Per la costituente comunista

*Storico del movimento operaio

La débacle elettorale della “Sinistra L’Arcobaleno” (SA) non è un incidente di percorso, ma l’epilogo di un ormai lungo processo contrassegnato da pochezza politica, eclettismo ideologico, assenza di analisi di classe, abbandono della teoria marxista, pratiche fondate sull’interesse del ceto politico, distacco dalle masse, leaderismo mediatico in luogo del lavoro politico di radicamento sociale. Le cause più profonde della débacle, che l’impietoso risultato elettorale ha evidenziato, ma che era già potentemente radicata nel tessuto sociale, vanno ricercate nel modo di essere – o di non essere – dei due partiti comunisti, comprese le loro minoranze critiche interne, che – sostanzialmente anch’esse prive di una strategia che non fosse la semplice marcatura tattica delle proposte della maggioranza con mozioni e documenti alternativi votati nei comitati politici, ma senza praticare una linea politica di massa – non sono riuscite a modificare realmente la situazione. Dopo la débacle annunciata si tratta di ricostruire, o meglio di costruire su nuove basi e con nuovi materiali, anche se sappiamo che il lascito della storia non può essere cancellato con un tratto di penna, e che è con la realtà effettuale – e non come vorremmo che fosse – che bisogna fare i conti e operare politicamente per trasformarla.

COME E DA COSA RIPARTIRE?

L’appello del 17 aprile per l’unità dei comunisti a partire da Prc e Pdci contiene alcune positive indicazioni, in particolare l’invito a fare – tutti, senza eccezione – autocriticamente i conti con tutta la storia del Prc a partire dalla sua fondazione nel 1991, e le successive scissioni, con un turn over di iscritti che supera le 600.000 persone. Solo sulla base di una profonda analisi critica della storia di questi ultimi decenni (compresi gli anni ‘80 in cui è in incubazione la crisi del PCI e delle formazioni di sinistra) si possono porre le premesse per un processo costituente comunista. Ogni tentativo di ridurre la costituente comunista ad un accordo tra ceti politici residuali e sconfitti dei due partiti e di qualche fuori partito è destinato ad una miserabile e farsesca sconfitta. Non si può assolutamente pensare ad un processo simile, ma in sedicesimo, a quello che diede vita a Rifondazione comunista secondo l’equazione: Occhetto 1989 sta a Bertinotti 2008 come RC 1991 sta a Costituente comunista 2008. Il progetto di costituente comunista non può e non deve ridursi ad un movimento di mera reazione al disastro elettorale e alle conseguenze politiche che da esso vanno tratte. Sarebbe così solo un movimento reattivo, di risposta (che potrebbe anche essere solo “identitaria”, come accusano i fautori del superamento del Prc). Esso deve invece essere un movi – mento propositivo. La necessità di un partito comunista in Italia non è figlia della reazione alle scelte di Bertinotti e di parte del gruppo dirigente del Prc di sciogliere il Prc nella SA, ma delle condizioni oggettive del nostro paese nel contesto internazionale. Solo se poggerà sulle sue basi proprie la costituente comunista potrà avere un fu – turo. Basi proprie significa piena autonomia del progetto comunista che si radica nelle contraddizioni sociali del paese. La costituente co – munista deve pensarsi in modo affatto diverso dal processo con cui si costituì il Prc. Allora l’aggregazione di forze eterogenee pensava di coprire lo spazio politico-elettorale che si apriva alla sinistra del Pds (ed è esattamente quanto intende fare il progetto di SA rispetto al Pd). Pensava la politica come copertura e occupazione di uno spazio già dato nel mercato elet – torale, non alla costruzione di uno spazio autonomo, cioè alla costruzione di un blocco sociale guidato dal partito comunista. Soffriva di una visione politicista della politica, che indubbiamente pagò nell’immediato e per alcuni anni successivi (nelle elezioni del 1994 il Prc ottenne 2 milioni di voti), perché si era mantenuta una tradizione e una domanda comunista nell’elettorato, che premiava l’esistenza del Prc, vissuto per diversi anni della rendita del Pci. Ma il solo coprire uno spazio vuoto fa parte della politica reattiva, che è di corto respiro. La costituente comunista potrà essere effettivamente tale se saprà ripartire da basi proprie e avviare il processo di ricomposizione comunista, nella consapevolezza che il partito non è un fine in sé, ma uno strumento essenziale della resistenza sociale e della trasformazione socialista. Deve poter camminare su gambe proprie. Su un progetto autonomo. Non può essere assemblaggio di residui.

