Partito comunista e movimenti

“L’INTELLETTUALE COLLETTIVO” E L’ESIGENZA DEL RAPPORTO TRA MOVIMENTI DI LOTTA E PARTITO

Il rapporto tra partito e movimenti costituisce uno dei temi classici intorno ai quali si è esercitata la ricerca teorica in seno al movimento operaio. È un tema complesso, difficile anche da inquadrare correttamente, data la continua trasformazione dei due termini del rapporto. Quando parliamo di partito dovremmo sempre affrettarci a indicare un riferimento storico preciso, posto che la configurazione e la concezione del partito (in particolare del partito comunista) mutano nel tempo e nello spazio in relazione ai diversi contesti. Lo stesso, a maggior ragione, deve dirsi dei movimenti, considerata la loro essenziale informalità: il loro immediato aderire alle dinamiche, mutevoli per eccellenza, del conflitto sociale, politico e internazionale.
In una recente intervista, apparsa su Liberazione, si è soffermato sul tema anche il compagno Bertinotti, con affermazioni meritevoli di qualche commento. Premetto che la rapidità dell’espressione (inevitabile in un’intervista) lascia aperti ampi margini di incertezza che possono indurre a interpretazioni imprecise. E forse ciò è accaduto anche a me. Resta l’interesse per le considerazioni di Bertinotti, che affronta con decisione una delle questioni su cui si è concentrata in questi anni la discussione interna a Rifondazione comunista, e che verosimilmente figurerà tra gli argomenti dell’imminente Congresso.
Alla domanda se il partito sia l’intellettuale collettivo, Bertinotti risponde negativamente, osservando tuttavia che “alla costruzione dell’intellettuale collettivo il partito deve partecipare”, svolgendovi “un ruolo importantissimo”. Poi aggiunge altre due considerazioni, l’una di ordine teorico (l’intellettuale collettivo “dovrebbe essere organico al movimento” e “dovrebbe essere costruito in relazione al movimento”), l’altra di carattere storico (a differenza dei conservatori americani, che hanno investito nella costruzione di un “nuovo estremismo di destra” incarnato dal “bushismo”, “a noi è mancata finora questa determinazione”, ragion per cui – così almeno sembrerebbe concludersi il ragionamento – paghiamo il prezzo di una qualche evanescenza ideologica e culturale). Sono così posti sul tappeto temi enormi, che non è certo possibile esaurire in poche battute. Vale tuttavia la pena, se non altro, di provare a mettere a fuoco alcuni nodi che il ragionamento prende in considerazione.

Cominciamo dall’ultima affermazione. Bertinotti sostiene che l’”ideologia vincente bushista” nasce da un’operazione coraggiosa, che ha sfidato “il senso comune, il politically correct, le regole, il clintonismo, eccetera”. C’è del vero in tutto ciò, ma ho l’impressione che ne derivi una periodizzazione di troppo breve periodo e in definitiva errata. Bush jr. e i suoi think tanks non hanno inventato nulla: scavano nel solco di un pensiero “neo-conservatore” che è già costituito negli anni Settanta e che affonda le proprie radici nella riflessione di personaggi di rilievo del conservatorismo antimoderno come Leo Strauss e i suoi allievi, tra cui va annoverato anche il celebre Francis Fukuyama, teorico della “fine della storia”.
La puntualizzazione non vuole essere pedantesca. È importante non perdere di vista il fatto che l’ideologia conservatrice negli Stati Uniti si sviluppa nel corso del tempo, nel quadro della grande competizione ideologico-politica e militare con l’Urss. La Guerra fredda è lo sfondo di una elaborazione che prende avvio ben prima della presidenza Bush, precisamente una quarantina di anni fa. E che ha sempre avuto un scopo fondamentale: prospettare rappresentazioni positive (apologetiche) della società occidentale e del capitalismo, tese a contrastare la forza attrattiva che almeno sino a tutti gli anni Sessanta (ma in realtà ancora nel corso del decennio successivo) il “socialismo reale” esercitava in Occidente in virtù dei suoi successi, soprattutto di quelli con-seguiti nel campo dei diritti sociali e delle tutele del lavoro.
