Per la costruzione di un polo antiliberista

Il catastrofico attentato negli USA modifica ancora in profondità il quadro della nostra azione politica, segnato positivamente negli ultimi mesi dallo sviluppo del movimento contro la globalizzazione capitalistica, dalla capacità del partito di restare da protagonista sulla scena politica e sociale, pur nel quadro della vittoria del centro destra nelle elezioni, costituendo un punto di riferimento anticapitalista sicuro, dalla mobilitazione dei meccanici e dalla scelta della FIOM di andare da sola forzando un poco le regole della concertazione.
Difficile individuare quali forze reazionarie abbiano pensato e commesso questo attentato che va contro l’intera umanità, contro gli oppressi di tutto il mondo ed i loro interessi. Un atto contro un movimento di massa che, dopo molti anni in cui le contraddizioni capitalistiche si erano espresse, soprattutto o solo, in conflitti interetnici, razziali, nazionalistici, ripropone invece la riunificazione dei salariati di tutto il mondo in una visione internazionalista, solidaristica, antirazzista, su una piattaforma antiliberista di contestazione dell’ordine esistente.
La crisi economica e la corsa alla guerra mettono così in luce ancora una volta il carattere altamente distruttivo di questa fase di accumulazione del capitale e del suo tentativo di liberarsi di qualsiasi condizionamento in una specie di marcia a ritroso verso le condizioni di sfruttamento del secolo scorso.
Si apre una battaglia molto difficile in cui sarà necessario combinare l’aspetto difensivo fondamentale (la lotta contro la guerra, la lotta per impedire che il mondo sia sprofondato ancor più nella barbarie), con lo sviluppo delle tematiche rivendicative del movimento articolate sulle contestazioni specifiche delle politiche liberiste.
Le opzioni neoliberali hanno infatti prodotto contraddizioni profonde su diversi piani della società e in diversi continenti, che hanno alimentano una rinnovata resistenza di numerosi soggetti sociali. Questi producono una critica che è politica, socio-economica, ma anche morale, alle regole infami e alle ingiustizie inaccettabili del sistema capitalistico. Il movimento si è alimentato sia dei grandi momenti mediatici e di scontro nelle scadenze simbolo dei potenti del mondo, sia della fitta rete di incontri, di convegni, di riunioni di lavoro, del ritrovarsi dei diversi soggetti protagonisti delle resistenze antiliberiste e anticapitaliste che hanno trovato la loro massima espressione, in termini di partecipazione e di piattaforma politica condivisa, a Porto Alegre.
Un complesso e capillare lavoro, una fitta rete politica ed organizzativa in cui si sono congiunti gli aspetti concreti territoriali e nazionali con quelli, non separabili ma immediati, a carattere internazionale. Da qui una nuova radicalizzazione giovanile, una presenza importante di un mondo cattolico che percorre una sua strada di contestazione, la presenza di larghi settori di giovani operai e più in generale di salariati.
L’insieme di questi elementi costituiscono una ragionevole speranza, che anche nella nuova situazione, il movimento abbia ormai abbastanza forza e radicamento per reggere e contrastare le dinamiche di guerra.
Sarebbe sbagliato vedere questi movimenti sociali separati dal mondo del lavoro: gran parte dei partecipanti sono lavoratori, precari, disoccupati, studenti lavoratori, tante espressioni oggi ancora disarticolate delle diverse forme del lavoro, ma alle quali il movimento comincia a dar loro una prima comune identità e una coscienza elementare. Esiste una situazione di osmosi, di compresenza, e quindi un possibile percorso in cui il movimento si sviluppi costruendo una più forte unità con un movimento dei lavoratori che torni attivo, capace di lotte.
Uno degli aspetti importanti di questo movimento globale è che fa sentire chiunque si trovi in una situazione di sfruttamento e di oppressione e che voglia impegnarsi in una lotta sociale, salariale, occupazionale di difesa dei diritti e un po’ meno solo di fronte a un avversario onnipotente, parte di una azione complessiva.
Può e deve svilupparsi, ma ha di fronte avversari ben determinati a spezzarne con tutti i mezzi la sua espansione, come viene confermato dalla iniziative dei governi e dalla campagne dei mass media. La si può fare ancora con grandi iniziative di delegittimazione dei poteri capitalistici, ma anche costruendo una più forte azione locale specifica e concreta contro i diversi aspetti delle politiche neoliberali (ma anche internazionale: si pensi a quanto può essere fatto dalle lavoratrici e dai lavoratori appartenenti a una stessa multinazionale, o sul terreno di piattaforme rivendicative europee sul salario, occupazione, diritti). In questo quadro si deve lavorare per la ripresa delle rivendicazioni dei salariati, elemento fondamentale per permettere non solo la radicalizzazione della critica degli assetti capitalistici (tanto più nel nostro paese, dove dobbiamo affrontare l’attacco della Confindustria e le politiche del governo di centro destra), ma per ricostruire nuovi rapporti di forza.
