Per un Iraq libero e indipendente

Di ritorno da Bagdad. Il mio vecchio amico Riyadh Riyadh se la ride: “Così raccontano che siamo zeppi di terroristi stranieri che s’infiltrano dai confini? che Osama bin Laden e Saddam combuttano come far fuori gli infedeli? che la nostra resistenza all’occupazione straniera è frammentata in mille gruppuscoli etnici o politici, in buona parte spontanei? Sono storielle da barbiere, buone come quelle che ci vedevano pronti a colpire Londra entro 45 minuti, con le nostre armi di distruzione di massa…”

Il Dr. Riyadh è un medico con una coscienza sociale. Al tempo del collasso del sistema nazionale sanitario pubblico, apre una clinica privata gratuita nel quartiere popolare di Al Safina. Si tratta di ricucire passanti forati da pallottole sparate da statunitensi in panico cronico; salvare bambini intossicati da acque non potabilizzate; ricomporre la pelle a casalinghe che, mancando l’elettricità (dopo 8 mesi dalla “fine” della guerra!), si sono distrutte con le bombole di gas; ingessare donne e uomini fratturati dagli occupanti nel corso di selvagge incursioni notturne; salvare un po’di vita a chi si è fatto trovare nelle case cannoneggiate e bombardate a casaccio e a tappeto; salvare gli occhi o gli arti o i genitali ai bambini che raccattano le luccicanti bombette a grappolo, lanciate a decine di migliaia proprio a questo scopo.

Riyadh è stato colonnello di artiglieria in un tratto della guerra con l’Iran e nella prima guerra del Golfo. Lo visitai nel corso dei bombardamenti di marzo-aprile, quelli che, secondo Roland Huguenin, inviato della Croce Rossa da me interpellato, hanno fatto almeno metà delle 50-60.000 vittime civili irachene, elencate dall’organizzazione britannica Bodycount ma totalmente ignorate dagli statunitensi (non era mai successo in una guerra). Oggi non ha dubbi su chi opera contro gli occupanti. “Era tutto previsto e programmato. Il governo aveva predisposto centinaia di nascondigli per armi che servono nella guerriglia, tutta roba che milioni di persone in questo paese erano state addestrate a maneggiare. Contemporaneamente erano stati preparati decine di migliaia di combattenti, nell’esercito, nei fedayin, nelle milizie del Baath, a una guerriglia di lunga durata, attrezzandoli sul piano logistico, delle comunicazioni, della mobilità, della sicurezza. Ti posso garantire che ogni combattente ha almeno venti abitazioni dove rifugiarsi e mimetizzarsi. Per venirne a capo, gli americani dovrebbero perquisire tutte le case del paese, catturare e torturare. Lo fanno, e come se lo fanno, lo ha denunciato anche la Croce Rossa e per questo ha pagato. Questa non è che un’altra, grandissima Intifada. Abbiamo imparato dal generale Giap e dai palestinesi, e siamo di più e meglio armati. Proprio come gli angloamericani hanno imparato da Barak e Sharon: i rastrellamenti, le uccisioni a caso, lo sgomento seminato nelle case di notte, le punizioni collettive con la distruzione delle case, i prigionieri privati di ogni diritto e torturati, le umiliazioni ai posti di blocco, insomma il terrorismo endemico. Ma diversamente dall’Intifada, qui c’è un comando unico, espressione di quel partito che, nel bene e nel male, ha governato per quarant’anni, ha formato migliaia di quadri, centinaia di migliaia di militanti, fatto anche cultura nazionale. Siamo tutti convinti che Al Qaida l’hanno portata loro, come in Bosnia, Kosovo e Cecenia, per criminalizzare i partigiani. Hanno gli Awacs, i satelliti spia che individuano anche i cani del deserto, Echelon, le spie prezzolate, figuriamoci se dai confini passano le bande di Al Qaida senza il loro consenso.”

