Passato, presente e futuro

*Storico

Sono tanti gli interrogativi e i motivi di riflessione storica che scandiscono l’autobiografia politica di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, (Einaudi, 2005). Certo, si tratta di un libro di memorie, a tratti anche molto tormentato e difficile; nel quale, quindi, anche la trattazione dei processi sociali e politici e degli eventi collettivi non può che seguire il filo di una vicenda personale e intrecciarsi in modo inestricabile con essa. “Questo non è un libro di storia – ci suggerisce la stessa autrice -. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? perché dici di esserlo? che intendi?” Tuttavia, ripercorrendo in tutto l’arco del suo svolgimento, la propria esperienza politica all’interno del Pci, dal 1943 al 1969, l’autrice del libro non manca di affrontare anche sul piano della valutazione storica alcuni dei nodi fondamentali della complessa e contraddittoria vicenda del comunismo italiano. Una vicenda che nel racconto e nel giudizio complessivo che il libro finisce per proporne appare certamente originale ma non “diversa” o radicalmente altra da quella del movimento comunista internazionale di cui il Pci si considerò e fu senz’altro parte integrante anche dopo la condanna dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968. Sul rapporto tra PCI e U.R.S.S e sul significato che esso rivestì nella coscienza rivoluzionaria di milioni di comunisti e di lavoratori di tutto il mondo, il libro della Rossanda si interroga lungamente e appassionatamente: che rapporto vi fu tra l’indubbia originalità dell’elaborazione culturale e strategica del Pci di Togliatti e di Longo, principale erede in Europa del grande lascito teorico gramsciano da un lato, e l’altrettanto indubbia collocazione internazionale dei comunisti italiani all’interno del campo socialista e antiimperalista saldamente egemonizzato dall’Unione sovietica dall’altro, almeno fino alla rottura con la Cina popolare? È questo uno dei nodi storici della vicenda del comunismo italiano che emerge con maggiore forza dal racconto del libro e che la Rossanda ha il merito di affrontare in modo sempre critico e problematico. “La ragazza del secolo scorso” è un libro duro, severo quando non spietato nei frequenti giudizi critici e autocritici che lo scandiscono, alieno da ogni forma di giustificazionismo o di “storicismo volgare” e tuttavia sempre attento a non smarrire mai, nell’analisi dei processi come nella ricostruzione degli avvenimenti, il fondamentale criterio metodico della contestualizzazione e della storicizzazione. Perciò l’analisi e il tormentato giudizio sulla natura del cosiddetto “legame di ferro” tra il Pci e l’Urss nel periodo compreso tra il dopoguerra ed il “terribile” passaggio storico del ’56, che la Rossanda ci consegna nel suo libro, tengono ben fermi non solo, com’è ovvio, il quadro mondiale di quegli anni segnato dalla guerra fredda e dalla rigida contrapposizione tra i blocchi ma anche più in profondità il significato e la natura di classe che tale contrapposizione inevitabilmente assumeva nel contesto della lotta contro l’imperialismo e per il socialismo in tutto il mondo. Il rapporto tra il Pci ed il campo socialista negli anni ’50 fu, per la Rossanda, un rapporto dinamico come dinamico fu per molti versi al di là delle apparenze lo stesso contesto mondiale segnato dalla guerra fredda. Quest’ultima non si configurava solo come uno scenario statico. “A torto, scrive ella, ci si figura la Guerra fredda come una glaciazione. Successe di tutto. Nel 1947 il mondo era diviso sul punto – socialismo sì o no – che era stato provvisoriamente accantonato dal 1939 al 1945 … nel 1948 ogni confine tra il cosiddetto campo socialista e il campo capitalista diventò incandescente. In Europa parve prendere fuoco ogni momento” (p. 152). Potremmo dire, sviluppando ulte- riormente questo spunto di riflessione della Rossanda che, se per un verso, in virtù della rigida logica di campo che la vincolava, la guerra fredda segnò dei limiti ben precisi all’azione dei partiti comunisti europei, fossero