Anche l’idea che l’ideologia neoconservatrice “sfidi il senso comune” è discutibile. In realtà negli Stati Uniti il senso comune è da lungo tempo saldamente di destra. Minoritaria è, semmai, la cultura democratica, soprattutto nella sua variante liberal. Da buoni allievi di Strauss, i suoi fautori hanno sempre rispettato scrupolosamente la regola hobbesiana che raccomanda di “sradicare dagli animi degli uomini le dottrine perverse” (quelle critiche, sempre fonte di “sedizione”) e di “introdurvi dottrine opposte” (funzionali alla conservazione dello stato di cose presente). Ciò ha avuto puntuali riscontri nell’esito delle elezioni presidenziali. È bene non dimenticare che nell’ultimo mezzo secolo, dopo la fine della presidenza Truman (1952), sei presidenti su dieci sono stati repubblicani, e che la Casa Bianca è stata occupata da presidenti repubblicani per trent’anni (contro i venti di marca democratica).
In questo contesto la citazione di Fukuyama è tutt’altro che irrilevante. Come si ricorderà, la brillante scoperta della “fine della storia” fu comunicata al mondo nel 1989 e formalizzata in un ponderoso volume tre anni dopo, nel ’92. Le date parlano da sole. L’idea era chiara, e in linea con l’ispirazione di fondo della visione straussiana: la rivoluzione d’Ottobre e il tentativo che ne era sortito, di costruire un modello di società diverso dalla “democrazia liberale”, avevano fallito. La loro distruzione lasciava il campo al nuovo “Stato universale”, imperniato sulla definitiva universalizzazione del mercato. In questo senso era finalmente cominicata la “poststoria”.
Di che cos’altro parlano, oggi, i Wolfowitz, i Perle, i Kagan? Salvo la variante dello spettro del “terrorismo internazionale”, evocato per giustificare la guerra permanente e il business che l’accompagna, lo schema è lo stesso: gli Stati Uniti sono la “città sulla collina”, la luminosa sede della democrazia. Il mondo là fuori è in gran parte ancora avvolto nelle tenebre, ospita insidie e nemici, quindi occorre armarsi sino ai denti per difendere se stessi e la Libertà.

Su un punto invece Bertinotti ha indubbiamente ragione: in questi anni (e a maggior ragione nell’ultimo quindicennio) la sinistra (alla quale si direbbe riferirsi il “noi” dell’intervista) ha sottovalutato l’importanza del terreno culturale ai fini della costruzione della battaglia politica e dell’egemonia.
All’organizzazione della destra (in America i think tanks, in Italia la poderosa militarizzazione dei grandi circuiti dell’editoria, dell’informazione e della comunicazione, oggi nelle mani di un oligopolio nel quale Berlusconi occupa una posizione di assoluta dominanza) sono state date risposte sottotono. Le ragioni di questa sottovalutazione sono varie. La più significativa risiede, secondo me, nel graduale allineamento della sinistra alle posizioni ideologico-culturali della destra, conseguenza, a sua volta, della dilapidazione di tutto un patrimonio ideale e identitario, che si è considerato, da un certo momento in poi, come una zavorra.
Perché elaborare, approfondire, ricercare se, tutto sommato, la cultura egemone fornisce risposte soddisfacenti? Lo schema di Fukuyama è stato assunto, ancorché in modo surrettizio. L’idea forte del mutamento (un altro modo di produzione) è stata archiviata come una utopia negativa. Si è accettato l’imperativo del realismo: questo è il mondo, non c’è altro mondo al di fuori di questo. E ci si è acconciati all’idea che, tutt’al più, si trattasse di adottare ricette tra loro un po’ diverse nell’affrontare i problemi contingenti. Ma si sono fatti i conti senza l’oste. Si è creduto che la destra si identificasse senza residui con la situazione data e avrebbe rinunciato anch’essa a ulteriori imprese ideologiche. Ottenendo la chiusura di ogni orizzonte alternativo, aveva vinto: perché avrebbe dovuto cercare altro?