Ma quanti potranno essere i guerriglieri? Il comando USA svarieggia tra 5000 e 50.000 combattenti. Se si prende per buona l’opinione corrente tra gli iracheni, per i quali a combattere sono buona parte della Guardia Repubblicana, i fedayin di Saddam e i miliziani Baath, si dovrebbe pensare a qualcosa nell’ordine di almeno centomila combattenti “puri”. Più i “fiancheggiatori”. Imprendibili proprio perché pesci nel mare della solidarietà popolare. Un recente rapporto segreto della CIA, compilato dal responsabile in Iraq e trapelato sul Guardian, afferma che le truppe della coalizione stanno perdendo il controllo dell’intero territorio nazionale. I partigiani veri catturati sarebbero poche decine in otto mesi, le altre migliaia, solo “sospetti” rastrellati nelle retate. Molte città sono del tutto off limits per gli USA. Aggiunge che urge preparare piani d’emergenza per un rapido disimpegno dal paese, e per l’accelerazione del passaggio del potere apparente a una qualche rappresentanza che possa avere il riconoscimento dell’ONU e di almeno una parte della popolazione irachena.

Cosa succederà? Riyadh fa le sue previsioni. “Qui cercheranno di installare una dittatura di destra, finta indipendente che, sponsorizzata dall’ ONU, continuerebbe le privatizzazioni e la svendita del patrimonio nazionale. È per questo che non ci sta bene che si invochi l’ONU come rimedio all’occupazione. L’ONU è quella che ci ha fatto sterminare con l’embargo e lascia le mani libere a Israele. Passeremmo dal colonialismo a un nuovo neocolonialismo. Quanto agli americani, si ritireranno in quei sei siti già indicati, nelle zone petrolifere, costruiranno munitissime basi e si asserraglieranno a difesa del petrolio. Ma anche lì resteranno sotto tiro, come oggi. Alla fine si dovranno rassegnare a farci decidere liberamente: se Saddam, non Saddam, Saddam con altri. In ogni caso tutte le forze politiche che collaborano alla liberazione avranno voce in capitolo nel nuovo Iraq”. Qualche settimana dopo, il comandante della coalizione, Gen. Sanchez, ammetteva, contro il suo presidente che aveva preso a rumoreggiare su Al Qaida dappertutto, che erano il partito Baath e il Rais a dirigere la rivolta.

Il primo novembre si diffonde il quinto messaggio di Saddam. Segue una normale giornata di guerra, di quelle che hanno fatto balzare la conta dei morti ufficiali USA oltre i 400 in otto mesi, più dei primi tre anni di Vietnam. Ordigni lungo le strade contro convogli statunitensi, bombardamento con mortai e razzi del quartier generale USA nel palazzo presidenziale sul Tigri,di cui non viene mai fornito dettaglio, statunitensi uccisi a Mosul, nell’estremo nord, e a Khaldiyah, strage di civili davanti alla prigione di Abu Ghraib, alle fiamme il municipio del sindaco collaborazionista, militari USA feriti dal lancio di granate, inglesi feriti a Bassora, oleodotti sabotati. Corredo militare a tre giorni di protesta civile, con uno sciopero generale che, almeno alla vista di chi percorre le strade delle maggiori città, è totale. C’è un’interessante storia che circola qui sul numero vero dei caduti USA. Dana Mazen, il giornalista palestinese fulminato da un carro statunitense, aveva confidato a colleghi e famigliari in Giordania di aver visto e filmato il seppellimento di cadaveri americani nel deserto a est di Bagdad. Il giorno dopo il suo assassinio in pieno giorno, da 20 metri, con una grande scritta “PRESS” sul giubbotto, Mazen sarebbe dovuto rientrare a casa sua in Giordania e preparare il megascoop. Sarebbero quei soldati che, immigrati da poco da Ecuador, Guatemala, Messico e arruolatisi nella speranza della green card di soggiorno, possono sparire senza che famigliari occhiuti vengano a chiedere grandi spiegazioni. È un sospetto che si ripete a ogni guerra USA.

