Per un approccio marxista alla questione ecologica

Per l’estensore di questa nota e, ritengo, anche per la rivista che la ospita, l’approccio più idoneo alla questione ecologica resta quello marxista. A tal fine, si potrebbe riproporre la teoria classica del valore, anzitutto per riaffermarne la validità nell’epoca del capitalismo, appunto, classico; ma forse anche per tentare di esplorare, alla luce delle odierne contraddizioni tardo-capitalistiche, quale diversa formula potrebbe definire il valore in futuro. Perché diversa? L’opera di Marx voleva essere una Critica dell’economia politica: critica delle teorie apologetiche, certamente, ma in quanto contestuale all’indagine sui limiti storici del modo di produzione capitalistico; critica in senso kantiano dunque (la Critica della Ragion pura non aveva dal canto suo indagato sui limiti epistemologici della ragione e quindi della scienza?), ma intenta, dopo la lezione di Hegel, a delimitare storicamente quel modo di produzione e perciò a circoscriverne, in un determinato tempo storico, la “legge” del valore-lavoro. E infatti, secondo l’autore dei Grundrisse, il criterio del valore-lavoro, idoneo in epoca capitalistica, diventerà un relitto “miserabile”, ossia inservibile, quando giungerà a compimento, segnando il limite del modo capitalistico, l’attuale impetuoso sviluppo di forze produttive – in specie, della scienza – impiegate per sostituire lavoro umano. Noi, dopo Marx, possiamo già sperimentare nel tardo-capitalismo, come parallela al suo scontrarsi con la forza-lavoro, una sua “seconda contraddizione” (James O’Connor): non soltanto per il crescente raggio di azione della scienza, o dell’”intelletto generale”, ma anche e soprattutto per la conseguente crescita dell’impiego produttivo di risorse energetiche e materie prime estratte dalla (o sottratte alla) natura-ambiente e per la crisi eco-sistemica che ne deriva. Un titolo e un sottotitolo indovinati sono perciò quelli dell’ottimo libro di Giorgio Nebbia su Le Merci e i Valori. Per una Critica Ecologica al Capitalismo (Milano, Jaca Book, 2002), secondo il quale alla misura classica del valore potrebbe in futuro subentrare un calcolo dei costi energetici in megajoule o MJ: un MJ = 252 kilocalorie.
Ma meritano attenzione, ritengo, anche i diversi tentativi – presentati o segnalati da Nebbia nella Prefazione a Peter Chapman, Il paradiso dell’energia. Introduzione all’analisi energetica (Milano, CLUP-CLUED, 1982) – di H. G. Wells, di Gyftopoulos, R. Salvatori, Howard Scott, Martha Gilliland, Ritchie-Calder e dello stesso Chapman, il quale ritiene possibile, nei tempi lunghi, la sostituzione del valore monetario con un valore da “costo energetico” dei prodotti in un contesto ponderato di progressi tecnologici e insieme di “crescita lenta” (ivi, pp. 55 e 269-270). Per quanto mi riguarda, in Realismo e Utopia (Editori Riuniti, 2002) ho formulato l’ipotesi di un valore dato dal consumo energetico complessivo (umano e extra-umano) e di un minus-valore differenziale dato, invece, dal risparmio energetico conseguente a un uso appropriato dell’informazione e delle sue tecniche nel quadro di un’economia programmata non più dominata dal capitale. Perciò non rinuncio a una vecchia e amichevole disputa: a mio modesto parere, anche in futuro il valore dei prodotti esprimerebbe un dispendio obbligato di forze produttive e quindi sarebbe commisurato alla passività di un “costo”, del costo energetico appunto; non sarebbe la misura del risparmio realizzato, come suggerisce Nebbia nel suo libro (a pp. 34 e 143). Il risparmio differenziale sarebbe invece un minus-valore, come dicevo, che prenderebbe il posto dell’attuale plus-valore relativo (ossia del “premio” al capitalista beneficiario delle innovazioni tecnologiche). Minus-valore da risparmio energetico soltanto? Certamente, in quanto anche i (corpi) materiali utilizzati, o risparmiati, nella produzione sono energia trasformata e energia potenziale.
