Per l’unità dei comunisti

La questione comunista, in Italia, si pone ormai da molti anni in modo sofferto e controverso. Persino la “Bolognina” – passaggio politico e simbolico quanto mai forte – fu la ratifica di un processo di socialdemocratizzazione del PCI che affondava le sue radici in un tempo assai più lontano (quanto lontano, rimane oggetto di riflessione storico-politica). Sembrò a molti che l’esigenza della ricostruzione di un partito comunista di nome e di fatto; di quadri e di massa; coerentemente antimperialista e internazionalista; collegato – in piena autonomia – alla dimensione internazionale del movimento comunista; né massimalista né propenso a derive istituzionaliste o neo-riformiste; radicato nei luoghi di lavoro, nei territori e nel conflitto sociale; dotato di un corredo politico, teorico e organizzativo all’altezza dei tempi, adeguato alle contraddizioni sociali e al nuovo sviluppo capitalistico, potesse trovare almeno un avvio di risoluzione nei primi anni di Rifondazione, nel suo spirito originario. Tale speranza si è via via offuscata nel tempo, sull’onda di un insieme complesso di dinamiche impresse alla “rifondazione”: – prima dalla diarchia Garavini-Cossutta; – poi dalla fuoriuscita del gruppo dell’ex PdUP (in buona parte approdato ai DS, poi al PD, o agli attuali progetti di costituente di sinistra); – poi dalla diarchia Bertinotti-Cossutta, quest’ultimo approdato oggi dichiarata mente all’idea di una rifondazione “socialista”; – poi dall’accelerazione di un processo di decomunistizzazione carismaticamente capeggiato da Fausto Bertinotti e dal suo gruppo dirigente; -s egnato nel frattempo da innumerevoli – almeno cinque – scissioni (di “destra” e di “sinistra”); – giunto infine, attraverso il VI° Congresso del Prc (Venezia), alle esperienze fallimentari e autodistruttive del governo Prodi e dell’Arcobaleno, fino al progetto di costruzione di un “nuovo soggetto politico” non comunista, “oltre il PRC. Si è profilata l’eventualità di una seconda “Bolognina”, respinta di misura nel congresso di Chianciano solo grazie alle convergenze tra le diverse mozioni di minoranza, che l’hanno almeno per il momento arginata.