Avevo scelto di evitare i grandi alberghi dei giornalisti, Palestine, Sheraton, Al Mansur, zeppi di militari, collaborazionisti, dirigenti delle società USA appaltatrici della ricostruzione. E anche di spie. Visto quanto succede a giornalisti e televisioni che, ignorando le censure del comando alleato, mostrano e raccontano la realtà di un’occupazione brutale e di un’efficiente resistenza, con tanto di cadaveri angloamericani, come Al Jazira e Al Arabiya ( inviati imprigionati dagli americani, il lavoro delle emittenti bandito dal collaborazionista Consiglio di governo), quegli hotel erano da evitare. Così ero andato a stare con la famiglia di Riyadh, oltre a lui e la moglie, tre figlie e il figlio Abdelrahman. Quella notte verso le due ci sveglia un gran fracasso: porte sfondate, legni spezzati, clangore di metalli, urla sconnesse. E subito – io dormo nel soggiorno – a tutti una torcia in faccia e qualche colpo, spinta, calcio, schiaffo sul resto del corpo. Sono sei o sette, bardati come robocop, e ci schiacciano faccia a terra. Non parlano arabo. Portano le donne, tutte in silenzio, e le allineano accovacciate accanto a noi maschi. Passano e ripassano sopra i corpi, pestandoli con cura. Nel buio luccicano canne puntate contro di noi. Alcuni si spostano nel resto della casa per la “perquisizione”. Alla fine, troviamo un televisore spaccato, la radio buttata a terra, gli armadi sventrati, due ritratti tirati giù, tutte le porte rotte, una finestra sfondata e mancano tutti i contanti che Ibtisad, la moglie, teneva nella cassapanca della biancheria. Ci vengono legate le mani dietro la schiena, con un filo di nailon che taglia la pelle, tra continue urla di star giù. Agli uomini infilano un sacchetto di tela in testa. Quando da lì sotto bofonchio in inglese che sono press e italiano, uno mi urla cosa stessi facendo tra quei filthy dogs, luridi cani. Mi tirano fuori e mi spingono sul blindato. Tutta la strada brulica di mezzi e soldati. Decine di abitanti, perlopiù in pigiama, stanno in ginocchio con il cappuccio sulla testa e le mani legate, ma una persona è stesa in una pozza di sangue con un telo sul corpo. Avevamo sentito spari. La cosa si trascina fino a una stazione di polizia dove, dopo una serie di domande di prammatica, controllati gli accrediti, vengo lasciato andare. Quando torno da Riyadh, Abdelrahman non c’è più. Portato via a spintoni, calci, urlacci, con il sacchetto in testa. Ai genitori la polizia ripete tuttoggi che “non risulta alcun Abdelrahman tra i detenuti”. Del resto la Croce Rossa Internazionale non c’è più, e non può quindi più rompere le scatole agli occupanti per sapere nomi e condizioni dei catturati.

Prima di ripartire ero stato a Nasiriah, dove sarebbe successa la tragedia italiana. Un influente imam, Mahmud al Baker, scita moderato del giro dell’Ayatollah Al Hakim ucciso a Najaf con l’autobomba di agosto insieme a 80 persone (e uno dei sei comunicati fin qui diffusi da Saddam nega ogni responsabilità per quell’attentato, come, dopo, anche per quello alla Croce Rossa Internazionale), non mi aveva parlato granchè bene di carabinieri e militari italiani. “Qui si muore di dissenteria e gli italiani, che si dicono venuti per ricostruire, in tutti questi mesi non hanno neanche aggiustato l’impianto di depurazione. Non fanno niente, niente. Rastrellano, trattengono qualcuno, pattugliano, minacciano con le armi, sono nervosissimi e perciò pericolosi. La gente non li ama. Appena arrivati hanno sparato su una piccola folla di ex-soldati, impiegati e funzionari che chiedevano la paga negata da aprile. Hanno ammazzato una persona e ferito un’altra. Un’altra volta hanno assaltato la sede di un piccolo partito (il Partito Comunista Operaio Iracheno. N.d.r.), hanno bastonato tutti, hanno devastato gli uffici e, senza alcuna accusa, si sono portati via i dirigenti. Portatori di pace?” Le parole di Al Baker avrebbero trovato una conferma nel saccheggio della caserma italiana davanti alle telecamere. Nel costume arabo, esprime disprezzo e ostilità.
Chiunque abbia frequentato questo paese negli anni passati, non si meraviglia di una resistenza che, dalla zona sunnita di Bagdad-Samarra-Tikrit-Ramadi-Kirkuk-Mosul, si è ormai estesa all’intero territorio nazionale e comprende tutte le etnie, anche se in misura minore gli sciti di Najaf e Kerbala, città sante. La media è di una cinquantina di attacchi al giorno, taciuti quando avvengono lontano dalle telecamere, di tre soldati USA uccisi – quelli comunicati – e di almeno 15 feriti. Scott Ritter, capo-ispettore ONU e spia pentita, ha dichiarato che fin dal ’96 aveva scoperto centri di addestramento alla guerriglia, con particolare cura per la confezione di ordigni esplosivi contro mezzi corazzati e le imboscate con RPG e bazooka. Quelli di noi che erano stati qui prima, sapevano che da anni si erano predisposti piani per la guerra di popolo di lunga durata. Forte di un partito con un milione di militanti, lo Stato aveva addestrato la popolazione, ogni segmento con il suo compito: combattimento, santuario, rifugio, rifornimenti alimentari, custodia di arsenali, trasporti, comunicazioni, intelligence. Donne, uomini, vecchi, ragazzi.