Non è stato così. La vittoria del neoliberismo, del “pensiero unico”, della “modernizzazione” fatta di privatizzazioni e di precarietà, è stata solo un primo round, stravinto negli anni ruggenti di Thatcher & Reagan. Oggi si tratta di ben altro. La politica non coinvolge solo le società, perché i mercati le trascendono e perché sulla Terra persistono – anche dopo il ’91 – aree non normalizzate, Paesi e subcontinenti recalcitranti. Ammesso che la storia sia finita (ma di questo lo stesso Fukuyama oramai dubita), certo la guerra non lo è. E la guerra ha bisogno di giustificazioni. Di qui una nuova saga di mitologie, con al centro l’autocelebrazione dell’”Impero del Bene” a stelle e strisce. Certo, non tutti si alineano, nemmeno nella sinistra moderata che sino a ieri ha invece fatto propri i dogmi del mercato. Ma c’è da chiedersi di che genere di riserve si tratti: se sia in discussione il nocciolo duro dell’ideologia atlantica (leggendo Giuliano Amato e lo stesso Prodi proprio non si direbbe) o solo la sua variante “unipolare” e fondamentalista.
Ad ogni modo, il fatto che si sia ceduto su un terreno nevralgico è indiscutibile. Dopodiché sarebbe interessante aprire una discussione (anche con Fausto Bertinotti) sulla liquidazione della nostra identità culturale e, in generale, sulla rovinosa offensiva ideologica scatenata anche a sinistra contro la storia del movimento operaio, le sue lotte e, soprattutto, le sue vittorie.
In questi trentacinque anni (da Praga in poi) i comunisti hanno svolto un’implacabile autocritica. Hanno sottoposto la loro intera storia – e in particolare la vicenda del “socialismo reale” – a un vaglio critico di indiscutibile asprezza. Era necessario ed è stato anche proficuo. Quel che non era affatto indispensabile – e ha avuto effetti deleteri – era varcare la soglia della indiscriminata liquidazione di questa vicenda, che ha via via coinvolto espe-rienze, idee e figure storiche. Quando oggi si punta il dito contro la subalternità culturale della sinistra, sarebbe il caso di non sorvolare su tutta questa partita, niente affatto trascurabile. Quando si sottolinea che pure in Italia la destra vince anche perché ha saputo seminare nel ventre della società, insediando nel senso comune i propri “valori”, le proprie idiosincrasie, i propri schemi ideologici, si dovrebbe anche ricordare che questo è stato possibile perché la sinistra ha pensato bene di mandare al macero tutto un patrimonio di idee costruito in centocinquant’anni di lotta di classe, di guerre di liberazione e di rivoluzioni.
D’altronde questa è una storia che continua ancora oggi. Con l’alibi della necessità di rinnovare, ci si dedica alla pratica del nuovismo teorico che – complice la fragilità delle ipotesi via via concepite – sortisce in realtà un solo effetto: il progressivo accantonamento della cultura critica di classe e conseguente il venir meno della consapevolezza del ruolo fondamentale tuttora svolto dal conflitto tra capitale e lavoro vivo e dallo sviluppo di nuove strategie imperialistiche.

Ma veniamo alla prima affermazione di Bertinotti, che è poi quella che più ci sta a cuore in questo momento discutere. La questione è quella del rapporto tra partito e movimenti. Trattandone, Bertinotti afferma che oggi non è più possibile sostenere che il partito è l’”intellettuale collettivo” di gramsciana memoria. Questa tesi va a suo giudizio rovesciata, o quanto meno profondamente modificata: “l’intellettuale collettivo non può essere il partito. Questo intellettuale collettivo, usando i vecchi parametri, dovrebbe essere organico al movimento. Dovrebbe essere costruito in relazione al movimento. È questo che ci manca”.