essi al governo o all’opposizione, restringendone, talvolta perfino in modo drammatico, gli spazi di movimento e di iniziativa politica all’interno dei loro rispettivi paesi, sul piano mondiale essa rimetteva al centro lo scontro tra capitalismo e socialismo. Non a caso la cultura comunista coglieva, non del tutto a torto, in tale scontro un momento della più generale crisi del mondo borghese iniziata con l’ingresso di quest’ultimo nella fase del suo sviluppo imperialista. Tuttavia il quadro internazionale non era certo quello di un’avanzata del socialismo in tutto il mondo come pure i comunisti ufficialmente sostenevano; gli steccati dei blocchi restarono ben rigidi, nessuno essendo in grado di “invadere” l’altro e la stessa esperienza delle “democrazie popolari” insieme alla ricerca di nuove e originali vie nazionali al socialismo che l’aveva accompagnata dovette subire tutta una serie di drammatiche strette autoritarie. È in questo quadro estremamente complesso e perfino contraddittorio che si colloca, fino al ’56, la vicenda del Pci togliattiano, impegnato a fare i conti con le drammatiche conseguenze interne della guerra fredda ovvero con la rottura dell’unità antifascista e con un processo di restaurazione capitalistica dai forti tratti reazionari. Emerge dal racconto della Rossanda la straordinaria capacità di tenuta che in quella fase il Pci mostrò sul piano politico come su quello del suo radicamento operaio e popolare: pur costretto a reagire alla stretta dell’avversario serrando le fila dell’organizzazione e rafforzando i vincoli della disciplina di campo, esso riuscì non soltanto a non disperdere le posizioni politiche e gli spazi di egemonia che il “partito nuovo” togliattiano aveva saputo conquistare nel corso della lotta democratica e antifascista, ma anche a mantenere quelle caratteristiche di partito nazionale e di massa acquisite nel corso della Resistenza e nell’immediato dopoguerra. “Di quel che seguì al 1945 e specie al 1947, – leggiamo nel libro della Rossanda – m’è rimasta l’immagine della lotta di classe allo stato puro in una fase non rivoluzionaria, dentro steccati statuali e internazionali ben fermi. Uno schema, a rifletterci, colto e complicato, e rispetto alle ambizioni personali che si scorgevano in altri partiti, nel nostro erano le idee, il progetto, il partito che contava” (p. 119-120). Tuttavia, nonostante tale dimostrazione di forza e di vitalità politica, il Pci tardò, secondo Rossana Rossanda, a definire chiaramente i caratteri della nuova fase che si era aperta in Italia e nel mondo con la fine dell’unità antifascista. Costretto ad agire su un terreno di lotta meramente difensivo, esso avrebbe colto solo i tratti di involuzione reazionaria del processo di restaurazione capitalistica, pure certo non sottovalutabili, ma non i primi e ancora difficilmente visibili elementi di modernizzazione economica e politica su cui la Dc e alcuni dei settori più dinamici della borghesia del Nord iniziavano già a scommettere: “per molti anni, scrive Rossana Rossanda, non sapemmo bene dove il paese stava andando: a una nuova stretta, a una nuova guerra, a un fossato sempre più largo fra classe dirigente e popolo? Ma eludemmo il che fare in una fase che non era solo restaurazione ma ricollocazione delle figure politiche e sociali – forse non c’erano le condizioni, forse mancavano le teste” (p. 143). C’è del vero in tale osservazione critica, la quale ci aiuta a comprendere alcuni dei limiti che avrebbero segnato fino almeno al ’56 non soltanto l’elaborazione strategica del Pci ma anche quella del movimento comunista internazionale. In quella fase quest’ultimo restò effettivamente legato alla teoria dell’inevitabilità di una nuova guerra mondiale, sottovalutando gravemente le capacità di sviluppo economico e materiale del mondo capitalista come anche le potenzialità egemoniche degli Usa destinati, proprio con il varo del piano Marshall in Europa, ad assumere saldamente per un lunghissimo periodo la leadership del campo imperialista. La ricostruzione di Rossanda ci sollecita ad una