Partito Democratico e “Rifondazione Socialista”

– L’ultima, recente novità del quadro politico italiano è senza dubbio la nascita del Partito Democratico. Cosa cambierà nel paese e, soprattutto, a sinistra?

La nascita di questo nuovo partito toglie di mezzo un equivoco, come giustamente sottolineato da Mussi. Il quadro non è più quello di un grande partito di sinistra, seppure riformista, ma quello di un grande partito di centro che tende progressivamente a spostarsi a destra, o che comunque tende a strizzare l’occhio a destra. Questo processo implica necessariamente un ripensamento per l’intera sinistra in Italia.

– Facile a dirsi, assai meno facile a farsi…

Certamente. Occorre per prima cosa la volontà, da parte dei diversi soggetti – dal Prc, al PdCI, ai Verdi -, di unirsi e superare la frammentazione ma questa operazione, anche se dovesse riuscire, da sola non sarebbe sufficiente. Essa, per non trasformarsi nell’ennesima sommatoria di gruppi dirigenti e tradursi in una vuota discussione organizzativistica e di posti, deve accompagnarsi a un profondo riesame dei fondamenti della sinistra. Vogliamo, insomma, interrogarci su quali dovrebbero essere le radici di una nuova sinistra di fronte a cambiamenti epocali come quelli che abbiamo vissuto? Su come far rivivere concretamente gli ideali di liberazione dallo sfruttamento, di libertà e di trasformazione sociale? Solo attraverso questo processo sarà possibile dare nuova linfa alla sinistra più in generale e alla presenza dei comunisti in particolare.

– Eccoci arrivati. Dentro le prospettive della sinistra in Italia si apre anche una sorta di “questione comunista”. Come la vedi?

Intendiamoci bene: io sono comunista, mi ritengo ancora tale, ma voglio continuare a pormi ancora quelli che ritengo essere interrogativi essenziali: perché è fallita l’esperienza sovietica e, con essa, parte degli ideali dell’Ottobre? Questa esperienza ci ha lasciato, come ritengo, alcune eredità positive o si manifesta solo come un cumulo di macerie? Cosa ricavare, poi, dall’esperienza del Pci? Cosa vi è stato di positivo e cosa di negativo? Questo intenso lavoro di ricerca, ingrato forse ma importantissimo, potrebbe aiutare a porre su nuove basi il processo di unità a sinistra.

– Perché allora si pone oggi il tema, tanto per intenderci, della “Rifondazione Socialista” assai più della “Rifondazione Comunista”?

Questo è un errore, un passo indietro. In alcune situazioni socialismo e comunismo potrebbero essere intesi come termini simili: il socialismo di Nenni, pur non accettando la presa del Palazzo d’Inverno, era comunque rivoluzionario, tendeva alla liberazione dallo sfruttamento, contemplava la prospettiva della trasformazione sociale… Oggi, il termine “socialista” viene spesso usato a sinistra perché ci si vergogna di definirsi “comunisti” e questo, ribadisco, costituisce un passo indietro, un errore.

– In Italia potrebbe profilarsi una soluzione simile alla Germania, con la Linke.

Probabilmente sarà così. In questo caso, registreremo che il Partito Democratico ha spostato un po’ a destra anche la sinistra, obbligandola ad arretrare. Tra poco la Rivoluzione d’Ottobre compie novant’anni e per me rimane un passaggio ancora attuale, da indagare a fondo e da tradurre nella lingua dell’oggi. Lo dice uno che è stato cacciato dal Pci solamente perché aveva sostenuto che in Unione Sovietica le cose non andavano per il verso giusto.

– Quale potrebbe essere il ruolo dei movimenti e del conflitto sociale nella ricostruzione della sinistra?

Un ruolo importante, per non dire insostituibile. Vorrei osare qualcosa dicendoti che con la nascita del Partito Democratico la Cgil da una parte e lo stesso movimento cooperativo dall’altra rischiano di rimanere “scoperti” sul piano della rappresentanza politica. Sì, anche il movimento cooperativo nella sua dimensione attuale. Noi, di fronte a questi cambiamenti epocali, rischiamo di rimanere indietro: o recuperiamo, insomma, o siamo fottuti. Voglio essere un comunista, non un nostalgico.

– Come giudichi, passando ad altro, l’azione del governo Prodi nella sua prima e seconda fase?

