Per l’unità dei comunisti

Innanzitutto una premessa, anzi due. Chi scrive è accomunato, oltre che da una lunga amicizia, anche da una militanza comune in Rifondazione Comunista prima della scissione. Questo articolo nasce quindi come naturale prosecuzione delle tante “chiacchierate” fatte nel corso di questi anni, anche quando le posizioni politiche del PdCI e del Prc ci portavano ad avere punti di vista molto distanti e, talvolta, divergenti. Mai è mancata comunque la voglia e la ricerca di un confronto e di un dialogo. E la seconda motivazione nasce dal fatto che, mai come oggi, sentiamo urgente il bisogno di un confronto aperto e franco, fra comunisti, sulla necessità dell’unità a sinistra ed il bisogno di una ri-attualizzazione della questione comunista, declinata rispetto alle esigenze ed i bisogni della nostra società e della nostra generazione. L’enorme confusione che regna a sinistra e le varie proposte politiche in campo (dal lancio della Sezione italiana della Sinistra Europea, caldeggiata da un pezzo del gruppo dirigente del Prc; al Cantiere della sinistra sponsorizzato da Bertinotti; alla Confederazione, cavallo di battaglia storico di Diliberto e del PdCI; all’idea di una sinistra “senza aggettivi”…; senza parlare poi delle proposte dei partiti figli della famiglia socialdemocratica, come la costituente socialista) ci impongono di liberare il dibattito da rigidi steccati ed inutili formalismi e praticare invece una sana ricerca ed un aperto confronto a tutto campo, fuori dai cliché di appartenenza a questo o quel partito. Ma proprio questa convinzione ci spinge ad aprire questo contributo con una riflessione: riteniamo infatti che sia oggi maturo il tempo, per i comunisti in Italia, di un bilancio “sereno e laico” sulle ragioni fondanti della scissione del 1998 del Prc. Senza caccia alle streghe né letture retrospettive, riteniamo vi siano tutte le condizioni per un’analisi pacata sul quel passaggio cruciale che ha cambiato la storia dei comunisti in Italia negli ultimi decenni e che condiziona le posizioni e le scelte dell’oggi. Riteniamo indispensabile un’analisi critica, non priva di bilanci sul gruppo dirigente dell’epoca e sulle ripercussioni che negli anni quella scelta (possiamo dirlo?) tutta verticistica ha portato. Anche per evitare l’errore che la positiva apertura di dialogo tra PdCI e Prc si basi su un assunto per noi sbagliato, e cioè che le ragioni della rottura vengono meno grazie alla scelta di entrambi i partiti di stare nel governo (lettura a lungo fortemente sponsorizzata da Cossutta, ma che ci pare serva solo a far scivolare il confronto sul terreno del moderatismo e del governismo a tutti i costi). Il tema dell’unità delle sinistre è caro non solo ai comunisti e a i partiti di sinistra in Italia. In tutto il mondo si stanno sperimentando forme di coordinamento e collaborazione tra diversi soggetti, dando vita a soluzioni a volte originali ed assolutamente interessanti. Dall’Asia all’America Latina, passando per l’Africa australe, i comunisti si interrogano sul loro ruolo tanto nei movimenti sociali quanto nella costruzione di ampi fronti di sinistra capaci di governare regioni ed interi stati, o anche di organizzare delle forti battaglie sociali per la difesa e la conquista di nuovi diritti. È l’Europa il nervo scoperto di questo processo: il luogo ove questa ricerca di un confronto e di una unità è molto debole e dove, anzi, con la nascita del Partito della Sinistra Europea (Pse), si è prodotta nei fatti una contrapposizione tra diversi partiti e si è impedito la nascita e lo sviluppo di un confronto fra tutti i soggetti anticapitalisti ed antimperialisti dell’intera Europa (e non solo dei paesi aderenti all’Ue). Non vogliamo qui aprire una discussione né fare un bilancio sul Pse, quanto notare come in Europa, a differenza di quanto avviene negli altri continenti, si è evitata la ricerca del confronto e dell’unità (dei comunisti e della sinistra) e basta volgere lo sguardo alle realtà giovanili per rendersi conto di quanto questo problema sia drammaticamente reale. Pur in presenza di forti e radicate organizzazioni giovanili comuniste in alcune nazioni, e nonostante in molti paesi sia cresciuto un fortissimo movimento (anti-war ed antiglobalizzazione), con una presenza giovanile davvero straordinaria e sorprendente, non c’è alcuna