RADICI LONTANE DI UNA ISPIRAZIONE

Tutta l’esperienza de l’ernesto – un’area politica e culturale che affonda le sue lontane radici nella lunga battaglia contro la socialdemocratizzazione del PCI e contro la liquidazione occhettiana – è stata volta, negli anni, a contrastare con fatica (e sovente in difficili condizioni di minorità, e non senza errori) le differenti e non sempre evidenti pulsioni alla liquidazione comunista. E’ nel contesto di questa ispirazione complessiva che le compagne/i de l’ernesto hanno posto, insieme ad altri, la questione cosiddetta dell’”unità dei comunisti”. E’ in questa fase che abbiamo contribuito a promuovere e sostenere l’Appello “Comunisti Uniti”, sottoscritto da un centinaio di intellettuali e quadri di movimento, pubblicato sulla stampa nazionale il 17 aprile 2008 e premiato nel giro di un mese da oltre sei mila adesioni, per lo più spontanee. Un appello che, di fronte all’ennesimo tentativo di cancellazione di una presenza autonoma e organizzata dei comunisti in Italia, propone non una indistinta “unità dei comunisti” su basi meramente nominalistiche, ma sulla base di alcuni dichiarati contenuti politici, programmatici e ideali. Che propone di avviare un processo di riaggregazione di una diffusa diaspora comunista che faccia perno su un processo di avvicinamento e unificazione di PRC e PdCI, nel loro insieme e senza alcuna sollecitazione scissionistica, ma non si esaurisca in esso. E che ciò avvenga non nell’ambito di un mero continuismo, ma di una comune riflessione critica ed autocritica sulle ragioni che hanno portato anche questi due partiti a vivere una crisi profonda. Abbiamo scelto consapevolmente di ripubblicare l’appello in questo numero della rivista, spiegando il perché e senza eludere una serie di critiche e questioni che esso ha suscitato. La fase che va dalla caduta del governo Prodi fino ad oggi è particolarmente densa e foriera di riflessione per noi. Vi è un punto centrale che va focalizzato: prima delle elezioni del 13 aprile 2008, la spinta bertinottiana al superamento del PRC è fortissima, la presa del suo vertice di maggioranza sulla struttura del partito ancora rilevante, benchè incrinata da una delusione diffusa per il bilancio del governo Prodi e di uno scetticismo diffuso per la trasformazione dell’Arcobaleno in un nuovo soggetto politico – unico o federato. Appare comunque verosimile che – trainata dal suo leader storico – la maggioranza del gruppo dirigente allargato, dell’apparato, dei gruppi parlamentari e istituzionali del PRC sia in grado, nel congresso previsto dopo le elezioni, di poter guadagnare la maggioranza. Ed è anche a partire da questo scenario verosimile che l’ernesto sostiene il progetto di unità dei comunisti e di unificazione tra PRC e PdCI , come disegno strategico, ma anche come risposta ai rischi di liquidazione della piena autonomia di Rifondazione Comunista. DO P O I L 13 A P R I L E L’esito elettorale del 13 aprile, da tutti inatteso in quelle drammatiche proporzioni, sconvolge il quadro precedente : il gruppo dirigente di maggioranza del PRC si spacca e ci si avvia rapidamente ad un congresso veramente straordinario. In questo nuovo contesto, l’ernesto si dichiara subito disponibilie a concorrere alla formazione di una mozione unitaria che si opponga al superamento del PRC e alla costituente di sinistra; mozione che sta prendendo forma lungo l’asse Ferrero – Grassi- Mantovani. Ma da questi compagni riceve un garbato rifiuto (le cui motivazioni formali e/o sostanziali non tocca a noi esplicitare o interpretare, ma a chi allora le ha avanzate). Ne prendiamo atto, e a quel punto la nostra area, al fine di evitare una ulteriore frammentazione del dibattito congressuale, ricerca una convergenza di mozione con altre minoranze interne e con il movimento degli “autoconvocati” di Firenze. Il gruppo di Falce e Martello rifiuta, tutti gli altri dicono di sì. Nasce così la terza mozione, che almeno in parte – e tenendo conto delle sue diversità interne – recepisce il tema dell’unità dei comunisti, senza precisarne i contorni. Se ne riparlerà dopo il congresso. Le diversità interne alla terza mozione – in buona parte fisiologiche, tanto più in una situazione congressuale così inedita e carica di tensioni, presenti anche nelle altre mozioni congressuali – assumono tuttavia nel corso della dinamica congressuale un carattere sempre più acuto e dirompente e si intrecciano con una diversità di punti di vista che emerge anche nel gruppo di coordinamento della nostra area. Su queste contraddizioni stiamo conducendo una riflessione severa, con modestia e disponibilità autocritica, ma non c’è dubbio che esse rivelano anche limiti di gestione e di direzione politica, dell’area e della mozione: e poiché non amiamo gli scaricabarile dell’ultima ora, chi scrive assume la suaparte di responsabilità nella gestione di quella fase così tumultuosa e imprevedibile, e per la quale abbiamo pagato anche un prezzo pesante nella composizione degli organismi dirigenti usciti dal congresso di Chianciano. Il disastro elettorale moltiplica e accende la reazione appassionata della maggioranza dei militanti di Rifondazione contro la direzione “bertinottiana” e contro ogni eventualità di scioglimento del partito. Una reazione che in buona parte si riversa sulla mozione n.1, la quale – al di là di alcuni contenuti su cui confermiamo la nostra valutazione critica – viene comprensibilmente percepita nella base del partito, dentro una classica dinamica bipolare, come l’unica in grado di fare argine e massa critica nei confronti della mozione Vendola. E se c’è un errore di valutazione che possiamo rimproverarci, nella fase congressuale, è quello di avere considerato come pressoché inevitabile la vittoria congressuale della mozione Vendola (giunta in verità alle soglie del 48%, sia pure grazie ad una modalità di tesseramento e di partecipazione al voto congressuale, soprattutto in alcune situazione del Sud, fortemente segnato da dinamiche clientelari). E di avere dato abbastanza per scontato che, qualora Vendola non avesse raggiunto la maggioranza assoluta, l’unica alternativa possibile in campo (non certo quella desiderabile) era l’accordo tra prima e seconda mozione, su una linea necessariamente ambigua e inquietante. In verità tale accordo è stato fino all’ultima ora tenacemente perseguito da diverse componenti interne alle due mozioni. E fino all’ultimo, l’eventualità di una nuova maggioranza politica, di poco superiore al 50%, fondata sulla convergenza (e su una sintesi di contenuti politici) tra tutte le mozioni di minoranza, non solo appariva a tutte le componenti (ed anche a noi) come altamente improbabile; ma fino a poche ore dalla conclusione del congresso veniva esplicitamente e pubblicamente bollata da alcuni autorevolissimi esponenti della mozione 1 come una ipotesi “delirante” (e non ci addentriamo). Sta di fatto che appena essa si è invece rivelata praticabile, non abbiamo esitato una frazione di secondo a percorrerla, ottenendo peraltro – nel documento conclusivo di Chianciano, e grazie soprattutto all’impegno delle compagne/i che poi hanno scelto di continuare l’esperienza de l’ernesto – il recepimento di alcuni contenuti qualificanti, inerenti alla problematica medesima dell’unità e dell’autonomia comunista. Che è poi stata assunta, dopo il congresso, anche da altri.