L’unico merito di Prodi è stato quello di sconfiggere Berlusconi, e questo è indiscutibile. Detto questo, il mio giudizio è critico: si sarebbe potuto fare molto di più e molto meglio. Bisognava avere più coraggio. Pensiamo al campo sociale: si è ragionato solo sul terreno del cuneo fiscale e non su quello del sussidio di disoccupazione. In Francia, che non mi risulta essere un paese bolscevico, esiste un tale sussidio. Altro esempio: le privatizzazioni si sono rivelate per quello che sono, vale a dire un grave errore… Eppure il governo pensa di privatizzare anche i servizi pubblici locali! E’ del tutto evidente, poi, come il governo Prodi esca in qualche modo rafforzato dall’operazione Parti- to Democratico, dando ulteriore impulso alle attuali politiche di segno moderato. Se già il primo Prodi – durato troppo poco per un giudizio articolato – non brillava per avere un programma avanzato sul terreno economico e sociale, il Prodi-bis, dopo lo scivolone al Senato sulla politica estera, è ancora peggio, ancora più ostaggio dei poteri forti.

– Parliamo allora di questa politica estera.

Il governo segue gli equilibri internazionali e il relativo dominio degli Usa. Sulla base di Vicenza si sarebbe dovuto e potuto contrattare di più, mentre sull’Afghanistan abbiamo semplicemente accettato la logica della guerra.

– Ragionando appunto sull’Afghanistan…

Ti interrompo subito dicendoti che esprimo il massimo di solidarietà possibile a Gino Strada e ad Emergency, così come voglio esprimere una forte critica all’operato dell’esecutivo su questa delicatissima questione. Dall’Afghanistan dovrebbero ritirarsi i militari, non Emergency.

– Se questo è il quadro, chi rischia di pagare il prezzo maggiore è la società italiana nel suo complesso.

Esiste un rischio: che il malcontento popolare verso le politiche di segno moderato e neoliberale del governo venga raccolto dalla destra populista, con gravi conseguenze per tutti noi. La situazione è davvero complicata e strette le vie di uscita. E’ una matassa davvero ingarbugliata e difficile da dipanare, da trovarne il bandolo. In linea di principio, se dovessimo aggiornare il Manifesto del Partito Comunista di Marx del 1848, dovremmo concluderlo con lo slogan: Precari di tutto il mondo, unitevi! Sul come fare, però, risposte semplici non ce ne sono e soluzioni a breve termine non se ne vedono. E’ del tutto evidente che la grande frammentazione sociale non aiuta il conflitto di classe, ma la precarietà – nel lavoro come nella vita e nelle relazioni sociali e affettive – rischia di segnare in profondità tutta la nostra epoca. Porsi la prospettiva di unire ciò che il capitale tende a frammentare costituisce però un’importante prospettiva di lavoro concreto.

– Spostandoci in Europa, ti chiederei un commento sul primo turno delle presidenziali in Francia come sui gravi episodi di Tallin.

Volentieri. A proposito di cattive notizie… La Francia si sposta a destra, con Sarkozy che incarna senza alcun dubbio posizioni assai più pericolose rispetto allo stesso Chirac. Sono tutti e due di destra, ma Sarkozy rappresenta la parte peggiore. Anche i socialisti si sono spostati su posizioni più moderate, ma difficilmente riusciranno ad imporsi. Quanto alla sinistra di alternativa, anche in questo caso il quadro è davvero sconfortante, a partire dalla grande frammentazione. I “vecchi” comunisti sono all’1,94%, mentre i trotskisti vanno meglio. Al di là di questo, però, ti pare che siano queste le nuove istanze sulle quali costruire le ragioni del comunismo? Come se fossimo, con tutto il rispetto, dei vecchi garibaldini? Questa è, semmai, la strada della sconfitta. Quanto ai fatti di Tallin, alcuni paesi dell’Ue sembrano precipitati nella follia di cancellare il passato. L’Estonia è stata liberata, come tanta parte dell’Europa, dall’Armata Rossa, e questo rimane un fatto. L’Armata Rossa è arrivata fino a Berlino, e questo costituisce un altro fatto incontrovertibile. Se avesse trionfato Hitler, poi, il corso della storia sarebbe stato ben diverso. Perché, allora, rimuovere con la violenza il monumento ai soldati dell’Armata Rossa, come accaduto a Tallin? Persino De Gasperi, in piena Guerra Fredda, aveva parole di rispetto per il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazifascismo. Oggi è un po’ come vivere la fase successiva alla Rivoluzione Francese, quando si è imposta un’ ondata irrazionale di Restaurazione. Pensiamo a quanto accade in Polonia, dove tutti devono sottoscrivere una sorta di abiura rispetto al passato comunista. Voglio solo ricordare che questo non è accaduto in Italia nemmeno dopo il Ventennio fascista: a nessun cittadino è stato chiesto se avesse mai avuto, per amore o per forza, la tessera del Partito Nazionale Fascista… Una vergogna, quella che si sta consumando, per quei paesi ma anche per la stessa Unione Europea.