Partito comunista e movimenti

1. “Oggi i capipartito, per i fedeli servizi loro prestati, distribuiscono cariche d’ogni specie nei partiti, nei giornali, nelle associazioni, nelle casse di malattia, nei comuni e nello stato. Tutte le lotte tra i partiti non avvengono soltanto per fini obiettivi, ma soprattutto per il patronato degli impieghi (…) Gli insuccessi nella spartizione degli impieghi vengono risentiti dai partiti più duramente che non gli smacchi subiti nei fini sostanziali. (…) Molti partiti, specialmente in America, non hanno altro scopo fuorché quello di accaparrare impieghi nei vari uffici e mutano il loro programma sostanziale a seconda delle probabilità di conquistare un buon numero di voti. (…) Con l’aumentare del numero degli impieghi per effetto della burocratizzazione e con l’intensificarsi delle mire ad essi rivolte come a una forma specifica di introito sicuro, cresce in tutti i partiti quella tendenza ed essi divengono per i loro seguaci sempre più un mezzo al fine di soddisfare in tal maniera ai propri bisogni”. In questo modo un intelligente sociologo borghese come Max Weber descriveva, nella seconda metà degli anni ’10 del secolo appena trascorso, alcuni aspetti degenerativi dei partiti politici 1 , pur non ritenendo inevitabile – contrariamente ad altri autori – un simile esito ed anzi continuando a riconoscere ad essi un ruolo essenziale nella vita associata di un paese. La “crisi dei partiti di massa” ha costituito in questi ultimi anni anche per noi un tema costante di riflessione e non vi è dubbio che esso abbia fatto da sfondo alla discussione – culminata nel recente congresso del Prc – intorno al rapporto tra partito comunista e movimenti di massa. Ciò appare in tutta evidenza, rileggendo i numerosi contributi dedicati in tempi recenti a tale materia. Le urgenze della politica e la perdurante debolezza dei nostri strumenti organizzativi ha tuttavia impedito, a mio parere, di superare un certo deficit di sedimentazione: l’impressione è, cioè, che il nostro dibattito si sia sviluppato attraverso canali multiformi e abbia offerto numerosi e significativi spunti, senza riuscire ancora a trovare un’adeguata sistematizzazione in omogenee sedi di confronto. Anche questo è parte dei nostri compiti futuri di consolidamento del partito. Intanto, proviamo a riprendere il filo di alcune osservazioni, alla luce dell’odierna irruzione del “movimento dei movimenti” e della ripresa delle mobilitazioni operaie.

2. Il motivo ispiratore di fondo che ha tenuto insieme la proposta politica del nostro partito (di tutto il nostro partito), attraverso e oltre la scissione di Armando Cossutta, è stato “il giudizio drasticamente negativo sulla modernizzazione capitalistica in corso”2 e, contestualmente, sul fallimentare progetto politico della sinistra neoliberale, che ha finito per consegnare alle destre l’egemonia culturale e politica nella quasi totalità dei paesi dell’Occidente industrializzato. Abbiamo assistito ad un poderoso processo di controriforma sociale, pianificato e condotto su scala globale, che all’attacco ai diritti del lavoro e al Welfare ha coerentemente affiancato, ad esempio in Italia, un disegno di stravolgimento in senso autoritario degli assetti politico-istituzionali. E’ dunque stato ben presente, nella nostra discussione, il nesso che ha legato strettamente la controrivoluzione sociale degli anni ’80 e ’90 alle modifiche dell’impianto istituzionale e queste ultime all’involuzione delle grandi organizzazioni di massa (partitiche e sindacali).
Nel volgere di un anno, tra l’aprile del 1999 e l’aprile del 2000, abbiamo efficacemente contrastato il doppio assalto referendario di un esteso fronte antiproporzionalista, teso all’affermazione di un sistema elettorale compiutamente maggioritario: un obiettivo di portata generale, non semplicemente riguardante la tecnica elettorale e che, al contrario, conteneva i presupposti per un ulteriore scardinamento degli strumenti della rappresentanza e della partecipazione diffusa alla vita politica. Era a noi perfettamente chiara la relazione che intercorre tra la questione della rappresentanza e la natura dei partiti. Al cuore della posta referendaria stava la stessa efficacia rappresentativa della forma partito, la sua capacità di incidere sui meccanismi di selezione dei quadri dirigenti del paese: si trattava insomma di arginare l’ennesima spinta alla trasformazione (peraltro da tempo abbondantemente in corso) dei partiti di massa in partiti leggeri o d’opinione, in apparati istituzionalizzati e mediatici incaricati di creare consenso intorno a scelte che, dentro la logica bipolare, si assomigliano sempre di più e non escono dal recinto del pensiero e degli interessi dominanti. Peraltro erano già davanti ai nostri occhi gli effetti normalizzanti del dispositivo maggioritario: esso aveva già potentemente contribuito a rendere obsolete le grandi discriminanti politico-ideologiche, ad offuscare le identità strategiche, a sterilizzare il potenziale rappresentativo di interessi di parte (di cui il proporzionale è eminente funzione), a favorire la deriva astensionista che è diretta conseguenza del processo di addomesticamento della politica. L’allontanamento dalla politica ha coinciso con questa progressiva trasformazione dei partiti di massa in macchine elettorali, incaricate ex post di veicolare consenso attorno a scelte già compiute altrove. E la personalizzazione, la spettacolarizzazione della stessa competizione elettorale ha indotto ad un voto in costante diminuzione, non più orientato dall’adesione a principi, idee-forza, progettualità politiche di ampio respiro, ma piuttosto determinato da un appeal individuale (che l’apparato propagandistico provvede a potenziare) o anche legato a leadership locali di carattere notabilare.
Com’è noto, i paladini del maggioritario sono usciti sconfitti dalla contesa referendaria. Ed oggi registriamo importanti segnali per un’inversione di tendenza, come la proposta di Cesare Salvi a favore di una reintroduzione del sistema proporzionale: si tratta di un’opportunità da non perdere.

