per la difesa e il rilancio di una Rifondazione Comunista

Non è semplice dover definire ciò che si è e , soprattutto, ciò che si intende essere, sotto l’urto degli eventi, tanto più se drammatici e traumatizzanti, come quelli del 13 aprile, che hanno cancellato i comunisti e la sinistra intera dal Parlamento, in un’Italia consegnata al peggiore schieramento di destra dell’Europa occidentale. E tuttavia, per chi questi avvenimenti ha subito, non serve aggrapparsi al primum vivere. Mai come nelle attuali circostanze, infatti, le prospettive dell’esistenza e quelle della sua qualità (leggasi identità) appaiono indissolubilmente collegate: solo la certezza di se stessi, di ciò che si intende essere,del proprio compito nella storia, insieme, naturalmente, alla funzione che si intende svolgere nel tempo presente, può assicurare a una forza politica un futuro e, soprattutto, conferire senso al suo agire. Nella fase appena trascorsa Rifondazione comunista ha dato di sé un’immagine precaria e volatile, come di un’entità votata all’autosuperamento. Il culmine di questa tendenza si è raggiunto con l’infelice esperienza della Sinistra Arcobaleno, al cui disastro ha sicuramente concorso l’implicito messaggio di contestazione di se stessi a cui, nello scegliere tale formula, hanno dato luogo i soggetti contraenti. Una somma di debolezze, in definitiva, plasticamente espressa dall’appello al voto del candidato premier in nome del “rischio della scomparsa della sinistra”. Per il PRC la discussione sull’identità non è certamente un fatto nuovo, rappresenta anzi una costante della sua storia, un tratto costitutivo della sua fisionomia. Purtroppo però essa si è svolta nel corso di questi anni, su impulso della maggioranza del gruppo dirigente, in forme non sempre lineari e qualche volta non limpide, attraverso enunciazioni ideologiche non chiare, una forma di comunicazione sovente obliqua, schermata da falsi o comunque secondari obiettivi (lo stalinismo, il Novecento, la non violenza, la critica del potere, ecc.) e preordinata ad erodere le fondamenta ideologiche del partito al fine di realizzare una sorta di secessione dolce dalle sue radici. Non si tratta naturalmente di arrestare la ricerca, l’aggiornamento e l’autoverifica che debbono rappresentare un elemento costitutivo della prassi dei comunisti, una sorta di “seconda natura”, ma di sottoporre a vaglio critico i contenuti che essi producono, in modo da distinguere, ad esempio, ciò che si qualifica come innovazione autentica dalla sua imitazione in chiave banalizzante, vale a dire il nuovismo, ovvero, per portare il discorso su un terreno più concreto, il rapporto con i movimenti e le pratiche di movimento dal movimentismo eretto a canone ideologico generale. Come non vedere a questo riguardo che all’origine della disfatta elettorale figura non solo il fallimentare bilancio della partecipazione al governo ma, al pari e più ancora di esso, il suo coincidere con la fase di maggiore disarticolazione del partito, proprio in un momento in cui la funzione delle sue strutture sarebbe stata essenziale per assicurare quella comunicazione con una base disorientata e sovente abbandonata a se stessa?

La formula della SIN.ARC ha rivelato una devastante potenza distruttiva nei confronti di tutte le sue componenti, e la riproposizione oggi di un’opzione simile nello spirito e nei contenuti- una volta dismesso, naturalmente, il mot maudit che ha dato il nome allo schieramento – rivela, in chi si se ne fa portavoce, la presenza di una coazione a ripetere che rende problematico confrontarsi autenticamente con l’altro da sé, come accade al compagno Vendola a proposito della proposta di aggregazione delle forze comuniste, ridotta quasi a caricatura attraverso l’immagine della “nicchia identitaria”. Era allora una nicchia identitaria – vien fatto di chiedersi – anche l’impresa della rifondazione comunista, alla quale egli partecipò da protagonista nel 1991? E se così non è, perché ciò che allora costituiva una grande impresa, uno straordinario investimento sul futuro e non solo un atto di doverosa resistenza, oggi dovrebbe essere relegato nella dimensione della nostalgia e dell’archeologia politica? E qual è il punto di discrimine che segna il destino della principale invenzione della politica moderna, il partito, facendolo decadere da strumento di emancipazione delle classi subalterne a una sorta di residuato destinato a soccombere al cospetto di una “modernità” non meglio specificata, la modernità delle identità fluide, cangianti e transeunti, felici della propria condizione di debolezza?

Si impone invece la necessità di liberare il dibattito interno da mistificazioni e forzature. Fra queste rientra, in primo luogo, lo schema – che occupa una posizione centrale nel primo documento – dei due estremi (la costituente della sinistra in contrapposizione alla costituente comunista), costruito artificiosamente per disegnare l’area di un centro attualmente inafferrabile. Lo spartiacque principale infatti nel PRC passa oggi tra chi, pur tra tanti distinguo e attraverso modalità e tempi diversi, propugna o comunque contempla la possibilità del superamento della sua esperienza storica, e chi invece intende impegnarsi, assumendola quale priorità del proprio agire politico, per la difesa e il rilancio di una Rifondazione Comunista che sappia essere punto di riferimento e motore di un’aggregazione di un insieme di soggettività comuniste e anticapitaliste. Senza coltivare illusioni salvifiche o attese messianiche ma con la consapevolezza che vi sono più mondi di quelli che può contenere l’attuale pensiero borghese affermativo e che esistono interminati spazi all’interno di una sinistra che non può essere ridotta a un deserto monopolizzato dal Partito Democratico.

Luigi Caputo- Comitato politico regionale PRC Campania