A proposito della quale intelligence un colonnello, Brian Mcpherson, che mi era venuto a liberare da quel posto di polizia, mi dice chiaro e tondo:”Non abbiamo chances di sopraffarli. Qui ci vorrebbero informazioni e informatori. Ma la nostra intelligence è altamente sofisticata, intercetta tutto, non i messaggi che passano di mano in mano, le katiuscia tirate dagli asini che fregano anche Echelon. La loro intelligence è capillare: hanno gente dappertutto, negli alberghi, nell’amministrazione provvisoria, nei taxi, nei locali, nei mercati. E le nostre spie sono alla mercè delle loro rappresaglie. L’ha detto Saddam: colpire soprattutto i collaborazionisti. È ovvio, fa più paura una società irachena che si autonomizza, che non tutte le nostre divisioni”. Il Col. Mcpherson non irradia euforia, quella è riservata per le telecamere dei media occidentali. “Ci colpiscono come e quando vogliono. Sono motivati e noi no. Non va bene, non va per niente bene”, borbotta mentre sto salendo su un taxi. E sono i pensieri che esprimono le facce dei soldati che vedi ai posti di blocco, in qualche caffè, quando non è il momento della ferocia nelle rappresaglie sulle famiglie. Un morale sotto i piedi. Quello che ha già portato sottoterra 17 suicidi e ha fatto disertare oltre 40 soldati. Perlopiù latinos, quelli che vengono sepolti di nascosto.
L’atto finale era stato la consegna di armi a tutta la popolazione attiva, sei mesi prima dell’aggressione. Qualcuno, fuori, pensava che quelle armi avrebbero dovuto costituire una resistenza ad oltranza contro l’invasore, in uno scenario da crepuscolo degli dei. Accadde invece quella che fu chiamata la “sorprendente liquefazione delle armate di Saddam”, dopo l’ultima, strenua difesa di Nasiriah, e ancora “la capitolazione e il tradimento dei generali di Saddam”. Sbagliato nell’uno e nell’altro caso.

Nidal (non è il suo nome) è un giornalista palestinese, in Iraq dalla rivoluzione del ’68, già altissimo dirigente del partito Baath (“Arabo socialista della Rinascita”), responsabile del sostegno alla resistenza palestinese. Finora è scampato sia al famigerato mazzo di carte dei biscazzieri di Washington, sia alla cattura. Ha sistemato moglie e tre figli in Giordania e sospetto sia coinvolto nella lotta. Da lui le informazioni più precise e affidabili. “Sapevamo tutti di un’ora X in cui avremmo dovuto cessare ogni resistenza e passare alla clandestinità, rapportarci ai compagni delle nostre cellule, inserirci nella divisione territoriale in cinque settori e in quella cittadina in quartieri, rioni, gruppi di case. C’era chi era destinato al combattimento e chi alla mobilitazione civile. Su tutto il paese era stata prevista una rete logistica, di arsenali segreti e centri di supporto. Quell’ora X fu proclamata dal governo quando gli invasori stavano tra Kerbala e Bagdad. Ai dirigenti civili e militari più anziani, a quelli con problemi famigliari, o che comunque non se la sentivano, era stato ordinato di rifugiarsi all’estero, o di consegnarsi all’occupante. Dovevamo optare per una situazione che ci avrebbe ridato un vantaggio strategico, un rapporto di forze favorevole, sotto un comando centrale, con disponibilità di mezzi, controllo del territorio e organizzazione capillare e disciplinata. Ha funzionato benissimo.”