Azzardo una interpretazione: fermo restando che il partito contribuisce in misura rilevante alla costruzione dell’”intellettuale collettivo” (deve svolgervi “un ruolo importantissimo”), è tuttavia il movimento ad esprimerne le istanze, ad elaborarne la linea e ad articolarne l’agenda politica. Volendo usare una metafora spaziale per chiarire la cosa, si dovrebbe dire che il partito partecipa all’impresa dalla circonferenza, mentre il movimento ne costituisce il centro.
È una interpretazione accettabile, sufficientemente fedele? Credo di sì, anche perché coerente con quanto Bertinotti ha sempre sostenuto in questi anni (e ancora di recente, benché il suo feeling con il movimento no-global si sia da ultimo un po’ appannato). E credo anche che una simile impostazione comporti, se non altro, il vantaggio di sottolineare la necessità che – senza per questo rinunciare alla propria autonomia teorica e pratica – il partito si apra ai movimenti, e rivolga una costante attenzione alle loro istanze, esperienze ed elaborazioni. In tutti questi anni Rifondazione comunista ha cercato di muoversi in questa direzione, riuscendovi per unanime riconoscimento. E non è un risultato che possa essere trascurato.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni (non solo negli ultimi, ma già a partire dal ’68), è che i partiti della sinistra muoiono (o diventano sede di ceti separati e autoreferenziali) se non operano a stretto contatto – direi in osmosi – con le soggettività che prendono vita e si esprimono sul terreno delle lotte sociali, culturali e politiche. La stessa storia del Pci e della sua fine ingloriosa sarebbe stata con tutta probabilità diversa se – dopo esserne stato in larga misura incubatrice nel corso degli anni Sessanta – quel partito si fosse poi lasciato investire appieno dall’onda d’urto dei movimenti che hanno variamente occupato la scena politica italiana tra la fine del decennio e gli anni Settanta: ne avesse colto, di là dal riduttivismo programmatico che ne costituì il più serio limite, il suggerimento strategico, connesso all’esigenza di definire un nuovo blocco storico alternativo al capitalismo.
Detto questo, ritengo tuttavia che, nel suo complesso, l’impostazione di Bertinotti non convinca, e ciò per alcune non trascurabili ragioni.
La prima riguarda precisamente il tema dell’”organicità” del partito al movimento. Ammesso che la metafora spaziale sia calzante, a me pare errato risolvere la questione assegnando ad un termine il ruolo del centro e all’altro quello di un punto della circonferenza. Per essere più espliciti: non ritengo che la chiave del problema stia in una gerarchia di importanza o di centralità – nemmeno in una gerarchia che rovesci di 180 gradi quella tradizionale, partito- centrica, indubbiamente causa di distorsioni e incomprensioni. Sta piuttosto in un’attenta distinzione di caratteristiche, potenzialità e funzioni, in base alle quali promuovere la sinergia tra partito e movimenti (sullo sfondo – è opportuno ribadirlo – della loro reciproca autonomia).
Riformulerei dunque il discorso sull’”intellettuale collettivo”, sostenendo piuttosto che il partito e i movimenti sono parti di un continuum, che li comprende e vive della costante circolazione delle loro esperienze. Per questo, lungi dal costituire un problema, la partecipazione a uno o più movimenti ci appare un arricchimento; e per questo pensiamo che la contestuale militanza nel partito e in altre esperienze di lotta sia premessa di un circolo virtuoso dell’esperienza. Non si tratta allora di enfatizzare l’organicità dell’“intellettuale collettivo” all’uno (il movimento) o all’altro (il partito), se tale organicità è pensata in modo unilaterale, a detrimento della relazione o dell’appartenenza all’altra dimensione dell’impegno politico. Ciò di cui abbiamo bisogno è, al contrario, l’organicità dell’ “intellettuale collettivo” in quanto luogo della sintesi dell’esperienza e del protagonismo del partito e, insieme, dei movimenti.