3. Al quadro sin qui tratteggiato manca tuttavia una distinzione essenziale. Per evitare di scivolare in una caratterizzazione sociologica falsamente obiettivante e in realtà neutrale dal punto di vista delle dinamiche di classe, non è inutile ricordare che, in generale, la cosiddetta forma-partito non è l’unico strumento a disposizione del blocco economico dominante: per mantenere la propria egemonia, quest’ultimo agisce sulle leve del potere di governo (attraverso l’azione di organismi statuali e sovrastatuali) e si avvale della forza omologante dei mezzi di comunicazione di massa. Viceversa, per le classi socialmente subalterne è vitale e senza alternativa l’esistenza di un’organizzazione politica che sia espressione dei propri interessi. Da questo punto di vista, le responsabilità della grande maggioranza dei dirigenti del centrosinistra sono pesantissime: il paradosso è che, mentre le destre smentivano la tesi dell’ “esaurimento del ruolo dei partiti di massa”, irrobustendo anzi la loro dotazione di partiti “pesanti” e ramificati nel “sociale”( lo sviluppo capillare di Forza Italia è a questo proposito emblematico), le forze politiche che abbiamo chiamato di “sinistra moderata” teorizzavano e consumavano la propria mutazione genetica, accentuando le caratteristiche radical-occhettiane di partiti leggeri e d’opinione.
Tutto ciò è parte della divaricazione strategica tra Prc e centrosinistra. Non vedere tale fondante elemento distintivo, riproporre sic et simpliciter in un siffatto contesto il primato della mediazione istituzionale in vista di una collaborazione di governo con le forze del centrosinistra: in ciò ritengo debba consistere quel che è stato definito “moderatismo” (insito in particolare nella posizione di Armando Cossutta). A tale nozione ha fatto ricorso ad esempio Luigi Vinci quando, in un articolo uscito poco prima della scissione cossuttiana, argomentava circa “l’irripetibilità a fini positivi di un itinerario togliattiano ‘organico’”3 : con ciò egli stigmatizzava la vocazione moderata di chi oggi intende “feticizzare Togliatti, riproporne ‘organicamente’ l’esperienza strategica, teorica, culturale e organizzativa”4, facendo così un cattivo servizio sia alle necessità della contestualizzazione storica che alle specifiche urgenze post-‘89 dell’attuale fase politica. Per la verità, le osservazioni di Vinci si spingono – a mio parere, erroneamente – fino a trovare nell’impostazione di questo dirigente comunista le ragioni di fondo della successiva implosione del più grande partito comunista d’Occidente. In ogni caso, quando si mantiene un’attitudine rispettosa delle esigenze metodiche della storicizzazione, si può discutere: più arduo, viceversa, diventa il confronto davanti alle poche righe – frettolose e tranchantes – sul “togliattismo”, contenute nelle tesi non emendate del nostro recente congresso.