Alla domanda se, una volta passato il potere formale dagli occupanti a una qualche struttura governativa autoctona, l’appoggio della popolazione alla Resistenza potrebbe scemare, Nidal risponde: “Non siamo mica majnun, allocchi. Non cambierà nulla. La direzione della Resistenza, che è saldamente in mano al partito, con il concorso di molti comunisti della “Tendenza patriottica” (in contrapposizione al partito ufficiale, PCI, che si è prestato a collaborare con gli USA entrando nel governo-fantoccio del bancarottiere Chalabi e del narcotrafficante Talabani. N.d.r.), dei nasseriani, socialisti, nazionalisti vari e dei tanti volontari venuti prima e durante l’invasione, non per nulla colpisce ogni pur minimo tentativo di costruzione di un apparato collaborazionista: gli stessi membri del Consiglio Provvisorio, poliziotti, uomini d’affari. Tutti gli iracheni, anche le formazioni scite più disposte a tollerare per ora l’occupazione (si riferisce allo SCIRI pro-iraniano e al raggruppamento intorno all’ayatollah Al Sistani, mentre gli sciti di Muktada Al Sadr praticano un’efficace resistenza civile. N.d.r), non accetteranno niente che non sia il ritorno a una totale sovranità e indipendenza. I quisling qui non passano, come non passarono quando gli inglesi si affidarono a Nuri Said (Nuri Said era Primo Ministro nel governo neocoloniale della Monarchia insediata e difesa dal Regno Unito, giustiziato insieme a re Feisal II nella rivoluzione del 1958. N.d.r.).”

Ritrovo anche Fatma, già dirigente della disciolta Federazione delle donne irachene e promotrice della loro alfabetizzazione ed emancipazione laica, ora cacciata dalla vecchia sede – occupata da un ONG collaborazionista – ribadisce anche che agli iracheni non basterà che se ne vadano gli occupanti. Non vogliono neppure i caschi blu dell’ONU. Ed è quello all’ONU, che provocò la morte anche di Viera De Mello, rappresentante di Kofi Annan e intimo dell’amministrazione Bush, anche l’unico attentato, tra quelli contro civili, che non vengono negati dal comando della Resistenza (i suoi bollettini di guerra escono regolarmente ad Amman e vengono ripresi dal sito www.uruknet.it ). “Non abbiamo bisogno dell’ONU – dice Fatma –, che verrebbe solo per dare una verniciata democratica alla neocolonizzazione. E poi, per aver attuato per 13 anni un embargo genocida contro il nostro popolo, l’ONU ha perso ogni credibilità tra gli iracheni. Qui non c’è una borghesia compradora, disposta a collaborare, per quanto gli americani si sforzino di promuovere elementi criminali a classe dirigente. Qui ci sono un ceto medio e una classe lavoratrice che hanno costruito il paese e si ricordano delle conquiste sociali e nazionali conseguite. È questa alleanza che tornerà a vincere in tutto il mondo arabo”. E il terrorismo, fa gioco all’Iraq il terrorismo? Fatma, come altri miei interlocutori, si arrabbia sul serio. Due nipotini le sono finiti sepolti sotto la macerie della loro casa a Al Mansur. Uno solo ritrovato. “Mettiamo in chiaro che non c’è terrorista come Bush, o come Sharon e Blair. In Occidente dovreste saper distinguere tra un attentato alla Croce Rossa, ai civili, o a una folla musulmana a Najaf, provocazioni dei servizi sionisti e americani, e le legittime azioni di guerriglia contro gli occupanti e i rinnegati che li servono”.

Nei bazar, nei caffè, nelle moschee circolano i volantini con l’ultimo messaggio di Saddam. Segno di un’organizzazione clandestina che funziona.
Come quando colpisce l’elicottero al seguito del sottosegretario Wolfowitz o l’albergo in cui dorme, o quando una pioggia di missili si abbatte sul compound dove per poche ore sosta il ministro della difesa britannico, Jack Straw, o quando Viera De Mello scende nella hall dell’edificio dell’ONU, o quando decolla un velivolo dall’aeroporto.

È una Bagdad dall’aspetto di day after, popolata da gente con il volto scavato da penurie annose e ormai indicibili, ma sempre vivissima, civile, gentile con l’ospite. Tra strade chiuse, macerie non rimosse, colonne di carri che scorrazzano, pronti a sparare al minimo attacco di nervosismo su chiunque gli passi davanti, detonazioni incessanti e immense colonne di fumo nero, posti di blocco con soldati nevrastenici e brutali, muri sharoniani intorno a interi blocchi di case e a città particolarmente riottose, il tessuto di questa società tartassata da assedi e aggressioni regge in spregio a tutto. “Neanche l’acqua hanno saputo ripristinare, che è la garanzia della vita e della salute, e l’elettricità viene poche ore al giorno, quando viene. Le scuole sono o distrutte o chiuse: vogliono riportare una società evoluta all’analfabetismo. Ma qui nessuno cede, insh’allah”, mi dice uno studente dell’università di Al Munsariah, che l’istruzione allora pubblica aveva portato vicino alla seconda laurea in lingue, dopo quella in ingegneria. Le razioni alimentari con cui lo Stato aveva sopperito all’affamamento angloamericano e che sono durate fino a tutto luglio, sono state ridotte a quasi niente. Al posto del vecchio, amatissimo preside della facoltà, hanno imposto un ceffo, tale Prof. Munser, laureato in Iowa, venuto sul carrozzone dei collaborazionisti di Ahmed Chalabi, trainato dagli affusti americani. “Appena lo hanno insediato, due missili hanno sventrato il muro di cinta dell’università e noi tutti siamo entrati in sciopero”, ricorda sornione.

