Pensioni: l’attacco più duro

Il dibattito sulle pensioni che il Governo propone in vista della legge finanziaria è assai confuso e spesso reticente: non si dice mai con chiarezza, per esempio, che tutte le misure che vengono messe a confronto (blocco delle finestre previdenziali, allungamento dell’età pensionabile, incentivi, disincentivi, ecc..) sono aggiuntive e non sostitutive della legge delega in discussione in Parlamento, che è stata aspramente criticata dai sindacati.
Il giudizio, dunque, va dato sull’insieme delle proposte. I veri obiettivi del Governo Berlusconi sono fondamentalmente due: il primo è la riduzione del costo del lavoro per le imprese, che invece di essere incentivate ad investire in ricerca e formazione, come sarebbe necessario, ricevono un nuovo regalo. Il secondo obiettivo è quello di ridurre la spesa sociale per far quadrare il bilancio pubblico a spese dei lavoratori e dei pensionati. La legge delega, in discussione in Parlamento, risponde al primo obiettivo, mentre le proposte di abolire le pensioni di anzianità, di allungare l’età pensionabile, di passare al sistema di calcolo contributivo anche per i lavoratori più anziani che non hanno potuto accedere ai fondi pensione per integrare la loro rendita, rispondono al secondo obiettivo.
Con un occhio più attento alla complessità delle proposte, non può sfuggire il fatto che queste misure producono effetti addirittura opposti agli obiettivi prefissati. Non a caso ancora oggi il Governo mostra una assoluta incapacità di seguire una linea politica coerente. La decontribuzione per i nuovi assunti diminuirà le entrate finanziarie degli enti previdenziali e poiché il nostro è un sistema a ripartizione, basato su un equilibrio del rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, il rischio è di mettere in discussione sia il pagamento delle pensioni di oggi, sia l’attesa di una futura pensione dignitosa per i giovani. Poiché, inoltre, questo meccanismo ridurrà fortemente il costo del lavoro per i nuovi assunti, le imprese preferiranno sostituire la manodopera matura con giovani lavoratori, meno costosi e più formati. In questo modo s’incentiva proprio quel fenomeno di precoce espulsione degli anziani dal mercato del lavoro che l’Europa ha più volte indicato come rischio per la compatibilità economica della previdenza pubblica e come limite all’aumento del tasso di occupazione e di produttività.
Il Ministro Maroni ha sostenuto che lo Stato si farà carico dei contributi non più erogati dalle aziende per garantire comunque ai giovani gli stessi diritti previdenziali degli altri lavoratori, ma è evidente che questo impegno richiederà l’utilizzo di ingenti risorse pubbliche che farà inevitabilmente lievitare la spesa pensionistica. Dunque, la riduzione non ci sarà. A meno che non si pensi di coprire gli oneri aggiuntivi con il blocco delle pensioni di anzianità e l’innalzamento dell’età pensionabile, nel qual caso i lavoratori pagherebbero di tasca propria un consistente regalo alle imprese.
La legge delega, dunque, è condizionata da una ottica volta al risparmio di spesa e non guarda affatto ai due veri problemi del nostro sistema. Il primo, come viene spesso ricordato, riguarda i lavoratori cosiddetti “atipici” che hanno bisogno di maggiori tutele affinché anche loro abbiano la possibilità di rivendicare il diritto ad una pensione dignitosa. È un problema che si può risolvere soltanto destinando nuove risorse. La proposta del Governo di innalzare l’aliquota contributiva per i co.co.co, contenuta nella legge delega, è insufficiente e avrà piuttosto l’effetto di rendere questi contributi meno convenienti per le imprese che, quindi, si orienteranno verso una delle tante tipologie contrattuali, con meno tutele, previste dalla legge 30.
Il secondo problema riguarda il potere d’acquisto delle pensioni che, da quando nel ‘92, è stato abolito l’aggancio ai salari, è stato garantito dalla rivalutazione automatica secondo il tasso d’inflazione reale. Questo meccanismo si è rivelato però insufficiente ed oggi accanto al problema dei salari che crescono meno dell’inflazione, esiste il problema dei redditi pensionistici.
Ma al Governo non interessa. Anzi, usa strumentalmente e demagogicamente le continue pressioni che giungono dall’Europa al nostro paese per continuare per la sua strada, ignorando che i richiami comunitari sono di tutt’altra natura. Infatti le istituzioni economiche europee, quando continuano a chiederci misure di contenimento della spesa previdenziale, nonostante le riforme già fatte, guardano più allo stato della nostra economia e dei nostri conti pubblici che alla sostenibilità della spesa sociale. A loro interessa la coerenza del nostro bilancio statale con gli obiettivi di Maastricht. È evidente che la crisi economica che investe tutti i paesi sviluppati, resa più grave in Italia dalla debolezza del suo tessuto produttivo e dalla ineffabile “finanza creativa” del ministro Tremonti, renderà più forti le pressioni per un ulteriore ridimensionamento della spesa previdenziale. Con tutta probabilità il Governo Berlusconi, usando strumentalmente questi richiami, cercherà di far ricadere sulle pensioni l’onere di far quadrare i conti pubblici. Il sindacato dal canto suo non potrà che continuare a sostenere che le riforme sono state già fatte e hanno prodotto risparmi consistenti.
La legge Dini, infatti, ha già innalzato progressivamente l’età pensionabile, ridimensionato le pensioni di anzianità e stabilizzato la spesa previdenziale. Perciò è possibile attendere il 2005, data prevista dalla riforma stessa per rivalutare i parametri di riferimento per le prestazioni previdenziali. Se l’obiettivo vero è quello di adeguare la normativa ai cambiamenti sociali e demografici, si arrivi a quella data con una proposta che affronti i tre problemi che abbiamo di fronte. In particolare mi riferisco alla questione di come garantire una pensione dignitosa, anche nel sistema contributivo, per i lavoratori discontinui vecchi e nuovi; di come agire nel mercato del lavoro perché gli anziani non ne siano espulsi precocemente come oggi avviene; di come adeguare le prestazioni sociali e, dunque, anche le pensioni, alla luce del fatto che l’invecchiamento della popolazione produce un diverso intreccio tra tempo della formazione, tempo del lavoro, tempo del pensionamento.
Su questo terreno è possibile ragionare, ma il sindacato non potrà mai accettare di tagliare ulteriormente le pensioni pubbliche.