Per inciso: il risparmio energetico sembrerebbe oggi identificarsi principalmente con quello indicato dal titolo del libro di Jeremy Rifkin, Economia all’idrogeno (Mondadori, 2002), sul quale il 27 febbraio il mio vecchio amico Nicola Cipolla, comunista impenitente anche lui, ha aperto un dibattito nell’Università di Palermo con una sua provocazione economico-politica proiettata anche verso l’energia solare mediterranea e nordafricana.
La premessa ci riconduca ora a considerazioni meno avveniristiche. Con l’odierna mercificazione universale, il valore di scambio capitalistico compendia in sé non soltanto il valore d’uso delle cose, ma anche tutti i valori ideali originatisi prima del capitalismo e tuttavia meritevoli di farsi “valere” anche dopo, sia pure “transvalutati”: valori etici e anche estetici, politici, esistenziali. La riduzione di ogni valore a valore di scambio è comprovata anche dalle più recenti consuetudini lessicali. Si osservi lo slittamento progressivo del termine “bene”. Un bene è appunto un valore. Ma mentre i beni che più valevano secondo i vecchi insegnamenti erano quelli detti spirituali (a cominciare dal Bene che sovrasta le altre idee platoniche e dal “Sommo Bene” del pensiero teologale e cristiano), il più ovvio significato odierno della parola “bene” è quello denotante la sua permutabilità in un equivalente monetario: beni per eccellenza, anzi beni in senso esaustivo, sono le merci. Carla Ravaioli, in Un mondo diverso è necessario (Roma, Editori Riuniti, 2002), inizia il suo discorso proprio dall’odierna elefantiasi della nozione mercantile, produttivistica e economicistica di “bene” per sottolineare particolarmente nell’annessione dei servizi sotto il concetto, divenuto generale, dei beni un aspetto o un effetto della vocazione colonizzatrice dell’odierna globalizzazione capitalistica.
È vero che la radice storico-etimologica di “servizio” è nel servire di un servus. Perciò servizio è, in origine, prestazione umile di individui umani assoggettati ad altri, per una dipendenza personale diretta e incondizionata. Ma proprio perciò, negli inizi della sua storia, il servire non ha valore in sé: ha valore, invece, la persona servita. E ha tanto più valore quanto più degna è la persona. Nella liturgia cristiana il “servizio divino” è per la Persona tra tutte la più degna. Il servo non è pagato; è soltanto nutrito (e in qualche modo “protetto”). Il suo servire è dunque gratuito. Oggi invece i servizi, anche i servizi alle persone, sono pagati, e sono pertanto beni aventi valore: un valore indifferente al destinatario. I servizi “valgono” più che le persone alle quali, come beni, sono “prestati”. Se ogni prestazione ha una sua misura, la misura non è più data dalla persona assistita, ma dal lavoro richiesto (e pagato) per la prestazione medesima.
Qui non riassumo il libro di Carla Ravaioli, ma intendo appropriarmene per farne “uso” e “consumo” a modo mio: in fin dei conti, poiché la pubblicità – sulla quale l’autrice ci offre notazioni molto acute – esorta a un inesausto e cangiante consumo, anche delle pubblicazioni si può ben fare, oggi, rapido e disinvolto consumo a proprio piacimento. Conviene precisare che quel libro non vuol essere un trattato scientifico, ma è a suo modo un lavoro sistematico nel ricondurre a unità – sotto il segno dell’accumulazione e del mercato globale – i molteplici nodi critici del mondo contemporaneo. Ed è certamente una professione di forte e argomentato impegno civile; perciò propongo se ne raccomandi la lettura a chi insegni o impari (nelle scuole, per esempio) ad acquisire una coscienza civica che sia anche coscienza critica. L’approccio dell’autrice alla questione-ambiente non è intenzionalmente marxista, ma da marxista io condivido l’identificazione nel capitalismo dell’agente che massimamente esaspera la crisi ecologica e l’identificazione del capitalismo con l’imperativo iperproduttivistico finalizzato all’accumulazione a tutti i costi: produrre vita o produrre morte, purché cresca la produzione e cresca il profitto. Tornerò sul produrre morte. Sembra invece manchevole, nel libro, la parte che dovrebbe almeno adombrare una possibile alternativa al predominio capitalistico. È forse troppo poco invocare una produzione (e una politica delle sinistre) non più finalizzata all’accumulazione di merci, profitti, consumi e quindi rifiuti, ma a un equilibrato sviluppo umano nell’equità e nella solidarietà. Potrebbero infatti essere riproposte riforme cosiddette strutturali: i cattivi esempi di “capitalismo di Stato” non dovrebbero offuscare l’essenza privatistica del capitale; perciò parrebbe indilazionabile un’elaborazione teorica prefiguratrice di un’economia pubblica ridisegnata, affinché sappia e possa coniugare efficienza e trasparenza nel segno di una democrazia economica integrale.