Questo è, del resto, ciò che lo stesso Gramsci in verità pensava. Egli fu il suscitatore dei Consigli nel biennio rosso, prima di essere l’anima del Partito comunista. E nell’essere questa seconda cosa, mai sentì il bisogno di prendere distanza dall’esperienza giovanile dell’Ordine Nuovo, di quello che chiamava il “movimento per valorizzare la fabbrica”.

A questo primo elemento si legano due annotazioni, credo non irrilevanti.
Innanzi tutto mi pare essenziale declinare sempre al plurale il termine “movimento” (evitando con cura l’espressione “movimento dei movimenti”, che – sempreché abbia un senso – nega implicitamente la molteplicità con il ricondurla a un insieme unitario che non esiste). I movimenti sono vari e diversi. Questo può costituire talvolta un problema, ma è anche una ricchezza. La molteplicità pone un compito: lavorare per la circolazione delle idee e delle culture e per la costruzione di battaglie comuni. Ma rappresenta anche un patrimonio, poiché garantisce articolazione e capacità di interlocuzione, di penetrazione e di radicamento sociale. Per questa ragione, e soltanto per essa (perché nella loro pluralità i movimenti sono espressione di tutta la potenzialità conflittuale e critica di volta in volta esistente), si può affermare che tra partito e movimenti ha luogo (o dovrebbe aver luogo) uno scambio reciprocamente fecondo.
Quanto è avvenuto negli ultimi tre anni in Italia (da quando Berlusconi è tornato al governo) è emblematico da questo punto di vista. Si sono via via sviluppati movimenti democratici (i “girotondi”), anticapitalistici (contro la “globalizzazione” neoliberista), pacifisti (contro l’imperialismo americano e la guerra in Iraq), di classe (contro la precarizzazione del lavoro). Tutti questi movimenti hanno fornito significativi apporti al rilancio del conflitto sociale e politico e al progressivo indebolimento del quadro politico esistente. Da tutti sono giunti contributi rilevanti alla discussione interna del nostro partito e all’elaborazione della sua linea (che a sua volta ha avuto importanti ricadute sull’ulteriore sviluppo dei movimenti). E tutti andavano pertanto riconosciuti nella loro specificità e valorizzati in una prospettiva di lotta comune contro le destre, contro la guerra e in difesa della Costituzione repubblicana e dei diritti del lavoro.
Il punto dunque non è cercare di ridurre ad una impossibile unità il variegato insieme dei movimenti. Si tratta piuttosto di sforzarsi di promuovere forme, luoghi e occasioni di cooperazione tra essi: la loro sinergia e reciproca interlocuzione, necessaria per l’elaborazione di piattaforme avanzate, ispirate effettivamente alla concretezza delle lotte.

La seconda annotazione concerne specificamente il partito: la sua funzione nel rapporto con i movimenti e i presupposti che esso implica. In che cosa consiste, concretamente, il “ruolo importantissimo” del partito nella costruzione dell’intellettuale collettivo? Bertinotti non vi si sofferma, ma questo è evidentemente un punto dirimente, anche per le sue ricadute sull’idea di partito a cui rinvia.
Torniamo un momento al tema della irriducibile molteplicità dei movimenti. Essa impone di prendere sul serio la diffidenza che i movimenti nutrono nei confronti delle mediazioni della rappresentanza e della delega. I movimenti sono soggetti informali, caratterizzati da un tasso minimo di definizione procedurale. La loro vitalità dipende in larga misura da questo connotato plastico, che presenta alcuni inconvenienti (a cominciare dall’assenza di regole formali per lo sviluppo della discussione interna), ma che non può essere sacrificato ad alcun vincolo istituzionale. Ciò significa che non ci sono depositari ufficiali delle finalità dei movimenti, né interpreti autentici della loro linea. Ci sono voci, irriducibilmente plurali. La leadership nei movimenti è un fatto contingente, che si rinnova di continuo, sotto il vincolo del persistente prestigio, della durevole visibilità, dell’efficacia dell’intervento politico. È in gioco un processo continuo di rinnovamento e di modificazione delle piattaforme e degli orientamenti.