struttura capace di coordinare permanentemente le varie battaglie nazionali (ove vi sono) e diventare fulcro promotore di nuove campagne ed iniziative di lotta. Questo è tanto più necessario ed urgente alla luce del fatto che, tante delle controriforme (dall’istruzione al mercato del lavoro) che i giovani subiscono, sono il frutto di direttive comunitarie. Si sente quindi il forte bisogno della nascita di forum permanenti che raggruppino e coordinino le varie organizzazioni giovanili (di partito ma non solo) che si battono contro il capitalismo nel proprio paese. Magari si potrebbe dar vita ad organizzazioni transnazionali che, raggruppando tali energie, lavorino non solo per mettere in comunicazione quanto già c’è, ma proprio con l’obiettivo di dar vita a nuove organizzazioni che fanno della difesa del diritto all’istruzione, della lotta alla precarietà e della lotta alla guerra, le ragioni fondanti della loro costituzione. Ma anche in Italia ci sarebbe bisogno di uno salto in avanti: non solo va operato un impegno costante per un maggiore rafforzamento tanto delle/i Giovani Comuniste/i (Gc) quanto della Federazione Giovanile Comunisti Italiani (Fgci), ma vanno innanzitutto costruite le condizioni per un lavoro comune su temi specifici. Alla disarticolazione della società e del tessuto sociale nel quale dobbiamo radicarci (il mondo del precariato, degli studenti, dei migranti, dei nuovi lavoratori apolitici ed asindacalizzati), dobbiamo saper rispondere con azioni e lavoro comune (ove possibile, e pur nel rispetto dei diversi – e tanti – punti di vista che permangono sulle varie questioni) capaci di creare consenso e costruire massa critica contro la logica barbara del pensiero unico e dell’omologazione. Durante la feconda fase “del movimento” e del conflitto sociale che abbiamo vissuto gli scorsi anni, tanto i Gc quanto la Fgci hanno avuto, a nostro avviso, due atteggiamenti speculari ma altrettanto sbagliati: i primi hanno inteso il rapporto con il movimento (di per sé molto vasto e composito) con l’internità al Laboratorio della Disobbedienza, teorizzando che in quel contesto (che già di per sé non rappresentava tutto il movimento), ci si dovesse sciogliere. Di converso, la Fgci ha avuto un senso di estraneità con un movimento nel quale non ravvisava sufficienti elementi di filiazione ideologica, rimanendo completamente fuori da quanto si muoveva nel paese. E questo ha portato al fatto che, per motivi diversi, tanto gli uni quanto gli altri, non siano riusciti a rafforzare le proprie strutture, pur in presenza di un’importante stagione di lotte caratterizzata da un forte impegno civile e politico di centinaia di migliaia di persone (soprattutto giovani). Oggi ravvisiamo un altro pericolo: il rischio che la scelta di internità assoluta al governo, del Prc e del PdCI, spinga le rispettive organizzazioni giovanili ad una linea di maggiore moderatismo e “compatibilità governista”. Perdendo così la propria funzione ed, in parte, la propria autonomia. Anche per questo ci sarebbe bisogno di un’apertura di dialogo e lavoro comune, a partire anche da un sano confronto su quelle che sono oggi le forme migliori di lotta e radicamento sociale. Quale lotta alla precarietà? Quale antifascismo oggi? Quale solidarietà internazionalista? Quale idea di scuola e lotta per l’istruzione? Insomma: come e dove si declina il nostro essere comunisti? Ed è dall’analisi della società che si possono tentare di dare alcune risposte a questi interrogativi. Viviamo, da comunisti, con l’ambizione di dare rappresentanza sociale al mondo del lavoro ma questo, mai come oggi, è difficile: la crisi della coesione sociale che arriva fino a rendere invisibile alla politica i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, ci parla di una società contrassegnata sempre più dall’instabilità e dalla precarietà: incertezza assoluta che pervade fin dentro la vita delle persone e fino agli assetti più generali della società stessa. È il frutto del rovesciamento del rapporto fra le classi e dalla vittoria di classe, emblematicamente rappresentata in Italia dai 35 giorni della Fiat (e dalla relativa sconfitta), e dalla permeazione del pensiero dominante in ogni ganglio della società, pervadendone ogni aspetto della socialità e della cultura. Stante questo contesto, la sinistra moderata dà vita al Pd. Ma questo