Un recente dibattito pubblico su quel libro ha messo in chiaro, anche secondo me, il perdurare di incomprensioni – di fronte alla crisi ecologica – in una parte non secondaria di quella sinistra alla quale l’autrice rivolge critiche severe. Il capitalismo globale odierno può essere addomesticato? È ancora possibile a sinistra un progetto politico riformistico? Nel dibattito Giorgio Ruffolo ha risposto affermativamente, ma Carla Ravaioli ha ripetuto che questo capitalismo non può venire a compromessi, non soltanto perché è irrimediabilmente spezzato il circolo virtuoso innovazione-occupazione, ma anche perché il sistema, compiutamente globalizzato, è ormai in preda a una crisi generale e prolungata dagli esiti imprevedibili. Revelli ha riproposto una delle sue tesi ben note: la malattia del Novecento è nel protagonismo attribuito al lavoro; gli altri mali ne sarebbero il risultato non evitabile. Rossana Rossanda, invece, ha rivendicato la centralità di un discorso politico che denunci l’ormai generale mercificazione del lavoro (di ogni lavoro) e il venir meno, nel lavoratore-merce, della sua dotazione storica di una soggettività critica. Con Carla Ravaioli possiamo rispondere proponendo a Marco Revelli una distinzione e a Rossana Rossanda un’integrazione. Non il principio-lavoro in quanto tale è causa delle crisi, della crisi ecologica in specie, ma una certa rappresentanza sindacale e politica del lavoro è stata complice o almeno acquiescente nell’invocare crescita e accumulazione indiscriminate, mentre sul fronte del capitale vigoreggiavano la teoria e la pratica di una produzione (e di un produttivismo) soverchiante e fagocitante, con animosità crescente, la riproduzione e i congiunti compiti – non più soltanto femminili, come un atavico pregiudizio vorrebbe – di formazione, cura e promozione della persona nei suoi bisogni più degni e nel suo intrinseco valore. D’altra parte, il risorgere di una soggettività critica nel lavoratore, questione decisiva nella diagnosi impietosa di Rossana Rossanda, è possibile soltanto se il lavoratore si fa partecipe della coscienza critica generale in senso, direi, marxiano: come riappropriazione e difesa consapevole della specie, sulla quale il produttivismo a oltranza pende come minaccia mortale.
E vengo alla produzione di morte. In quello stesso dibattito sono state espresse riserve (se non ricordo male, da Ruffolo) sulla presunta riducibilità della guerra alla più prosaica produzione di armi, che implicherebbe la necessità – per i produttori di armi e per alcuni governi o centri politici – di procurare uso e consumo adeguati alle armi in quanto merci: non a caso le spese per armamenti e per il loro impiego figurano nel calcolo del Pil come componente positiva al pari di altre spese di significato palesemente negativo (ad esempio, per disintossicare i rifiuti tossici, per curare i tumori da inquinamento ecc.). Carla Ravaioli forse avrebbe potuto soffermarsi anche su altre cause scatenanti i conflitti bellici. Ma il suo discorso – che può sembrare unilaterale, ripeto, benché rientri in quel quadro sistematico proposto dall’autrice – stimola ad alcune divagazioni retrospettive sull’uomo (maschio) e sulle sue diversificate guerre combattute con armi diversificate. Infatti, dopo esserci avventurati tra le incerte figure di un avvenire possibile, e dopo aver cercato di denudare alcune controfigure del nostro presente, ci è forse concesso di gettare ora uno sguardo fugace sulle differenze tra questo presente e il suo passato prossimo o remoto.