rivisitazione critica della cultura economica e politica del Pci degli anni cinquanta: essa sarebbe a lungo rimasta legata ad una lettura troppo semplificata quando non apertamente “crollista” dei processi di crisi organica dell’ordine borghese, nonostante la grande lezione leninista di Gramsci e la critica geniale contenuta in essa ad ogni versione di tipo catastrofista della nozione di “crisi generale del capitalismo”: perciò il PCI continuò a sostenere lo schema, particolarmente caro all’“area” amendoliana del partito, di un capitalismo italiano strutturalmente debole e incapace di un vero sviluppo, proprio mentre nel paese cominciavano a cambiare nel profondo la tradizionale struttura economico-produttiva e la stessa composizione del blocco borghese dominante. Tuttavia è lo stesso racconto della Rossanda ad evidenziare come proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’50, nel corso della lunga crisi del centrismo democristiano e in corrispondenza con i primi segnali di distensione nei rapporti internazionali, cominciò ad avvertirsi all’interno del Pci, l’esigenza di una profonda ridefinizione della sua linea politica e strategica. Erano i prodromi di un travagliato processo di rinnovamento del partito che tuttavia dovette aspettare il XX Congresso del Pcus all’inizio del ’56 e la terribile crisi del movimento comunista internazionale che ne seguì, per potersi dispiegare pienamente. Il giudizio di Rossanda sulle contraddizioni e i limiti di tale processo, destinato a sboccare nella definizione teorica e strategica della “via italiana al socialismo” all’VIII congresso, ci appare non solo for- temente critico ma eccessivamente riduttivo della sua obiettiva portata storica. Certo è vero che nel ’56 il gruppo dirigente del Pci non portò fino in fondo la riflessione sulle ragioni profonde della crisi dell’Est che esplodeva. “Non vi furono, scrive Rossanda, fra i comunisti italiani né vere domande, né vere risposte. Né una vera ricerca. L’errore, la colpa, la degenerazione, lo snaturamento erano cominciati con Stalin? Con Lenin? A quel tempo nessuno azzardava ‘con Marx’. Nell’Urss il quesito non fu posto e in nessun paese del campo … Fino all’ultimo per il Pci l’Urss restò il cugino poco presentabile ma potente, con il quale non aprire un conflitto mortale” (p. 184). Tuttavia sarebbe difficile sottovalutare l’enorme portata della riflessione di Togliatti su quelle che, nella celebre intervista a “Nuovi argomenti”, il dirigente del Pci coraggiosamente definì le “degenenerazioni” del sistema sovietico, ovvero sui quei fenomeni di esasperata centralizzazione e burocratizzazione del sistema politico e istituzionale che, pur nel quadro di un gigantesco processo di trasformazione economica e sociale, avevano finito secondo il segretario del Pci per comprimere gravemente le potenzialità di sviluppo democratico della società sovietica. Esplicitamente polemico verso la categoria di “culto della personalità” per gli elementi di demonizzazione acritica del pensiero e dell’opera di Stalin che essa finiva per introdurre, Togliatti pose nel corso del ’56 i primi elementi per una riflessione critica, non reticente ma neanche superficialmente liquidatoria sull’esperienza sovietica. Non si trattava solo di una riflessione storica sui limiti e le contraddizioni anche tragiche che avevano segnato un’esperienza storica complessa quale era stata l’edificazione di una società socialista in un paese solo e per di più accerchiato; la ricerca togliattiana assumeva in realtà una fortissima valenza teorica, collegandosi strettamente alla stessa elaborazione della via italiana al socialismo. Non a caso è proprio nel ’56, di fronte alla tragedia dell’Ungheria che Togliatti ripropose con grande forza un tema che era già stato al centro dell’esperienza delle democrazie popolari nel corso dell’immediato dopoguerra, quello della elaborazione di nuove forme di potere democratico progressivo ovvero dell’organizzazione di un’economia socialista in modi nuovi e diversi da quelli che avevano caratterizzato l’esperienza dell’economia pianificata