4. Su tutto questo – sul carattere della fase attuale, sulla differenziazione strategica prodottasi in quella che un tempo fu la sinistra, sulle odierne specifiche necessità della costruzione di un partito comunista di massa – vi è stato un largo consenso nel Prc: da questo punto di vista, non si può parlare per nessuno di “continuismo”. Sin dal 1998 – ben prima, dunque, dell’irrompere del “movimento dei movimenti” e della nuova conflittualità operaia – in un articolo sul partito di massa Claudio Grassi così si esprimeva: “La rifondazione di un partito comunista di massa non può essere, nemmeno se lo si volesse, la riproposizione continuistica del vecchio Pci e men che meno delle esperienze della nuova sinistra. Siamo consapevoli della crisi dell’esperienza storica dei partiti di massa (non solo comunisti) e non sono quindi riproponibili le forme classiche del partito comunista di massa così come lo abbiamo conosciuto nell’esperienza togliattiana, quando il Pci, ma anche altri partiti di massa, furono l’espressione di una democrazia che si andava organizzando (…)”5 .
A questo punto è bene precisare che vi è una concezione del tutto esterna e in rotta di collisione con l’intero asse portante della discussione sin qui richiamata, rispetto alla quale ritengo ci si debba pronunciare con la massima chiarezza. Dopo aver evocato la prospettiva di una “politica fuori della politica”, anche sulla base di un modello di “ricostruzione di democrazia dal basso su scala municipale”, Marco Revelli e Pierluigi Sullo così motivavano, in un articolo dell’aprile 2001, il loro voto al Prc: “Votiamo Rifondazione non perché aderiamo al partito, forma della politica che consideriamo tramontata (…), ma per consentire ai nuovi movimenti di avere, in piena autonomia, un interlocutore che rappresenti (…) parte di quel ‘proletariato classico’ di cui Rossanda e Ingrao parlano” (il corsivo è mio)6 . Non vi potrebbe essere smentita più esplicita della necessità di costruire un partito comunista di massa: coerentemente, questi due compagni tengono separato il loro impegno dal Prc (pur incrociandone all’occorrenza il percorso); il loro progetto è un altro. Tutto ciò è molto chiaro. Tuttavia, conviene aggiungere un ulteriore elemento di approfondimento: nell’argomentazione suddetta, il rifiuto della forma-partito si accompagna alla “rinuncia all’egemonismo, al ‘portare la linea’” e questa stessa rinuncia si lega all’ “accettazione del carattere di arcipelago che le realtà sociali oggi hanno”, in quanto “non sono riconducibili a una ‘forza’, a una centralità, foss’anche quella di capitale-lavoro”7 . Nel quadro di questo ragionamento, dietro all’esortazione a “dichiararsi pari a tutti gli altri soggetti politici e sociali” e, in definitiva, a farla finita col “dogma del ruolo di guida” del partito comunista, vi è la messa in questione di “ciò che nel gergo comunista si chiama ‘la centralità operaia’”8 . Come si vede, non si tratta semplicemente dell’esigenza di non ‘mettere il cappello al movimento’, rispettandone tempi e assetto plurale; né si punta semplicemente il dito sulla deriva istituzionale ed elettoralistica dei partiti (la loro “crisi” di rappresentanza); e nemmeno ci si limita a sottolineare la mutata composizione del mondo del lavoro, la sua frammentazione e precarizzazione (deliberatamente prodotta, non dimentichiamolo, dall’offensiva neoliberista di questi ultimi due decenni) e la conseguente priorità di una “ricomposizione” dei soggetti sociali di riferimento. Il filo dell’argomentazione scava ben più in profondità: ad essere superata è la stessa ‘centralità operaia’, la centralità del conflitto tra capitale e lavoro (ed è ovvio che con ‘centralità operaia’, ‘movimento operaio’, ‘classe operaia’ dobbiamo intendere il complesso del mondo del lavoro così come oggi si presenta, alla luce delle modificazioni in esso sopraggiunte e dunque comprendendo tutta la gamma del “semilavoro” e il “non lavoro”). In ciò risiede la lontananza di questa posizione da quella che ha sinora ispirato il Prc: qui, a me pare, neanche si “ritorna a Marx”; qui si fa letteralmente fuori l’essenziale dell’impianto marxiano, laddove esso individua nei luoghi della produzione e del lavoro la risorsa essenziale per la trasformazione e il superamento della società capitalistica. Il rifiuto della forma partito è diretta conseguenza di tali premesse.