Si deve convenire che è in atto una nostra guerra contro l’ambiente naturale e si può concedere che la guerra degli umani contro la natura esterna è stata finora una costante antropologica. Ma per millenni è stata una guerra prevalentemente difensiva, o tutt’al più “controffensiva”, per salvare la vita nutrendola e mettendola al riparo da incessanti offese. Ed è stata una guerra combattuta, per così dire, “corpo a corpo” (o con armi rudimentali). Anche la guerra tra gli uomini, che in un secondo scenario storico prolungava la guerra alla natura per gli stessi fini, benché trasformasse i vinti in schiavi o servi, ne faceva una sorta di appendice vivente dei liberi o dei signori: il “corpo a corpo” connotava ancora la guerra inter-umana (almeno prima che fossero inventate le armi da fuoco), così come connotava la dipendenza personale nel rapporto servo-signore, aggressivo o protettivo quando e quanto occorresse.
Nella modernità capitalistica tutto cambia. Sembra esploda nell’uomo la sua natura di animale predatore. O forse avviene una mutazione genetica? La guerra contro la natura esterna si fa sempre meno difensiva e sempre più offensiva, preventiva e infinita (proprio come la guerra che oggi piace a Bush). Per giunta, ogni guerra – sia quella contro l’ambiente, sia quella contro altri uomini nostri nemici – è combattuta non più in un contatto diretto e, per così dire, corporale con l’Altro; ma mediante organi esosomatici artificiali, veicoli di azioni belliche indirette e, in misura sempre maggiore, sofisticate a tal punto da diventare esse stesse quasi “oggetto di desiderio”, indipendentemente dal loro scopo dichiarato: oggetto di desiderio è l’armamentario stesso che, appunto, vuol essere messo in opera dai suoi fabbricanti e dai suoi acquirenti come Merce Pregiata, ci dice Carla Ravaioli, da consumare prima d’essere rimpiazzata da sempre nuovi ritrovati. E, non a caso, anche il rapporto conflittuale tra chi comanda il lavoro e i suoi salariati si configura come un dominio indiretto e impersonale, perché mediato dal salario appunto, ovvero dall’arma sottile del denaro e dalla circolazione mercantile del denaro, in una logica giuridico-politica modernamente contrattualistica, mediante la quale i nuovi servi sono costretti ad accettare “liberamente” di servire il potere anonimo del capitale, ossia di subire la forma moderna dello sfruttamento.
Si noti, peraltro, che sarebbe improprio discorrere di uno “sfruttamento” anche dell’ambiente naturale. Infatti il capitale sfrutta il lavoro quando riceve più di quel che concede. Alla natura, invece, facciamo violenza, perché prendiamo senza nulla dare in cambio (anzi cedendole veleni sotto forma di scorie e rifiuti).
Guerra tra uomo e natura, guerra tra gli uomini e lotta tra capitale e lavoro sono dunque tutte e tre accomunate da una connotazione “offensiva” che è, insieme, una connotazione “mediatica” in senso lato: ossia comprendente ogni sorta di armi terrestri o di corpi celesti e, ora, anche di sublimi dispositivi elettronici, la cui potenza è tanto maggiore quanto maggiore è la distanza spaziale (e forse anche ontologica) tra l’aggressore “immateriale” e la “cosa” di carne e ossa, aggredita con quei mezzi letali fattisi, ripetiamo, scopo in sé.
Sarà possibile, in futuro, una diversa civiltà mediatica, che ripudi ogni perversa logica offensiva e che si affidi, come scrive anche Nebbia, a una “cultura della speranza e della nonviolenza”?