nell’Urss degli anni ’20 e ’30. Era il nodo leniniano e gramsciano del rapporto tra dittatura ed egemonia nel processo di costruzione di una nuova società e di una nuova economia che ritornava al centro non solo della ricerca togliattiana ma della stessa elaborazione del Pci. Certo occorre valutare sul piano storico in che misura gli aspetti più critici ed innovativi della riflessione togliattiana sull’opera di Stalin e sull’Urss influirono concretamente sulla cultura politica dei quadri intermedi e dello stesso gruppo dirigente nonché sul senso comune della base militante del partito. Rossanda sostiene che “alla fine del 1956 il tema dell’VIII Congresso fu quale Pci, piuttosto che quale Urss” (p. 189). E tuttavia non si può negare che la stessa elaborazione della via italiana al socialismo ed in particolare il tema che essa poneva della necessità di un diverso rapporto tra internazionalismo e politica nazionale in un sistema mondiale sempre più “policentrico” innovava profondamente il modo di intendere il ruolo internazionale dell’Urss e la sua stessa funzione dirigente nell’ambito del movimento comunista internazionale: da un lato si ribadiva l’importanza cruciale che il ruolo di contrappeso antimperialista esercitato dall’Unione sovietica continuava a rivestire per le prospettive della lotta di classe nel mondo, dall’altro si rifiutava esplicitamente, giudicandola in contrasto con il fondamentale principio dell’autonomia politica e nazionale dei partiti comunisti, l’idea dell’Urss come unica guida del movimento comunista internazionale. A tale ridefinizione dell’impegno internazionalista del partito e del carattere del suo rapporto, che pur restava “di ferro”, con l’Urss, si legò all’VIII congresso l’elaborazione della “via italiana”: il tentativo di definire, su un piano non più solo politico ma anche teorico, una strategia “autonoma” di transizione al socialismo corrispondente alle particolarità storiche del capitalismo e della società italiani, portò di fatto il Pci a riprendere il filo della grande riflessione gramsciana sul nodo della “rivoluzione in Occidente”. Secondo Rossanda a tale elaborazione, pure ricca e complessa sarebbe sostanzialmente sfuggita l’obiettiva portata di processi di ristrutturazione fordista dell’economia italiana che già alla fine degli anni ’50 stavano mutando profondamente il volto della borghesia come quello della classe operaia delle grandi fabbriche del Nord. Crediamo che tale giudizio colga nel segno. Solo all’inizio del decennio successivo e ancora una volta sulla scorta di alcune fondamentali indicazioni togliattiane il Pci avrebbe promosso una ricerca ed una più approfondita riflessione sulle caratteristiche del nuovo ciclo espansivo e sulle eccezionali trasformazioni che esso induceva non solo nella struttura del capitalismo italiano e nel rapporto tra quest’ultimo e lo stato ma nella stessa organizzazione e conformazione del processo produttivo. Non a caso nel racconto della Rossanda gli anni ’60 emergono come un decennio cruciale non solo nella storia sociale e politica del paese ma nella stessa vicenda del comunismo italiano. L’impetuoso processo di sviluppo e di concentrazione monopolistica del capitalismo italiano sembrò cancellare di colpo alcune delle secolari arretratezze del paese. Il dominio dei grandi monopoli privati non fu più unicamente fondato su disoccupazione e bassi salari ma si mostrò ca- pace di avviare un processo di sviluppo, facendo crescere insieme, secondo le ricette del keynesismo, capitale e lavoro salariato e introducendo alcuni elementi di programmazione economica. I nuovi caratteri che lo sviluppo monopolistico veniva assumendo insieme alle tendenze riformistiche di alcuni settori dei ceti dirigenti capitalistici ponevano oggettivamente il conflitto tra capitale e lavoro su un terreno più avanzato e radicale: gli obiettivi e le rivendicazioni della lotta operaia non riguardavano più soltanto la crescita delle forze produttive e quindi dei livelli salariali e dell’occupazione ma ponevano oggettivamente l’esigenza di una nuova organizzazione