DOPO CHIANCIANO

Ciò che è accaduto dopo Chianciano non è solo una conferma della dialettica interna al PRC (la nuova maggioranza volta a rilanciare l’autonomia del Partito e la corposa minoranza volta a superare Rifondazione Comunista), ma vede una sua accelerazione, nel senso che il progetto scissionista di Bertinotti e Vendola prende giorno dopo giorno sempre più corpo, sia pure dentro una discussione ancora aperta tra i quadri fondamentali di quest’area sulla tattica, sui suoi modi e tempi. E di cui sarebbe sbagliato non occuparsi (ogni fase ha la sua tattica, per gli uni e per gli altri…). Tanto più che viviamo un passaggio di fase in Italia in cui il rischio della cancellazione di una presenza autonoma e organizzata dei comunisti, con basi e consenso di massa (anche sul piano elettorale), non può essere sottovalutato. Anche per questo (non solo per questo) il progetto che ha segnato in questi mesi l’azione de l’ernesto (l’unità dei comunisti) – e al di là di una legittima e comprensibile discussione sulla sua gestione tattica – prende oggi sempre più corpo e ve- rosimiglianza, rendendo giustizia, in qualche modo, alla fondatezza di una intuizione individuata da tempo e che andava per tempo sollevata nel confronto politico. Crediamo, oggi più di ieri, che nella situazione italiana (e non solo) la cultura della “indicibilità” del comunismo sia essenzialmente il prodotto di una resa alle difficoltà indiscutibili della ricostruzione in questa parte del mondo di organizzazioni anticapitalistiche e rivoluzionarie, in tempi di riflusso e di crisi politica, sociale e ideologica; il prodotto di una cultura adattativa che, oltre un certo limite, non ce la fa ad andare controcorrente. Sappiamo che non è facile oggi spiegare “perché comunisti” e non semplicemente “di sinistra” ad uno studente sedicenne del nuovo movimento. Sappiamo che non è possibile farlo se non si è in grado di proporre una visione mondiale e storico-politica di cosa significhi nella nostra epoca la lotta per il socialismo e il comunismo. Sappiamo che su di essa non si conquisteranno subito le grandi masse, ma inizialmente e principalmente alcune avanguardie (che sono tali, certo, quando non sono separate da un movimento reale e da una qualche forma di radicamento sociale). Siamo persuasi che sono le stesse nuove, esplosive contraddizioni sociali del capitalismo, anche in Italia, a rendere utile, oltre che necessaria e possibile, la presenza ed il ruolo attivo di forze anticapitaliste, antimperialiste, “comuniste”. Ne siamo persuasi non per una sorta di simbolica coazione a ripetere ( restiamo comunisti perché fedeli a ciò che eravamo). Viceversa pensiamo che almeno due grandi ragioni, tra le tante, confermano l’attualità del pensiero marxista, leninista e la funzione storico-politica dei partiti comunisti. Da una parte, il fatto che la “ratifica” della fine della storia, tentata da Fukuyama dopo la caduta dell’Urss a nome del capitalismo mondiale, si sia celermente rivelata per quello che era: una pia illusione del capitale, come stanno ampiamente dimostrando i processi di emancipazione antimperialista che in vario modo attraversano tutti i continenti.