5. Ma, detto tutto questo, resta della suddetta concezione un’aspirazione genuina, un problema vero su cui non si può facilmente glissare: quello di una democratizzazione complessiva della vita politica, della ricerca di forme nuove che possano assicurare la più ampia partecipazione e scongiurare il rischio di un’ossificazione – o, più radicalmente, di un’involuzione autoritaria – delle strutture partitiche e istituzionali (rischio che, come la storia ci insegna, è sempre in agguato). Ma, paradossalmente, proprio qui si cela l’insidia più grave.
Un libro di qualche anno fa, dedicato da Mimmo Porcaro alla “metamorfosi dei partiti politici”9 – di cui pure, come dirò, non condivido alcune conclusioni – offre tuttavia nel merito alcuni spunti significativi. Porcaro definisce il partito10 come l’istituzione politica di parte che tendenzialmente organizza gli interessi delle classi subalterne (essendo lo stato la principale sede di unificazione degli interessi dei gruppi sociali dominanti). La sua funzione essenziale è dunque quella di formare una nuova classe dirigente a vocazione statuale o generale: esso si incarica di tallonare, per così dire, l’attività di governo della società con un’azione stabile e continua. In questo senso, il partito ‘operaio’, come storicamente lo abbiamo conosciuto in Europa, ha organizzato i suoi referenti sociali, tentando altresì di trasformare il senso comune (l’ideologia dominante), di modificare gerarchie consolidate. Con la sua azione, ha contrastato il dominio degli apparati del potere economico (le grandi imprese) e istituzionale (le burocrazie statuali). E questi ultimi hanno immancabilmente preso il sopravvento ogniqualvolta i partiti ‘operai’ si sono trovati ad indietreggiare. Tertium non datur: l’esperienza dice che dietro l’angolo dell’indebolimento – o addirittura del dissolvimento – dei partiti che sono espressione delle classi subalterne non vi è il regno della ‘democrazia diretta’ ma il dominio sempre più incontrastato delle classi dominanti (che ad esempio oggi si concretizza nella politica dei sondaggi, nelle leaderships costruite dall’industria dell’immagine e così via alleggerendo). E’ questo il nefasto equivoco che si cela dietro l’attacco alla cosiddetta “partitocrazia”.
Resta, all’opposto, il problema di come costruire una solida organizzazione partitica che sia ramificata nelle pieghe della società e ricettiva della domanda che viene dalla quotidianità, dai luoghi della socializzazione e del conflitto: insomma, come costruire un partito comunista di massa. Chi come noi si pone questo genere di questione evidentemente non ritiene che l’irrigidimento burocratico sia l’esito inevitabile di qualsiasi forma politica organizzata. Vi è stato invero chi ha teorizzato tale ineluttabilità. Ancora Porcaro11 opportunamente ricorda che, contrariamente a Max Weber, Roberto Michels – altro studioso, contemporaneo del sociologo tedesco – fece sua la “ferrea legge dell’oligarchia”, secondo cui burocratizzazione e involuzione verticistica sono intrinsecamente connaturate allo sviluppo dei partiti di massa. Ciò era detto in sintonia con una concezione utopica della democrazia che vedeva in qualunque forma di delega, nel fatto stesso dell’esistenza di un “apparato” di mediatori istituzionali (di partito, sindacali, parlamentari) un sicuro passo verso la degenerazione burocratica. Mentre Weber guardava all’evoluzione dei partiti di massa come ad un processo contraddittorio, riconoscendo comunque ad essi un’insostituibile funzione democratica, un ruolo di contrapposizione del consenso di iscritti ed elettori all’arbitrio delle élites, Michels viceversa pronunciava un’inflessibile requisitoria contro il carattere intrinsecamente oligarchico della politica: ogni delega o rapporto di rappresentanza, non esprimendo dal suo punto di vista alcuna assunzione di responsabilità, divenivano travisamento interessato; qualsiasi leadership sottoposta a regole e a procedure di verifica era assimilata ad una coazione autoritaria. E’ significativo notare che questo esponente radicale del liberalismo sia poi finito tra le braccia di Mussolini. Né, a ben vedere, ciò deve stupire più di tanto: quando, in nome della democrazia diretta, si intende far fuori gli istituti della mediazione politica, gli organismi intermedi, gli “apparati”, quel che resta non è il vuoto, l’assenza di strutture ritenute coercitive, bensì il pieno del plebiscitarismo, il rapporto empatico delle masse col capo (o leader). Per questo, nello stesso momento in cui si cercano soluzioni per prevenire la burocratizzazione di un apparato di partito, occorre comunque meditare sul fatto che, dove non vi sono affatto “apparati”, fatalmente vengono ad operare “gerarchie informali molto meno controllabili in quanto molto più occulte”12 .