Se qualcuno ha contrapposto un po’ troppo frettolosamente il movimento antiglobalizzazione e il movimento operaio o costruito una gerarchia artificiosa è caduto in errore, dal quale si evidenzia la difficoltà a capire che siamo in un fase completamente nuova del processo di ricostruzione dei soggetti della trasformazione. Per Rifondazione è decisivo essere nella costruzione del movimento, utilizzando la sua forza ed esperienza per stabilire il legame con il movimento operaio, consapevole nello stesso tempo che la nuova epoca impone la ricostruzione vera e propria del movimento operaio stesso.
Partecipiamo dunque a fondo alla costituzione di un polo antiliberista e contro la guerra, di un vasto fronte contro il neoliberismo, perché questa è la forma concreta del capitalismo nella fase attuale e perché, per questa via, passa la ricostruzione di un blocco sociale capace di costruire una alternativa al sistema attuale sul piano ideale e delle lotte sociali.
E il partito come deve stare nel movimento, nei movimenti?
Ci deve stare lavorando perché crescano, si autoorganizzino, perché al loro interno si sviluppi la massima partecipazione, il massimo di democrazia, perché solo in questo modo potranno diventare più forti e consapevoli, capaci di reggere l’urto degli avversari. Ci deve stare senza rinunciare a proporre quello che ritiene giusto, ma senza pensare di operare forzature o strumentalizzazioni; ci sta sapendo che può dare un contributo importante, ma che può anche imparare molte cose, perché siamo in una fase in cui il partito riprende una elaborazione strategica di fondo e di rinnovamento rispetto a ortodossie del passato e che dallo sviluppo stesso del movimento sarà possibile arrivare a una più forte elaborazione. Ci deve stare consapevole di quello che è un partito, uno strumento che vuole organizzare e formare compagne e compagni capaci di sviluppare la lotta anticapitalista e che sulla base delle esperienze elabora un programma di trasformazione, consapevole che il partito non è un fine in sé, ma che il fine è proprio la costruzione di un movimento di massa capace di cambiare le cose esistenti.
Di qui l’attualità, non in tempi ravvicinati e di prospettiva immediata (lungo è il cammino per ricostruire i rapporti di forza materiali tra le classi) ma di orientamento strategico, della categoria della rivoluzione; una prospettiva quindi non solo di critica al sistema capitalistico, ma di un progetto in cui investire elaborazione programmatica, sviluppo dei movimenti di massa, rifondazione del partito, il tutto teso a ricostruire le condizioni per il superamento radicale dell’attuale sistema; un progetto che conserva le sue valenze nazionali, ma che è sempre più collocato in una dinamica internazionale.
E dentro questo quadro va rinnovata quindi anche la dialettica nei confronti delle forze della socialdemocrazia e, per quel che ci riguarda, dei DS. Queste forze non solo hanno interiorizzato al loro interno le politiche neoliberali, ma collocano sempre più i loro veri centri di decisione e di orientamento dentro le strutture degli apparati dello stato o in certi settori stessi della borghesia, anche quando, – è il caso ancora di alcune di loro –, si preoccupano di mantenere una qualche forma di rapporto con la loro base elettorale del mondo del lavoro. Non sarà dalla socialdemocrazia e nemmeno da esperienze come quella della sinistra plurale francese che può venire una risposta alle politiche neoliberiste e per la ricostruzione di un progetto di alternativa; né le fortune del nostro partito potranno venire da una impostazione di tallonamento di queste forze.
Il partito, dopo le elezioni, ha evitato il rischio di calibrare la propria azione su una base del tutto politicista ed istituzionale, di concepirsi in funzione della dislocazione della crisi dei DS. Questa crisi c’è e va seguita, ma può essere sfruttata in un rapporto fecondo coi lavoratori solo se il metro di giudizio è quello dei movimenti di massa, dei loro contenuti, del movimento antiliberista da costruire, della battaglia per la pace e contro la guerra. Genova dovrebbe insegnare qualcosa anche in relazione alla nostra politica verso i DS e i lavoratori che ad essi fanno riferimento.