ESISTONOL E CONDIZIONI OGGETTIVE E SOGGETTIVE PER DAR VITA A UN PARTITO COMUNISTA?

Che ci sia necessità di un soggetto politico e di una soggettività capace di esprimere un punto di vista critico marxista, organizzare le masse e lottare per la prospettiva del socialismo, appare fuori dubbio. Come anche che ci sia – sebbene dispersa e confusa – una domanda di tale soggetto tra quanti resistono e lottano, tra quanti non sono rassegnati, tra quanti conservano una tradizione comunista e marxista. Vi sono in Italia circoli, associazioni, comitati, movimenti e tanti singoli che si sono impegnati nelle lotte, che hanno militato, e vorrebbero impegnarsi e partecipare alla politica. Essi cercano un punto di riferimento chiaro, cercano partecipazione e corresponsabilizzazione. Nonostante anni di demolizione delle idee marxiste e di criminalizzazione delle resistenze, non è distrutto del tutto quello che negli anni 1950-70 fu un poderoso tessuto culturale e politico. L’Italia non è ancora del tutto piegata e omologata. Questa base di resistenza e lotta si è invero ridotta, è meno vasta e articolata di un tempo, ma non è estinta. Questa base di militanti e simpatizzanti può costituire il corpo vivo della costituente comunista. Che avrà il compito di ridare una prospettiva strategica, e non solo “identitaria”. Questo corpo di militanti è presente nel Prc e nel Pdci, sono i compagni che tengono in vita le sedi territoriali, che cercano di promuovere autonomamente iniziative, che operano attivamente e partecipano alla vita dei partiti, ma sono spesso irretiti nelle maglie dei capi e del ceto politico delle diverse aree interne, e sono stati confusi per anni dal “bertinottismo” o dall’opportunismo “governista” ampiamente presente negli stati maggiori e intermedi dei due partiti. Se ci si basasse esclusivamente su di essi, si rischierebbe di produrre e amplificare vecchi errori. La costituente comunista può essere effettivamente tale se riesce a fare fino in fondo i conti col ceto politico di sinistra e a superare le pratiche che lo producono e riproducono. Il modo in cui si costruisce la forma organizzativa della nuova organizzazione di classe, la forma politica di essa, non è qualcosa di esterno al contenuto. Le forme e le pratiche dell’organizzazione politica finiscono per condizionare fortemente anche il suo contenuto. Il lavoro teorico non può essere considerato un “lusso” o un “optional”, esso è essenziale. Ma non è sufficiente il formale riconoscimento della sua essenzialità. È necessario che si realizzi l’obiettivo di creare le condizioni concrete perché l’analisi teorico-politica, l’analisi delle classi e delle contraddizioni della società a livello nazionale e internazionale, la formazione teoricopolitica dei militanti comunisti, siano possibilità effettive. Ciò significa dotarsi sin dall’inizio del processo costituente – senza adottare la deleteria pratica dei due tempi – di organismi, apparati, strutture adeguati al compito. Diverse risorse sono già presenti (centri studi specifici, circoli culturali, associazioni, ottimi siti web, case editrici), si tratta di farne l’inventario e coordinarle all’interno di un piano organico. Altre vanno costruite, come ad esempio le scuole di formazione teorico-politica. La costituente comunista è certamente un processo aperto: nella situazione attuale del movimento operaio e comunista a livello internazionale e nazionale nessuno può presumere di avere in tasca la soluzione di tutti i problemi e le questioni, né in merito alla storia del movimento operaio, rispetto alla quale è indispensabile continuare a ricercare e interrogarsi sulle cause della catastrofe del 1989-91 e su tutta la storia comunista del ‘900, né in merito all’analisi delle classi e contraddizioni di classe e della strategia che i comunisti possano unitariamente seguire per sconfiggere l’imperialismo e rovesciare il capitalismo in socialismo. Su queste questioni è fondamentale l’analisi e l’approfondimento critico alla luce della teoria marxista nonché il confronto serio tra comunisti, nel mondo e in Italia. Ma questa sana e vitale apertura antidogmatica e antisettaria non può significare in alcun modo eclettismo confusionario. Va tracciata una netta linea di demarcazione tra la prima e la seconda strada. L’esperienza quanto mai negativa su questo terreno del Prc deve essere criticata fino in fondo nella pratica. Il percorso teorico compiuto dal gruppo dirigente del Prc ed esemplarmente rappresentato dal suo segretario Bertinotti (1994- 2006), ha portato alla distruzione dei fondamenti stessi del comunismo, ad una babele pseudoteorica che ha privato i militanti di una bussola essenziale per orientarsi, ed è stata utile solo alle giravolte opportuniste e politiciste di un ceto politico sempre più estraneo alla pratica sociale e sempre più preoccupato del solo problema che lo ha interessato: il mantenimento e la riproduzione allargata del proprio ruolo. L’eclettismo e la confusione teorica sono stati funzionali alla crescita del ceto politico. La costituente comunista dell’anno 2008 non può né deve pretendere di azzerare la storia del movimento comunista. La deve assumere tutta, criticamente, come storia propria. E assumere anche le acquisizioni teoriche tratte dall’esperienza dei partiti comunisti a livello mondiale in quest’ultimo ventennio post 1989, nella resistenza all’imperialismo, la proposizione di nuove forme di lotte sociali, la riorganizzazione dei partiti comunisti. Il pensiero critico marxista dei fondatori e di quanti lo hanno sviluppato nel XX secolo va assunto come bussola fondamentale di un rinato partito comunista. La teoria critica marxista rimane il punto più alto e organico per l’analisi scientifica della realtà. Essa è in grado di comprendere e spiegare le contraddizioni della società, ivi comprese quelle che sono state qualificate come “nuove”: la “differenza sessuale”; la questione ambientale. Il movimento comunista ha bisogno di un pensiero critico forte.

