Per la costruzione del Partito nei luoghi di lavoro

Sono passati quasi tre anni (era il marzo 1999) da quando si è tenuto a Rimini il 3°Congresso Nazionale del Prc.
Eppure sono stati mesi di intensa attività per gli iscritti e le iscritte. Non si era spenta l’eco delle conclusioni del segretario del Partito, compagno Fausto Bertinotti, che già si udivano i boati delle esplosioni delle bombe Nato su Belgrado e in gran parte del territorio serbo. Nel giro di qualche giorno, sono state ben due le manifestazioni contro la guerra e per la pace nella ex Jugoslavia (una promossa dal Prc ed una dal Movimento per la Pace).
Intanto si preparava la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo (il primo vero appuntamento elettorale dopo la scissione cossuttiana dell’autunno ’98) e la battaglia contro il referendum di Pannella. Poi nel 2000, un’altra tornata elettorale, quella delle Regionali, che – dopo il “gelo” delle elezioni europee – registrava il “disgelo” verso il Prc. Lo dimostrava la grande manifestazione di Rifondazione a Roma, a fine settembre.
Nel 2001 una nuova campagna elettorale (Camera e Senato), con un risultato elettorale che consentiva a Rifondazione (unico partito fuori dalla logica dei due Poli) di entrare in Parlamento, superando la soglia di sbarramento e recuperando centinaia di migliaia di voti rispetto al risultato delle Regionali del 2000.
E subito dopo una nuova campagna contro gli ennesimi referendum pannelliani.
E ancora: luglio 2001, grande manifestazione a Genova contro la globalizzazione capitalistica; settembre2001, manifestazione del Prc a Roma contro la guerra e il governo Berlusconi, per affermare che un altro mondo è possibile. E poi la grande, immensa Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi.
Nel mezzo di tutto ciò, si sono tenute diverse tornate elettorali amministrative (Province, Comuni, Circoscrizioni) e, nelle tre estati passate, centinaia e centinaia di Feste di Liberazione con una enorme partecipazione popolare.
Tre anni di intensissimo lavoro da parte delle strutture del Partito, che hanno usato migliaia di militanti in tutto il territorio nazionale per la raccolta di firme per presentare le liste del Prc nelle varie scadenze elettorali, fare la campagna elettorale, organizzare comizi, manifestazioni, cortei, sit-in, Feste di Liberazione, contribuire alla crescita del movimento e delle lotte contro la globalizzazione capitalistica e per favorire e sviluppare le lotte operaie, a partire da quelle dei metalmeccanici della Fiom e degli insegnanti.
Un lavoro immenso, impossibile da fare senza le nostre strutture di base (circoli e federazioni).
Eppure non possiamo, non dobbiamo essere soddisfatti. A dire della nostra insoddisfazione sono ancora una volta i dati. Dopo quelli positivi (le competizioni elettorali di carattere generale, come le elezioni politiche e regionali), vi sono quelli meno positivi di molte elezioni amministrative, dove in molti casi si registrava un arretramento del nostro partito rispetto al risultato delle concomitanti elezioni politiche.
Vi è il dato del non decollo del tesseramento (il dato parziale del 2001 non è positivo), della stasi nella nascita di nuovi circoli territoriali, del blocco sull’esistente di quelli aziendali.
Certo, è sbagliato generalizzare. Vi sono infatti realtà che si sono mosse in positivo, ma sono poche rispetto alle esigenze del Partito, della politica del Prc.
Occorre un salto di qualità da parte dei gruppi dirigenti regionali e provinciali per far nascere il Partito dove ancora non c’è (su oltre 8000 comuni, ve ne sono circa 1500 dove è insediato un circolo del Prc, e a volte è così piccolo da rendersi invisibile, nonostante vi siano buoni risultati elettorali per le elezioni politiche e regionali).