nasce, a nostro avviso, non come risposta alla disaggregazione della società, quanto come risposta al fallimento della sinistra di governo degli anni ’90: abbandonata la logica della riforma della globalizzazione, si abbraccia la politica di Blair, candidandosi ad interpretare, meglio della destra, le istanze del capitale (sarà forse un caso che i Ds, maggior partito della sinistra, si occupano di Unipol e Bnl, scalate ban- carie, Opa, …e non più della perdita del potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni?). Quindi o la sinistra d’alternativa riprende in mano il bandolo del conflitto sociale, favorendo lo sviluppo dei movimenti e dando parimenti vita ad una grande operazione culturale ed intellettuale, o è destinata a scomparire. La semplificazione del quadro politico italiano, tanto invocata dai fautori del Pd e del comitato promotore dei referendum sulla legge elettorale, porta dritti dritti al modello americano: non una solida democrazia basata sull’alternanza, quanto la nascita di due partiti/schieramenti, entrambi schiavi delle lobbies che li finanziano, che non sono espressione e portatori di idee di società contrapposte, ma solo “due correnti di uno stesso partito”: quello della borghesia americana. Questo è l’orizzonte che vogliono, a seguito di oltre un decennio di smantellamento delle conquiste dei lavoratori e delle loro rappresentanze politiche, impiantare pure in Italia: è, in poche parole, la morte di ogni istanza di liberazione delle classi subalterne! La nuova fase del capitalismo si caratterizza come un’aggressione “totale” al tessuto sociale. Non c’è solo un problema di progressiva sottrazione delle tutele sociali e del potere contrattuale dentro e fuori il posto di lavoro. L’attuale assetto capitalistico da un lato impoverisce grandi fasce di masse popolari e, dall’altro, tende a cancellare lo stesso patrimonio di lotta del movimento operaio, così come si è determinato il secolo scorso: è la possibilità stessa che i lavoratori possano unirsi in alleanze o organizzazioni sindacali per esercitare il proprio potere contrattuale, che viene messa in discussione. E questo pone dei problemi del tutto inediti alle sinistre e, in particolare, ai comunisti, ai quali spetterebbe il compito non solo di dare rappresentanza sociale a quel conflitto, bensì di riportare e ricomporre quelle rivendicazioni su di un piano più generale e complessivo di critica al sistema capitalistico. Questa è una società attraversata da egoismi e scoppi di violenza, pervasa da divisioni e frammentazioni profonde. La condizione dei lavoratori è paradigmatica della morfologia della nuova società: il lavoro non è più la condizione collettiva nella quale far maturare il proprio riscatto sociale, ma una condizione da vivere individualmente in un rapporto esclusivo con l’impresa e col mercato. Il lavoratore si trasforma in un utente, con una quota minima di diritti e tutele sociali, che crede di poter allargare non con una forte battaglia articolata nei confronti del capitale, ma nella contrapposizione e sottrazione di diritti agli altri lavoratori (magari meno tutelati di lui). Una logica spaventosa che, in ultima istanza, porta al riemergere di una sorta di nuova “guerra fra poveri”, ben voluta dall’attuale establishment capitalistico e che diventa addirittura l’orizzonte immaginato dal libro verde europeo. Stante così le cose, il vero punto di partenza per i comunisti e le forze di alternativa diventa la costruzione di un proprio pensiero autonomo fondato sulla critica del capitalismo del nostro tempo. È l’intera società che va trasformata e che va investita di una grande operazione di egemonia culturale che coniughi le ragioni dell’alternativa di sistema e di critica agli attuali assetti del capitalismo, con le forme peculiari con cui questo sistema si presenta e si manifesta qui ed ora. In ultima analisi si tratta di riprendere le riflessioni di Gramsci in merito all’analisi della società e al tema della rivoluzione in Occidente. Ecco perché porre oggi il tema dell’unità delle forze di sinistra alternativa è importante ma assolutamente non sufficiente. Non è lo sbandierare il tema dell’unità o della nascita di un nuovo soggetto della sinistra (da Boselli a Bertinotti) che ci aiuta a superare il guado, quanto riappropriarci di una funzione e di un ruolo nella società