Proprio qui si colloca un punto saliente del rapporto tra partito e movimenti: un punto che va focalizzato con cura, perché incrocia il tema classico (e spesso equivocato) della funzione egemonica del partito. Il quale si distingue dai movimenti per due ordini di ragioni (connessi entrambi al carattere di struttura organizzata proprio del partito).
Il partito è in primo luogo, appunto, una organizzazione, il che gli consente di costruire e rafforzare nel tempo il proprio radicamento territoriale e sociale, e di dispiegare un intervento costante, relativamente indipendente dall’andamento – per forza di cose intermittente – del conflitto. (Tra parentesi, il nesso tra radicamento e qualità dell’intervento politico dice di per sé quanto sia stata autolesionistica l’assunzione dell’ideologia del “partito leggero” che accompagnò lo smantellamento delle sezioni del Pci nelle fasi che precedettero la Bolognina.) È evidente che questo primo aspetto comporta un importante beneficio anche per i movimenti, nella misura in cui, sottraendoli alla ricorrente illusione dell’autosufficienza, fornisce loro un interlocutore stabile, attivo anche nelle fasi di remissione o di arretramento delle dinamiche conflittuali. Anche a questo riguardo l’esperienza del ’68, pur con le grandi differenze che la separano da quanto avviene oggi, appare ricca di insegnamenti, se è vero che la sconfitta dei movimenti derivò allora, in larga misura, dalla loro divaricazione dalla politica, dai partiti e dalla sfera delle dinamiche istituzionali (e internazionali).
In secondo luogo il partito è dotato, proprio in quanto organizzazione, di una struttura formale, costruita secondo tipologie sperimentate e in base ad accordi espliciti, verificabili e sottoposti a periodiche revisioni. Ciò produce importanti effetti sul modo in cui il partito promuove analisi e discussione al proprio interno. Nel partito le decisioni e l’elaborazione della linea sono (o dovrebbero essere) il risultato di una discussione collettiva regolata e protetta da norme, nella quale – proprio grazie a tale connotato istituzionale – la massa delle esperienze e delle prospettive via via elaborate da ciascuna componente (individuale o collettiva) può essere coinvolta e adeguatamente valorizzata. Il buon funzionamento delle procedure ha precisamente, tra gli altri, lo scopo di garantire le voci minoritarie (quelle che invece nei movimenti rischiano di venire sacrificate a beneficio degli orientamenti di volta in volta prevalenti).

Insomma, il partito è la sede di una discussione non sussultoria, che si concede (o dovrebbe concedersi) sedi formali, tempi distesi, forme partecipate. Tale circostanza permette di riconsiderare in modo non dogmatico né caricaturale la concezione classica del partito come soggetto egemonico e come luogo di elaborazione della coscienza di classe.
È ovvio che – mutati i contesti sociali, politico-storici e culturali – l’idea leniniana della funzione del partito come fonte della coscienza ha oggi bisogno di essere formulata in termini diversi. Un elemento (centrale nell’analisi di Lenin) resta tuttavia pienamente attuale. Proprio le sue caratteristiche strutturali – finalizzate a promuovere partecipazione e collaborazione di tutti i soggetti attivi nel conflitto al di là di ogni settorialità – fanno del partito il luogo della possibile sintesi unitaria delle diverse prospettive di analisi e delle molteplici esperienza di lotta. Quando Lenin polemizza con la prospettiva “sindacalistica” (economicistica), non si sogna, con ciò, di negare rilevanza alle istanze poste dal sindacato sulla base del conflitto operaio. Intende invece far valere l’esigenza di inserire queste istanze (insieme alle altre, a loro volta derivanti dagli altri fronti dello scontro di classe) in un quadro più ampio, propriamente politico, nel quale la lotta contro il capitale mette a tema – sullo sfondo di un progetto definito di società – le questioni del blocco storico (delle alleanze), del potere e del modo di produzione.