In modo particolare la carenza è verso i luoghi di lavoro. L’iniziativa del Prc verso i temi del mondo del lavoro è costante (Marcia per il lavoro nel 1996, riduzione dell’orario e più salario, Marcia per il salario sociale nel 2000, Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti a Treviso nel febbraio 2001), ma sono troppo pochi i 156 circoli nei luoghi di lavoro esistenti in Italia.
La nostra politica sui temi del lavoro è ancora troppo poco conosciuta fra i lavoratori. Vi sono intere regioni e province ad alta intensità occupazionale dove esistono centinaia di medie aziende (da 250 a 500 dipendenti) e dove non vi è neppure un circolo aziendale o inter-aziendale.
Eppure, per costruire un circolo di luogo di lavoro, bastano da Statuto 10 iscritti.
Nei territori e nei luoghi di lavoro dove non esiste una struttura organizzata dei comunisti, occorre che le federazioni ed i comitati regionali si spendano di più per far nascere e crescere il Partito.
Occorre fare delle scelte mirate, proporre e riproporre, non stancarsi di cercare di aprire uno spiraglio. Volantinaggi, comizi, assemblee pubbliche nei comuni dove non siamo presenti, nei luoghi di lavoro dove non abbiamo nessun iscritto. E dove c’è un nucleo anche piccolo, battere e ribattere.
Programmare la diffusione militante del nostro quotidiano Liberazione (ancora troppo poco letto anche tra i gruppi dirigenti). Alla domenica nei comuni e durante la settimana davanti ai cancelli, alle porte d’ingresso dei luoghi di lavoro.
Se gli elettori, i simpatizzanti ti vedono in modo frequente, si fermano a parlare, ti espongono i loro problemi. Un modo anche questo di fare inchiesta; ti riconoscono e sei più facilitato, nel tempo, a chiedere l’iscrizione, a rendersi protagonista della battaglia politica.
Coinvolgere iscritti e simpatizzanti nelle discussioni e nelle scelte. Sembra banale e normale ma, in realtà, non lo è. Quando un iscritto, un simpatizzante si sente parte di un progetto generale, lo condivide, è più portato a darvi anche economicamente un contributo.
Le nostre manifestazioni e quelle a cui abbiamo partecipato e costruito con altri soggetti, sono state tutte autofinanziate. Sono aumentate le quote di sottoscrizione a Liberazione, i risultati economici delle Feste sono di molto migliorati, la stessa quota di iscrizione raggiunge e supera (anche di molto) le 50.000 lire all’anno.
Ma tutto ciò non basta. Non ci può bastare. Dobbiamo e possiamo fare di più. Ce lo dicono le nuove generazioni che sono entrate nella lotta politica, ideale e sociale di questi ultimissimi anni. Ce lo dicono quelle più anziane, che vedono in noi l’ultimo baluardo non revisionato né revisionista.
Dobbiamo impegnarci per lo sviluppo dei movimenti di lotta e per lo sviluppo del Partito.
Il Partito c’è e ci sarà. I movimenti di lotta, senza il Prc, perderebbero un punto di riferimento decisivo, perdita che li farebbe arretrare. Ed il Partito, senza i movimenti di lotta, sarebbe solo una icona.
Una contrapposizione falsa, quindi. Certo, è illusorio pensare che decine di migliaia di giovani di formazione non comunista che partecipano in modo entusiasta a grandi mobilitazioni, diventino improvvisamente dei comunisti. Occorrono le lotte, il Partito, la formazione, lo studio, una buona e giusta direzione politica da parte dei gruppi dirigenti a tutti i livelli.
Mi sembra che questo sia l’insegnamento che ci viene dalla attuale direzione politica del Prc.
E su questa strada occorrerà proseguire, a partire dal prossimo Congresso, sperimentando e – soprattutto – articolando di più la nostra politica, sia nel territorio che nei luoghi di lavoro, contribuendo tutti insieme a fare un altro salto di qualità per contribuire alla possibilità della nascita di un movimento rivoluzionario nella direzione del socialismo, unica condizione per battere ingiustizie e privilegi propri del sistema capitalista.