e per i soggetti che vogliamo rappresentare. Per dirla con una battuta: l’unità va bene, ma poniamoci anche questo interrogativo: “l’unità per fare cosa”? Perché se non prendiamo di petto i temi di fondo, non invertiremo mai il senso del nostro smarrimento e della nostra sconfitta storica. La sinistra è stata sconfitta perché ha perso la battaglia di egemonia culturale nella società, ha abbandonato e smarrito il suo corpo sociale. Su questo va aperta la riflessione e quindi l’invito che rivolgiamo a tutti i compagni, in primis ai gruppi dirigenti del Prc e del PdCI, è di cominciare a porsi interrogativi e dare risposte sui temi di fondo, abbozzando un agire che sappia delineare il lavoro dei prossimi anni nel segno del radicamento nel sindacato e nei luoghi del lavoro e rispetto alle grandi battaglie per i diritti sociali e civili. Finché non elaboreremo ed innoveremo veramente la nostra politica, riducendo la distanza siderale tra le discussioni nei nostri organismi dirigenti e le aspettative della nostra gente, non ci sarà discussione su contenitore o unità che tenga: lavoreremo sempre nel segno di una sconfitta. Del resto, basta guardare a quanto avvenuto in America latina. Gli scorsi anni le varie formazioni della sinistra di tutti i paesi dell’America centrale e meridionale si sono rese protagoniste di una rigenerazione profonda della loro cultura politica che, in risposta alle tante sconfitte della sinistra latinoamericana degli ultimi tempi, ha saputo compiere una straordinaria operazione di riconnessione sentimentale (per dirla con Gramsci) con la propria gente. Pensiamo che quell’esempio, congiuntamente con l’esperienza straordinaria del Foro di San Paolo, parli anche a noi e ci indichi che non ci sono scorciatoie: il cimento della ricerca e dell’innovazione della politica, la ricerca dell’unità, ma con essa la sfida delle forze comuniste e di alternativa per l’egemonia a sinistra, sono passaggi fondamentali che non si possono saltare. Se il Pd è una risposta “massmediatica” alla crisi della socialdemocrazia e del ruolo di quest’ultima in tutti gli anni ’90, noi dobbiamo evitare che il dibattito sulla nascente “cosa rossa” ci faccia ripercorrere la stessa strada (contenitori e leadership), abbandonando invece il tema della critica alla società e della lotta al sistema: cimento indispensabile di qualsiasi forza comunista e di alternativa. Ci piacerebbe assistere ad una dialettica serrata, con le altre forze della sinistra e del costituendo Pd, su quale sia l’idea di società e di governo, ma ci troviamo invece a fare i conti con una confronto asfittico dove l’orizzonte del governo (questo governo) diventa un totem assoluto e dove le forze della sinistra di alternativa, perse in un confronto/ scontro sulle forme, abbandonano completamente la ricerca sui contenuti non solo rispetto ad una sfida per l’egemonia con le forze moderate, ma proprio rinunciando definitivamente ad avere una propria Weltanschauung, un’idea generale del mondo. E qui veniamo al nodo del governo. Sarebbe interessante un’analisi sulla possibilità ed utilità per una forza comunista di stare al governo di un paese dell’Europa occidentale. In questo contributo non ci addentriamo su questo tipo di analisi (di cui comunque ci sarebbe urgenza, magari promuovendo un incontro continentale di tutte le organizzazioni comuniste e mettendo questo come tema all’ordine del giorno a partire proprio dall’analisi dell’esperienza italiana e da quanto già avvenuto in Francia), ma delimitare solo alcuni punti cardine. E del resto essendo su questo punto molto diverso il dibattito all’interno del Prc e del PdCI, riteniamo che spetti agli iscritti di ciascun partito esprimersi democraticamente per tracciare un bilancio di questa esperienza, che viene da entrambi vissuta come bussola assoluta della propria azione politica. A noi preme sottolineare come l’azione riformatrice di un governo di centrosinistra, oggi, non possa prescindere da alcuni punti fondamentali che diano il segno di un cambiamento profondo rispetto alla devastazione politica e sociale perpetuata da 5 anni di governo Berlusconi. Un’inchiesta commissionata qualche tempo fa dal Corriere della Sera e condotta sulle principali 20 aziende del paese, ci dice che negli ultimi dieci anni in Italia è avvenuta una drastica ed impietosa redistribuzione di classe: le imprese e gli azionisti hanno guadagnato il 30% in più, mentre i lavoratori hanno perso il 30%. Si pone, in maniera evidente, una grande questione di ripartizione del reddito. Un governo riformatore (come dovrebbe essere l’attuale) non può non considerare questa come la priorità e lavorare per dare una risposta in questa direzione. Ancor prima di varare una qualsiasi legge su temi come l’indulto e le liberalizzazioni, sarebbe stato necessario dare una risposta a questa grave esigenza del paese. Così come va ripresa la battaglia (tanto agitata durante le elezioni, per prendere voti, e poi ben presto lasciata nel dimenticatoio) dell’abrogazione delle leggi vergogna del governo Berlusconi, a partire da: legge 30 sul mercato del lavoro, Bossi-Fini sull’immigrazione, e riforma Moratti su scuola ed università. E questo perché va assolutamente ripulito il terreno da elementi che inquinano lo stesso quadro democratico e delle garanzie costituzionali, messe a repentaglio da leggi che cancellano il diritto al lavoro, alla cittadinanza e all’istruzione per tutti e che stanno cambiando, in peggio, il volto della nostra società favorendo ed esasperando fenomeni di arrivismo, solitudine ed antipolitica. Così come va fatta valere una forte battaglia sui temi della pace, con un disimpegno delle truppe italiane dall’Afghanistan, alla riduzione progressiva delle spese militari in favore di quelle sociali, ed alla netta opposizione alla costruzione della base Usa a Vicenza. È su questi temi, se non si vuole avere un approccio velleitario, che le forze della sinistra d’alternativa – e Prc e PdCI soprattutto -, dovrebbero caratterizzare la loro azione di governo. Non sarebbe sufficiente, visto lo stato di crisi in cui versa il paese. Ma almeno, su questi temi, i comunisti e le forze della sinistra d’alternativa dovrebbero ottenere il risultato. Perché del resto, se la nostra iniziativa non ottiene l’abrogazione della precarietà dando così speranza alle giovani generazioni, viene meno qualunque ragionamento sulla necessità di rimanere al governo che, così facendo, non segna alcuna discontinuità con quello precedente. Faremo la stessa fine del Pcf imbrigliato nel governo Jospin (che pure era molto più a sinistra di quello Prodi), rimanendo così nel turbine della sconfitta, sempre più lontani dalla gente che si vuole rappresentare e difendere. L’autunno vedrà aprirsi il dibattito ed il confronto su questi temi. Il nostro augurio è che si metta in moto un processo costituente che punti a coadiuvare l’iniziativa e la lotta di tutte le forze, sociali e politiche, della sinistra radicale e di alternativa affinché si sia capaci di aprire una nuova stagione di lotte e conquiste nella società ed imporre a questo governo i tempi ed i temi di quella grande riforma di cui il paese ed i ceti popolari hanno bisogno. La manifestazione indetta per il 20 ottobre ci offre, da questo punto di vista, un’occasione straordinaria. Dobbiamo rifuggire dalla tendenza di trasformarla in una kermesse politicista che promuove l’unità della sinistra ma che contestualmente rinuncia alla critica di quello che non va’ in questo governo. Il 20 ottobre, di converso, deve essere vissuta come la prima tappa di una grande battaglia di egemonia politica e culturale di sinistra, capace di riunire le forze ed i soggetti critici che lavorano per una forte alternativa nel paese per far valere le ragioni dei lavoratori, dei precari, dei migranti, dei giovani e delle donne diventati, in questi anni, soggetti “deboli” e “trascurati” dalle scelte di fondo delle politiche economiche e finanziarie, attente solo ai parametri di Maastricht piuttosto che ai livelli degli indicatori sociali. Crediamo che questo sia il brodo di coltura ideale nel quale far vivere l’ambizione di una nuova stagione, per i comunisti in Italia, che porti a cominciare ad affrontare seriamente il tema della ricomposizione politica (e nella lotta sociale) della diaspora comunista. Forse i tempi cominciano ad essere maturi e sicuramente ci vorrebbe maggiore coraggio da parte del Prc e del PdCI in questa direzione. Ci auguriamo che nelle prossime settimane si manifesti e che si apra un grande dibattito franco e libero. Il nostro contributo è un tentativo in questa direzione.

* Coordinamento Nazionale Giovani Comuniste/i
** Coordinatore provinciale Fgci di Firenze