Paulo Freire: l’alfabetizzazione come strumento di lotta e di emancipazione

*Coordinamento Giovani Comunisti di Bologna

Paulo Freire ha impersonato una delle più costruttive rivoluzioni culturali che il ‘900 abbia annoverato; un uomo unanimemente riconosciuto come il più cosmopolita pedagogista per adulti, germinato dalla povertà della terra brasiliana e destinato in breve a diventare l’antesignano di una tradizione educativa assimilata poi da molta sensibilità europea. Nacque nel nord-est del Brasile, una delle regioni sudamericane più povere, che la dittatura di Vargas incancreniva con la disumanizzazione del lavoro, la fame e l’altissimo tasso di mortalità. In quella lingua di terra Freire decise di restare e di cementare il nido dei sogni con cui ogni giovane cerca di dare scacco alla vita. La famiglia fu per il piccolo Paulo il nucleo primo, ufficioso e fortemente caratterizzante, di una scolarizzazione propedeutica a quella ufficiale che sarebbe venuta poi. Ma fu nel cortile, suo primo banco di scuola, che apprese dai genitori un pullulare di cose interessanti ed educative: tra queste, la prima che imparò fu che si poteva comprendere il mondo, pur così immenso, con un movimento mentale centrifugo che partiva dalla piccola realtà di se stessi per proiettarsi verso acquisizioni sempre più a largo raggio. Il secondo messaggio che la famiglia gli diede fu che dialogare significa anche confrontarsi con le possibili variabili del dissenso. Per il Brasile anni ’30, per la sua mentalità gerarchicamente ingessata nella staticità, nell’accettazione aprioristica di quanto veniva dall’alto, queste non erano modalità usuali; ma fu proprio grazie all’apprendimento continuo e naturale di una visione della vita in levare piuttosto che in ristare, che il pensiero duttile del bambino imparò a mettere al centro di ogni azione il sogno, caparbia volontà di autorealizzazione. “Il mio primo sogno?” – ricorda Paulo Freire pochi anni prima della sua morte, avvenuta nel 1997- “diventare insegnante. Nel treno che mi portava all’Università, ho passato ore a raccon – tarmi le lezioni che avrei tenuto ad im – maginari allievi, in un certo senso stavo inconsapevolmente preparando la mia attività futura”. Imparato, come aveva, ad innescare l’apprendimento prima di tutto sui cinque sensi, il futuro pedagogo non tralasciava occasione per riempirsi di qualunque informazione visiva e orale, quindi tattile in un certo senso, che promanava dal suo ambiente: la povertà e lo sfruttamento dei contadini, l’annichilimento della loro cultura e delle loro tradizioni perpetrato con lo strumento convincente della fame. Gli analfabeti tra cui era cresciuto divennero in breve l’elemento trainante del suo crescere interiore, attorno a loro e per loro sviluppò un’idea di alfabetizzazione agli adulti che era indissolubilmente legato alla coscienza politica. Conoscenza e coscienza, l’uno elemento giustificato dall’altro come i due emisferi del cervello, le due labbra della bocca, e Freire non solo non nascose mai la propria convinzione che i due aspetti dovessero essere in sinergia, ma ne fece un vero e proprio obiettivo dichiarato. La gavetta intellettuale la fece tutta: prima la tesi di dottorato e la cattedra di Storia e Filosofia dell’Educazione, quindi i primi esperimenti formativi agli analfabeti per testare l’applicabilità delle sue ipotesi, mentre la diffusione del suo metodo educativo crebbe trasversalmente in molti paesi, fino a coinvolgerlo nella collaborazione con organismi istituzionali di formazione di mezzo mondo per programmi di istruzione degli adulti ed ottenere, negli anni ’90 del secolo scorso, la responsabilità dell’Assessorato all’Educazione di San Paolo. Il pilastro portante della sua idea di alfabetizzazione dell’adulto era proprio la dualità dell’azione pedagogica e sociale, confluenti nel risultato univoco di fare di un uomo un vero uomo, quindi libero dalle con-tingenze materiali schiavizzanti. Il fatto di imparare qualcosa doveva essere da un lato un processo sociocognitivo, e dall’altro un percorso di emancipazione sociale contro le cause della disuguaglianza. Ricordiamo sempre che parliamo del Brasile di mezzo secolo XX: un susseguirsi ininterrotto di dittature, atrofizzazione metodica dell’attività del pensare, fidelizzazione al potere, repressione e asservimento. In tale contesto condurre gli uomini a comprendere autonomamente che l’analfabetismo è una conseguenza della povertà e dello sfruttamento; che l’accesso alla conoscenza è un’arma persuasivamente destabilizzante del potere e come tale viene ideologicamente negata sul piano collettivo; educare gli uomini a comprendere tutto questo fu l’azione profondamente e pacificamente rivoluzionaria di un uomo che avrebbe aperto la strada alla frattura incolmabile della ribellione. Quello che già si chiamava il “metodo Freire” fu sentito come una tale minaccia al vecchio sistema