L’affermazione leniniana (e poi gramsciana) del primato della politica si comprende sullo sfondo di queste premesse, e – a meno di non volere porre la questione in modo ideologico – consente di mettere a fuoco un tema ancora attuale, e cioè la necessità – per tutti i movimenti e in particolare per quelli di più recente formazione – di superare la forbice tra la dimensione generale ma astratta dei principi e quella concreta ma localistica degli obiettivi. Forbice che si traduce, in definitiva, nella difficoltà di ottenere risultati, incidendo effettivamente sugli orientamenti e sulle scelte delle forze politiche.

Anche questo carattere (questa organicità e capacità inclusiva del partito) comporta, in linea di principio, una importante opportunità per i movimenti (soprattutto per quelli di oggi, assai riluttanti all’organizzazione), sempreché si sviluppi tra loro e il partito quella sinergia di cui si diceva. In quanto ambito di una discussione vasta e partecipata, il partito può offrire ai movimenti occasioni di decantazione della loro esperienza: di consolidamento e di valorizzazione dei risultati delle lotte. In questo senso la collaborazione tra movimenti e partito promette vantaggi reciproci, dove gli uni – in quanto agili sonde gettate nel corpo della società – godono dei benefici dell’informalità (in termini di vitalità, di attitudine alla sperimentazione e anche di propensione al rischio), l’altro partecipa invece delle prerogative della continuità nell’elaborazione e nell’iniziativa, e della regolarità del dibattito e delle procedure decisionali.
Naturalmente tutto ciò implica un presupposto che oggi – in tempi di personalizzazione delle leadership e di ritorno a logiche carismatiche nella direzione politica – assume davvero un’importanza cruciale. È (o dovrebbe essere) evidente che il contributo che il partito può e deve dare alla costruzione dell’“intellettuale collettivo” presuppone che il partito sia esso stesso (esso per primo) una comunità democratica, nella quale la partecipazione, lo spirito unitario e la ricerca della sintesi siano precetti effettivamente praticati. In assenza di ciò, non solo tutto questo castello cadrebbe, ma sarebbe anche inevitabile il riproporsi di quelle diffidenze e incomprensioni reciproche (tra partito e movimenti) che hanno prodotto, nel corso del tempo, guasti importanti e talvolta pregiudizievoli allo sviluppo delle lotte di massa.
A questo punto, il discorso dovrebbe coinvolgere un altro ordine di questioni, connesso all’attuale crisi dei partiti: crisi culturale e politica (che mette in sofferenza la loro funzione di produttori di democrazia e di elaboratori di nuovi ceti dirigenti) e crisi democratica (che si riassume in una preoccupante degenerazione leaderistica delle organizzazioni). Ci sarà, in un’altra occasione, modo di approfondire questi altri temi, indubbiamente cruciali. Tornando per il momento al nostro problema, possiamo forse concludere queste rapide note dicendo che spesso su tutta la questione del rapporto tra partito e movimenti si sono lasciate fiorire inutili (e forse strumentali) contese. Partito e movimenti non sono, a ben guardare, che diverse anime – diverse espressioni e incarnazioni – di un’unica complessa soggettività, sempre in formazione. L’uno e gli altri vivono dentro il conflitto, lo leggono e contribuiscono, a loro volta, a costruirlo. Non c’è primato dell’uno o degli altri: c’è piuttosto (o dovrebbe esserci) una divisione dei compiti e una sinergia in vista di un fine comune: intercettare e valorizzare tutte le concrete possibilità di una dinamica sociale progressiva.