Siamo a due isolati dal quartiere generale USA, nel palazzo presidenziale, dove si è riunita una folla enorme, almeno duemila persone, che festeggiano l’ennesimo bombardamento con mortai del compound nemico innalzando, come succede sempre, ritratti di Saddam e gridando slogan contro gli occupanti. È un evento che si ripete dopo ogni azione di guerriglia. All’arrivo sferragliante dei carri e dei blindati, la folla si disperde. Restano parecchi ragazzini che scagliano pezzi di asfalto divelti, o di macerie che non mancano mai. E sembra di stare a Ramallah. Forse siamo a Ramallah, e quelli di Ramallah stanno qui…

L’episodio più sanguinoso, epitome del modo di ricostruire l’Iraq e coltivarne la democrazia e il consenso, mi capita il 31 ottobre alla periferia nord di Bagdad, la zona della prigione di Abu Ghraib. Centinaia di persone sono radunate davanti al grande carcere. Nel campo all’aeroporto è invece rinchiuso l’ex-primo ministro Tariq Aziz, in totale isolamento dall’esterno, dopo che la fastidiosissima CRI era riuscita a farsene arrivare un paio di biglietti: “Sto bene, vi amo”. È una mezza sommossa, tra chi chiede all’amministrazione militare il rilascio del proprio caro, chi esige una paga, chi un lavoro, chi l’acqua, chi la luce, chi solo la dipartita dello straniero. Mi trovo a un banchetto lì vicino, a bere il ciai con un venditore di noccioline e chincaglierie. Una radio riferisce dell’ennesimo oleodotto saltato a Kirkuk. “Sa cosa le dico, qui in Iraq si combatte la battaglia per la salvezza dell’umanità. Già gli abbiamo bloccato la guerra a Siria e Iran. Ora loro, specialisti del terrorismo, cercano di confondere resistenza e terrorismo in modo che tutto il mondo ci consideri terroristi e ci odi.”
Ed è il momento in cui scoppia l’inferno. Ci rintaniamo in un portone. La folla fugge in tutte le direzioni, con dietro raffiche lunghissime di mitragliatori, qualche colpo più secco. Persone inciampano, cadono, forse colpite. Tutto parte dagli humvee e dagli Abrahms che gli statunitensi schierano davanti alla prigione. Abu Ghraib, il suo mercatino non lontano dal carcere, annegano nel sangue. Quando le armi si tacciono, saranno 17 civili uccisi, almeno 80 feriti, una carneficina. Si trascinano corpi inerti, altri che si lamentano vengono caricati su automobili. Polvere da sparo e terra battuta sconvolta dal tumulto creano una specie di foschia. Vediamo sfocato e, finita la sparatoria, nell’improvviso silenzio di sospensione tutto sembra una rappresentazione di fuggevoli ombre cinesi. Qualcuna tira pietre. La realtà ci ripiomba addosso con un ragazzo che viene depositato davanti al negozietto con la gamba attaccata per pochi centimetri e carne tritata che se ne spande sul selciato. Corrono, gridano di nuovo, portano stuoie, asciugamani, acqua, cotone. Uno si toglie la cinta e la stringe sotto l’inguine. In un pulmino veniamo portati via in sette, compreso il ferito. Silenzio. Le facce sono indurite come pietre. E sudano. C’è anche una donna, ampia, tutta nera che, piano piano, si dà da fare attorno al ferito. Se ne adagia la testa nel grembo, perché non sia sballottata. Il ragazzo percepisce che sono straniero, sahafi, giornalista. Quando, all’ospedale, lo tirano giù su una tavola, alza un poco il braccio zuppo di sangue e mi fa la “V”.
Ci sono pochi iracheni che, osservati dai giornalisti, non sorridano e facciano lo stesso.