I COMUNISTI IN ITALIA SONO E DEVONO SENTIRSI PARTE DI UN PROCESSO MONDIALE

I partiti e le organizzazioni comuniste hanno vissuto e vivono particolari condizioni specifiche nazionali, hanno fatto e devono giustamente fare i conti con le storie particolari delle nazioni e degli stati in cui operano – e ignorare o trascurare queste specificità nazionali prodotte dal percorso non unilineare e a sviluppo diseguale della storia mondiale è stato ed è un gravissimo errore di ignoranza delle condizioni concrete in cui si opera – ma i comunisti non possono mai dimenticare di essere parte di un grande moto storico mondiale, tendente ad unificare – senza omologare o appiattire – tutto il genere umano in un ordine economico-sociale superiore. Ciò significa che la Costituente comunista si relaziona e si confronta con i partiti e le organizzazioni comuniste – nonché antimperialiste e antifasciste – di tutto il mondo, apprendendo dalle esperienze di ciascuno, e cercando momenti e forme di confronto teorico-politico e unità di azione nelle resistenze popolari e nazionali all’imperialismo USA. La prospettiva di coordinamenti internazionali dei comunisti va sempre tenuta aperta e bisogna lavorare per essa. I comunisti in Italia sono parte di un movimento comunista mondiale. Occorre lavorare concretamente e dotarsi di strumenti organizzativi per rendere effettiva questa prospettiva. La pratica dell’ultimo ventennio raramente si è mossa – anche nelle sue espressioni migliori di comunisti non allineati alle posizioni del ceto politico bertinottiano – legando dialetticamente lotta nazionale e prospettiva internazionale. Molto spesso le due cose hanno camminato su binari separati. Si manifestava solidarietà internazionalista o si organizzavano conferenze sulle questioni internazionali, ma non si riusciva a cogliere il nesso con la situazione interna del capitalismo italiano. Per cui si è spesso assistito al paradosso di gruppi politici e movimenti espertissimi su alcune questioni internazionali, ma del tutto ignoranti sui processi economicosociali, istituzionali, amministrativi, del nostro paese. E di esperti interni, tutti dediti all’amministrazione negli enti locali, ma in una visione iperlocalistica che faceva perdere loro di vista il processo capitalistico mondiale nel suo complesso (in particolare in rapporto alle politiche della UE). Questa dicotomia va superata. La ricostruzione comunista passa attraverso il lavoro di massa. La prospettiva per i comunisti è quella di una fase medio-lunga di opposizione, al centro come nelle amministrazioni locali. L’attività principale non potrà che essere nella società, tra le masse, tra i lavoratori, per costruire legami, organizzazione, lotte sui diversi fronti della pratica sociale. La ricostruzione del partito comunista dopo il fallimento cui lo ha condotto il ceto politico che lo ha diretto, e la formazione di una nuova generazione di comunisti potrà avvenire nel fuoco delle lotte sociali. La situazione attuale può essere mutata solo da mutati rapporti di forza.

LA RICOSTRUZIONE COMUNISTA NEL CONFLITTO CAPITALE / LAVORO

