Vorrei inoltre richiamare l’attenzione sull’incontro che si terrà al Cairo a fine marzo, dove il movimento globale per la pace incontrerà molti gruppi progressisti e democratici dell’Egitto e del Medio Oriente non solo per chiedere la fine delle occupazioni americana e israeliana, ma anche un’autentica democratizzazione del mondo arabo.
Mentre il movimento globale contro la guerra si concentra sull’Iraq e la Palestina, i movimenti nazionali e regionali devono intensificare le lotte esistenti per aprire nuovi fronti contro l’egemonia statunitense, a partire dalle proprie aree. Esiste infatti un rapporto dialettico fra lotte globali e lotte locali contro l’imperialismo. Indebolire le strutture americane di base in Asia Orientale, ad esempio, potrà incidere sulle operazioni militari americane nell’Iraq e nell’Afganistan. In Italia, uno sviluppo positivo è sicuramente rappresentato dalla proposta del movimento di lavorare per la chiusura delle basi militari americane di Camp Derby, Taranto, La Maddalena, Aviano e delle strutture vicino Napoli. È di questi giorni la scoperta che nelle basi italiane sono presenti 90 bombe nucleari. Alcune di queste basi, ad esempio Camp Derby, hanno giocato un ruolo logistico importante nel sostegno alla guerra americana. Questo è il modo giusto di lottare contro l’aggressione all’Iraq, partendo dal terreno italiano; questa è la giusta natura di un movimento globale per la pace che vuol puntare ad indebolire l’egemonia militare americana a partire dal proprio paese. Una delle conseguenze inattese della guerra imperialista in Iraq potrebbe infatti essere l’indebolimento del ruolo militare americano in Europa.
Bush, al suo secondo mandato, non cambia l’obiettivo centrale della propria agenda, il dominio globale; ma la sua capacità di portarla avanti è stata indebolita. La nostra risposta deve continuare ad essere la resistenza globale. C’è una sola cosa che può frustrare la nefasta politica dell’imperialismo USA in Iraq, in Palestina e altrove: la solidarietà militante fra i popoli del mondo. Costruire questa solidarietà, estenderla, farla diventare incisiva e infine vincente è il nostro obiettivo. Questa è la sfida che sta di fronte a noi.

* Questo articolo rappresenta l’ampia sintesi della relazione che Walden Bello ha svolto il 23 febbraio scorso a Milano, in una iniziativa pubblica organizzata dal “Comitato contro la guerra” e dal titolo “Con la Resistenza irachena”. Tra i relatori della Conferenza vi erano anche i compagni della redazione de “l’ernesto”, che hanno chiesto e ottenuto da Walden Bello il permesso di pubblicare il suo intervento.