PERCHÉ COMUNISTI

Dall’altra parte, vediamo una crisi grave, di natura strutturale e sistemica, del capitalismo mondiale, che – nel momento in cui dissemina un’oscura e crescente inquietudine planetaria per il futuro – oggettivamente rilancia l’esigenza della razionalità e della civiltà di una società alternativa al capitalismo, che con Marx e dopo Marx, chiamiamo socialista e comunista. Sappiamo che la lotta di lunga durata per questa alternativa, non può fare a meno di partiti rivoluzionari e d’avanguardia, con basi di massa; che non si affidino solo alla spontaneità dei movimenti (imprescindibile); che siano dotati di una teoria e di una strategia complessiva del processo rivoluzionario, nazionale e internazionale, e di una organizzazione conseguente capace di far fronte alle asprezze che inevitabilmente questa lotta comporta nei suoi passaggi decisivi in cui si pone la questione del potere politico. Sappiamo che l’imperialismo non uscirà volontariamente dalla scena della storia. Lavoriamo dunque per l’unità dei comunisti in un solo partito, tanto più alla luce degli esiti dei due congressi nazionali di PRC e PdCI; alla luce del processo chiarificatore che si sta sviluppando in Rifondazione; alla luce della grande manifestazione dell’11 ottobre scorso (e di quella per altri versi non meno significativa del 17) e di una pulsione unitaria che si va diffondendo tra i militanti del PRC e del PdCI e fuori di essi. Non sarà facile né scontato. La strada è irta di difficoltà e sconta l’avversità convergente della borghesia, della “sinistra” moderata e di settori interni (contrari o esitanti) allo stesso PRC. Occorrerà perseguire tale processo dall’alto e dal basso, senza ingenue o retoriche contrapposizioni tra i due piani, con una accumulazione di forze e di militanza comune cementata nel conflitto sociale. Si dovrà scrutare anche al di là dei due partiti, nell’intento di evitare un processo che sia pura sommatoria di gruppi dirigenti e nell’intento di conquistare al progetto una fascia di intellettuali, militanti sindacali e di altri movimenti, che si considerano “comunisti senza partito”. Bisognerà sollecitare un processo aperto di ricerca, per dotare i comunisti di una spina dorsale teorica all’altezza dei tempi, anche attraverso una politica convergente tra associazioni culturali e riviste. E’ imprescindibile – per l’avanzamento del processo – che si costruisca una lista comunista unitaria per le elezioni europee (aperta a soggettività e personalità indipendenti della sinistra, e compatibile con le esigenze proprie e la dignità di ogni soggetto). E ciò indipendentemente dalla legge elettorale che avremo, poiché la dinamica unitaria ha un valore strategico, non è solo sopravvivenza istituzionale. Sappiamo che tale risultato sarebbe un importante viatico per il processo unitario, certo non risolutivo. Lavoriamo tutti, ovunque collocati, con spirito nuovo e disponibile. Lasciamoci alle spalle piccoli steccati, settarismi e pregiudizi di varia natura, per non parlare dei personalismi o di logiche impolitiche da piccola lobby (altra cosa è il confronto tra differenti e strutturati filoni di pensiero, in evoluzione). La nostra disponibilità è senza riserve.