Condizione imprescindibile per la ricostruzione di una prospettiva comunista è il radicamento dei comunisti nei luoghi del conflitto di classe. La lotta di classe non è mai finita, solo che nel declino politico degli ultimi 30 anni essa è stata condotta prevalentemente da una sola parte, quella dei padroni. Proprio nei luoghi del conflitto classico l’esperienza di questi ultimi anni è stata fallimentare. Sono rarissimi i casi in cui i comunisti sono intervenuti da comunisti nelle fabbriche. Molto spesso la rappresentanza comunista è stata delegata ai rappresentanti sindacali comunisti nella CGIL o, più raramente, a qualche sindacato “di base”. Il mondo operaio delle fabbriche è in gran parte sconosciuto ai comunisti italiani. La questione sindacale deve perciò essere posta con la massima atten- zione, tracciando un bilancio articolato e approfondito della storia sindacale degli ultimi 30 anni, dei tentativi compiuti per far “cambiare rotta” alla CGIL dall’interno, o del tentativo di costruire organizzazioni sindacali di classe (autodefinitesi di “base”, cogliendo così solo un aspetto, non il più rilevante, della degenerazione del sindacato). Una data simbolica nella storia recente del sindacato è quella degli accordi del luglio 1993. Allora il sindacato si manifestò apertamente come sindacato concertativo e neocorporativo. Tutta la linea della CGIL è stata improntata al moderatismo salariale e alla rinuncia ad alcuni diritti fondamentali. Il sindacato continua ad essere cinghia di trasmissione, ma dei partiti del padronato. Affrontare la questione del sindacato e dei comunisti nel sindacato è oggi un compito essenziale. Occorre Oggi è prioritaria la questione dell’unificazione su basi classiste e di lotta del mondo del lavoro, superando la tendenza al mantenimento di piccole neoburocrazie sindacali. La delega dell’intervento in fabbrica al sindacato è stata la prassi normale. Ma in quasi 20 anni di esistenza del Prc e 10 del Pdci, non si è neppure tentato di venire a capo della questione sindacale, per dotare i lavoratori italiani di un sindacato unitario schierato su posizioni di classe. E non si è proposto né fatto alcunché perché ci si avvicinasse a questo obiettivo. Ha prevalso la logica del ceto politico, sono state sponsorizzate, a seconda dei casi, alcune correnti interne alla Cgil, le quali hanno consumato gran parte di tempo ed energie in battaglie nei direttivi e nelle segreterie, ma hanno fatto ben poco per costruire una forza autonoma di classe nei luoghi di lavoro e di conflitto. Il referendum sull’accordo welfare (autunno 2007) ha messo in luce la debolezza della presa comunista tra i lavoratori. Bisogna praticare e non limitarsi a predicare (invero i bertinottiani l’hanno addirittura cancellata) la centralità del conflitto capitale/ lavoro. I comunisti devono porsi l’obiettivo di costruire una presenza organizzata comunista nelle fabbriche e luoghi di lavoro (circoli o cellule comuniste) ed elaborare una strategia per la costruzione del sindacato unitario di classe. Un sindacato che sappia riorganizzare i lavoratori per il conflitto e che sappia essere struttura permanente di riferimento per essi. Qui è fondamentale anche la funzione dei patronati, attraverso i quali, nei momenti di riflusso delle lotte e nella vita quotidiana, si mantengono i legami con i lavoratori. Sono due momenti dialettici del medesimo problema. Il sindacato unitario di classe potrà aver vita se i comunisti saranno presenti e ne costituiranno la spina dorsale politica, evitando il rischio dell’anarco-sindacalismo. Ma senza un sindacato di massa i comunisti nelle fabbriche sono privi di un efficace strumento di lotta.