di potere che il pedagogista fu incarcerato durante il colpo di stato del regime militare brasiliano del ’64, e obbligato ad uscire dal paese. L’adulto Paulo capitalizzò l’elemento base dell’insegnamento paterno, che partiva sempre dal dato ambientale già acquisito dall’allievo per sviluppare cognizione ulteriore. Proporre agli adulti la scoperta dell’”universo” vocabolario, significava affrontare in primis temi relazionati alla quotidianità dei lavoratori e agli strumenti del lavoro, partire da concetti comuni che designavano la socialità del gruppo e i suoi elementi culturali. Solo dopo nasceva la parola scritta e letta; solo dopo, infatti, poteva essere riconosciuta come prolungamento e diramazione dell’esperienza collettiva. Scomponendo e codificando quei temi e quelle parole in una visione critica, si scoprivano nuovi temi generatori che si potevano smantellare di nuovo in gruppi fonetici funzionali alla lettura e alla scrittura. Freire procedeva quindi in senso inverso alla pedagogica scolastica, perché arrivava al riconoscimento formale dei segni e delle parole solo dopo l’interiorizzazione cosciente del loro significato. La bontà del metodo è testimoniata dalla sorprendente celerità dei risultati. Intanto prendeva forma la coscienza di ognuno, il bisogno di agire per affrontare i limiti e le possibilità aperte dal nuovo processo di farsi uomo attraverso la conoscenza. Ad un certo punto del percorso non si trattava più solo dell’abilità di leggere e scrivere: quell’abilità si convertiva naturalmente in strumento di cognizione e di lotta, l’educazione in prassi trasformatrice della classe e del soggetto. Il significato del costruttivismo freierano sta nell’ipotesi che non solo tutti possono apprendere, ma che tutti sanno già qualcosa, e che ognuno è responsabile di ridefinire la sua insita conoscenza con gli elementi aggiuntivi di nuovi apprendimenti. E’ il soggetto che costruisce le proprie categorie di pensiero e ne organizza la trasformazione. La vera rivoluzione culturale freierana è la collocazione dell’apprendimento in un progetto di vita in cui le conoscenze acquisite siano significative e funzionali. Segnatamente, per gli analfabeti sfruttati delle realtà rurali di tutto il sud del mondo il progetto di vita non poteva essere altro che la liberazione. In quegli anni così densi di trasformazioni, il metodo di Paulo Freire fu quindi intensamente politico, fu una visione utopica della società che si collocò come una meteora nella tradizione pedagogica autoritaria della scolarizzazione brasiliana. E quando Freire, a cavallo degli anni ’90, fu chiamato dal governo riformatore di Luisa Erundina a condurre l’Assessorato all’Educazione nella città di San Paolo, ebbe subito chiaro che non si poteva impostare un programma d’istruzione dialogica nei rapporti educatore-allievo senza prima smantellare la burocratizzazione e l’autoritarismo del sapere che stagnavano nelle strutture pubbliche e nelle abitudini mentali dei docenti. Per questo riformulò il corredo dei requisiti necessari al corpo insegnanti con programmi di sviluppo delle competenze tecniche, ma anche con i parametri dell’affetto alla democrazia e dell’arte dell’insegnamento, mentre predisponeva il decentramento della pratica reale nelle forme della partecipazione. Il risultato fu un successo, perché la formazione degli educatori oltrepassò qualunque aspettativa e trascese ciò che avrebbe potuto essere appreso in un corso formale sui principi teorici della democrazia. La simbiosi tra lettura delle parole e lettura del mondo fu maturata dal pedagogista brasiliano nella vicinanza a molti universi ideali e dottrine filosofiche, senza particolare pregiudiziali a questi o quelle; il sincretismo tra umanesimo e marxismo arricchisce il suo lavoro di opzioni complementari che hanno superato i compartimenti stagni dell’ideologia, e sono ancora oggi il primo riferimento per educatori innovativi. In questo senso Freire rappresenta la forte attualità di una terza dimensione; da un lato supera i limiti dello stravolgimento imperialista attraverso un processo educativo di segno ribelle e antiautoritario, un processo fondato sul dialogo che insegni a convivere anche con la necessità di sapersi opporre; ma dall’altro mette a segno il superamento del punto debole dell’ideologia marxista, quello che annichilisce la dimensione metafisica dell’interiorità e ascrive la liberazione umana al solo superamento polarizzante del capitale. Paulo Freire, profondamente cristiano, diventò quasi eretico per la chiesa a causa della sua tattile immersione nella vita: il tratto più rilevante è stato quello di non separare l’aspetto scientifico da quello etico; e, forse per la prima volta nella storia della pedagogia, ha saputo trovare il coraggio di dire che l’apprendimento è sterile se non costruito anche con le variabili emotive e spirituali dell’ottimismo, della speranza, del sogno.