e direzione dei processi lavorativi ovvero di un diverso “modo di produzione”. Ma le nuove forme di dominio capitalistico non investivano soltanto l’ambito del processo di produzione immediato: la stessa riorganizzazione fordista del processo di lavoro richiedeva una più stretta funzionalizzazione dell’insieme della società e dei suoi apparati di riproduzione alle esigenze della produzione e dello sviluppo capitalistico, producendo così nuove “moderne” figure sociali di fatto subalterne al dominio borghese, ma non inquadrabili né nell’ambito del lavoro salariato tradizionale né in quello dei cosiddetti ceti medi produttivi. L’elaborazione della via italiana al socialismo necessitava perciò di nuovi sviluppi e apprendimenti: si trattava infatti di riformulare la nozione stessa della maturità del socialismo ridefinendo caratteri e composizione del blocco storico della rivoluzione italiana ovvero del sistema di alleanze della classe operaia, non più semplicemente riassumibile nella saldatura tra proletariato settentrionale, contadini del sud e ceti medi produttivi. Nel suo libro Rossanda sostiene che la forte egemonia che l’area amendoliana esercitò all’interno del Pci e del suo stesso gruppo dirigente, dopo la morte di Togliatti, avrebbe finito per inibire un più maturo sviluppo ed aggiornamento della strategia della via italiana al socialismo, favorendo l’affermarsi di un’interpretazione di quest’ultima in una chiave sostanzialmente riformistica e socialdemocratica. Crediamo che tale tesi sia sostanzialmente condivisibile e ci aiuti a comprendere alcune linee dell’evoluzione del Pci successiva al grande scontro tra Amendola ed Ingrao all’XI Congresso. Con la crisi del centrosinistra e delle politiche di “riformismo borghese” da esso tentate si apriva una fase di forte radicalizzazione dello scontro tra le classi destinata a culminare nelle grandi lotte studentesche ed operaie del ’68-’69. Nel corso di tale fase il Pci avrebbe continuato a sviluppare una moderata opposizione politica al centro-sinistra fallendo così il tentativo di incanalare nell’alveo di una strategia di avanzata verso il socialismo le spinte e le domande di trasformazione radicale dell’organizzazione sociale e del modo di produzione che gli stessi processi di razionalizzazione capitalistica avevano finito per generare. In tal senso è proprio alla fine degli anni ’60 che occorre risalire se si vogliono comprendere in tutta la loro profondità storica le ragioni e le radici della successiva evoluzione del Pci, la quale sarebbe stata segnata negli anni settanta e ancor più negli anni ottanta da una lenta ma progressiva deriva moderata. Ma gli anni ’60 furono un decennio cruciale anche per le sorti dell’Urss e del campo socialista: la crisi dei rapporti cino-sovietici esplosa proprio all’inizio del decennio degenerò nel corso di esso in una rottura apparentemente irreparabile dell’unità del movimento comunista internazionale proprio mentre in tutto il mondo, in Occidente come in Oriente, si allargava e si rafforzava il campo delle forze rivoluzionarie ed antimperialiste. Il giudizio di Rossanda sui caratteri dell’iniziativa internazionalista del Pci, in quegli anni, tesa ad impedire una rottura irreversibile del campo socialista attraverso il rilancio dei temi del policentrismo e dell’unità nella diversità, ci appare ancora una volta molto severo: si trattò secondo Rossanda di un iniziativa troppo cauta e prudente, eccessivamente gravata, anche dopo la condanna dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia, dalla preoccupazione di evitare ad ogni costo la rottura con l’Urss . Noi crediamo tuttavia che quella preoccupazione avesse delle ragioni politiche profonde: certamente l’allargamento del campo rivoluzionario ed antiimperialista a nuovi stati e soggetti politici imponeva al movimento operaio e comunista internazionale una diversa articolazione interna ed una più complessa capacità di “governo” e di direzione politica ma perciò stesso rafforzava piuttosto che indebolire la funzione mondiale dell’Urss ed il suo ruolo progressivo.