CONCORRERE ALLA COSTRUZIONE DI ORGANISMI DI MASSA STABILI

Tutte le lotte che si sono svolte negli ultimi 15-20 anni sono state lotte difensive, e il bilancio complessivo di esse non è positivo, poiché ben poco si è riusciti a tenere sul terreno stesso della difesa sociale, salariale, o contro la guerra. Tuttavia, al di là dei risultati ottenuti, che vanno sempre commisurati ai reali rapporti di forza, le lotte sono state importanti perché hanno alimentato lo spirito di resistenza all’ingiustizia e all’oppressione. Le lotte territoriali – Scanzano o Pianura o i no tav o Vicenza – sono state lotte del NO, di opposizione ad un certo uso del territorio, contro produzioni inquinanti, o per l’ambiente. Sono state lotte popolari, con caratteri ambigui in taluni casi, nelle quali si è talora infiltrata anche la “destra sociale” o la camorra. I comunisti, quando hanno partecipato a queste lotte, sono stati sostanzialmente subalterni, privi di una linea politica che trasformasse la lotta difensiva, la lotta del NO, in un momento di accumulazione delle forze per la trasformazione sociale in senso socialista. Una politica propositiva e non meramente reattiva nei territori dovrebbe puntare a suscitare movimenti per il controllo operaio e popolare a partire dai servizi sociali, dalla sicurezza sui posti di lavoro, etc., miranti sempre a generalizzare le esperienze e a costruire forme stabili di aggregazione e organizzazione sociale e politica: quegli organismi di massa su tutti i fronti della lotta di classe – economico, sociale, politico, culturale – che potrebbero costituire le casematte per una nuova accumulazione di forze. Le lotte operaie e popolari sono importanti non solo per gli obiettivi che pongono, ma anche perché costituiscono una scuola fondamentale per le masse e per i comunisti. È attraverso le lotte che si apprende a valutare i rapporti di forza, è nelle lotte che si crea la solidarietà tra i compagni. I comunisti non solo devono essere la parte egemone e attiva nelle lotte, devono usare le lotte come scuola di comunismo. È dalle lotte che possono formarsi – unendo teoria critica e pratica sociale – i quadri comunisti. La formazione di coordinamenti per l’unità dei comunisti può essere un’utile base di partenza per la costituente comunista, attraverso un percorso di elaborazione collettiva di una strategia e di una pratica politica comune, per dotare il nostro paese di un partito comunista all’altezza dei compiti che la situazione attuale impone.