6. Ma – ancora una volta – come si costruisce il partito comunista di massa? E’ evidente che tale interrogativo concerne, in primo luogo, l’articolazione di una linea politica che guardi alle esigenze delle grandi masse. Senza un progetto complessivo di trasformazione sociale diffusamente condiviso e praticato, non vi è marchingegno organizzativo che tenga. In questo senso, ritengo che la proposta avanzata da Porcaro nel testo citato di un partito “non inclusivo”, debordante fuori di sé in una “costellazione di organismi” politici e sociali, strutturato in “forum permanenti di consultazione”, non offra in quanto tale una soluzione. Cos’è stato infatti il Pci degli ultimi anni e, poi, il Pds? Non possedevano forse una rete vasta e radicata nella “società civile”? Il punto è che tale rete è diventata, come notava Fausto Bertinotti, “una grande e articolata federazione di poteri istituzionalizzati che convivono con il partito d’opinione”13 . Su un’analoga linea argomentativa, Raul Mordenti osservava che tale “costellazione di organizzazioni di massa (sindacato, Udi, Confesercenti, Cna, Lega delle Cooperative)” è andata via via consolidandosi come una “sommatoria di gruppi di pressione”, comportando progressivamente la trasformazione del partito comunista in un “luogo di mediazione fra interessi organizzati” e, quindi, la “rinuncia al ruolo dirigente del partito ed anzi (a ben vedere) alla sua stessa autonomia”14.
Se volessimo schematizzare in poche battute le lezioni della nostra recente storia, potremmo in definitiva dire che: a) la presenza e l’azione di un forte e organizzato partito comunista è un mezzo insostituibile sulla strada della trasformazione sociale; b) la capacità di apertura alla società del partito comunista è funzione stretta della sua (rivoluzionaria) direzione di marcia; c) i movimenti di massa costituiscono altrettante irripetibili occasioni per far crescere nel tessuto sociale il progetto di cambiamento (occorre stare dentro i movimenti, alimentarne la spinta progressiva anche al fine di rinnovare, dare nuova linfa al partito comunista; e, inversamente, si deve consolidare il partito comunista per dare buone gambe, far durare i movimenti); e, conseguentemente, d) né il partito, né i movimenti possono essere intesi come fini in sé.

7. Abbiamo posto alcune premesse; ed indicato altrettante strade sbarrate. Quanto alle immediate modalità di costruzione del partito, per ora rinvio alle tesi del nostro ultimo congresso specificamente dedicate a questo tema e, soprattutto, all’emendamento integrativo, ove sono indicate alcune priorità per attrezzare il Prc in vista dei suoi futuri difficili compiti. Chiudo queste rapide riflessioni ricordandone almeno due, che a me paiono ineludibili: un’attenzione ancor maggiore di quella che siamo riusciti a prestare sinora all’attività di formazione dei militanti e dei dirigenti; un riequilibrio di risorse e potere dalle presenze istituzionali alle strutture di partito, che consenta di valorizzare adeguatamente il lavoro all’interno del partito e che ponga gli eletti al servizio di questo e non viceversa15. Vedremo se, anche su questi punti, riusciremo a passare dal “dire” al “fare”.

Note

1MAX WEBER, La politica come professione, in Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi 1980, pp.61-62.

2 FAUSTO BERTINOTTI, Sette temi sul partito di massa, in ‘Rifondazione’, a. II n°1, gennaio 1998, p.3.

3 LUIGI VINCI, Due diverse concezioni del partito, in ‘L’Ernesto’ (speciale su: ‘Il partito comunista di massa’), a.VI n°1, gennaio/febbraio 1998, p.38.

4 Ibidem.

5 CLAUDIO GRASSI, Il partito non è uno spartito, in ‘Rifondazione’, a.II n°4, aprile 1998, p.28.

6 MARCO REVELLI/ PIERLUIGI SULLO, Il voto, questione di stomaco, ne ‘Il Manifesto’ del 25-4-2001.

7 MARCO REVELLI, risposta a: Che ve ne pare di Rifondazione? Il parere di chi guarda da fuori, in ‘Carta’, a.IV n°13, 4/10 aprile 2002, p.27.

8 PIERLUIGI SULLO, Un altro partito è possibile? Secondo Rifondazione, sì, in ‘Carta’, a.IV n°14, 11/17 aprile 2002, p.33.

9 MIMMO PORCARO, Metamorfosi del partito politico (associarsi contro il capitale), Edizioni Punto Rosso, Milano 2000.

10 Ivi, p.43 e sgg.

11 Ivi, pp.82-94.

12 Ivi, p.92.

13 BERTINOTTI, cit., p.2.

14 RAUL MORDENTI, L’esigenza della discontinuità, in ‘L’Ernesto’ cit., p.31.

15 Su questo tema si confronti anche l’utile articolo di LEONARDO MASELLA, Quale partito comunista di massa oggi?, in ‘L’Ernesto’ (speciale cit.), a.VI n°3, aprile 1998.