Pannella propone una campagna di boicottaggio contro il Vietnam

Il 21 settembre u.s. i radicali di Pannella hanno indetto iniziative in varie città contro il governo del Vietnam. Anche a Milano la protesta radicale si è svolta davanti alla sede dell’Associazione di amicizia Italia-Vietnam, alla quale hanno partecipato 11 (undici) persone. Il fatto sarebbe in sé insignificante, se non fosse che Rifondazione, anzichè dissociarsi apertamente ha accettato di interloquire. Leggiamo su Liberazione del 6/9/02 il seguente passaggio di un dibattito svoltosi a Radio Radicale: “Che cosa pensa Bertinotti della manifestazione indetta dai radicali per il 21 settembre contro il governo del Vietnam? “Un governo, dice l’intervistatore, che, al pari della Cina, sta tentando di coniugare comunismo e logica del mercato? Così risponde il segretario del Prc: “Coniugare comunismo e mercato è impossibile per la contraddizione che non lo consente (…) Non siamo certo indisponibili, quindi, alla critica di questi percorsi e di questi modelli di sviluppo”.
Benchè limitata, questa apertura di credito all’iniziativa antivietnamita dei radicali, in nome di un “comunismo” distillato e non inquinato dal mercato, non convince, e merita qualche riflessione sulla complessità dei passaggi connessi alla lunga marcia per il superamento del capitalismo. Ho molti dubbi che questa riflessione possa essere fatta insieme con Pannella. Se non erro, l’iniziativa antivietnamita dei radicali non si propone di eliminare il mercato, bensì il comunismo. E punta il dito contro l’ordinamento politico-statale di quel Paese, definendolo, in quanto “comunista”, violatore delle libertà e dei diritti umani, nonché feroce oppressore delle minoranze etniche e religiose. Mi preoccupa che il j’accuse dell’appello radicale riecheggi gli ammonimenti di Washington che, nel 1964, precedettero la provocazione del Golfo del Tonchino e l’aggressione imperialista costata al Vietnam tre milioni di morti. Va da sé che lo scopo apparentemente nobile degli squinternati e disinformati radicali potrebbe alla fine convergere con la folle politica della leadership americana di oggi, secondo cui gli Stati che non si adeguano allo schema dell’ordine mondiale imperialista possono finire sulla lista nera degli Stati canaglia, da isolare ed annientare anche con l’uso delle armi atomiche. Non va inoltre dimenticato che il Pentagono e la Casa Bianca hanno sempre un conto aperto con il Vietnam, unico Paese del Terzo Mondo che abbia osato sfidare e vincere la loro soverchiante potenza militare.
Già questo richiederebbe una maggiore cautela da parte nostra, per evitare di apparire, su una questione di tale rilevanza, in sintonia con la versione del Libro Nero che colloca il comunismo, in tutte le sue possibili varianti,Vietnam incluso, al vertice della criminalità di tutti i tempi.
Siccome da 35 anni sono un assiduo frequentatore, oltre che un estimatore, di quel Paese, del suo popolo, della sua cultura millenaria e del Partito che lo ha guidato nelle sue epiche lotte, mi sono trovato improvvisamente spiazzato e posto di fronte ad un dilemma imbarazzante: quale destinazione dare alla mia idea di comunismo, alla cui formazione, oltre ai 50 anni di milizia nel PCI, ha concorso in modo determinante la straordinaria storia di questo Paese che ha compiuto il miracolo di sconvolgere l’assetto bipolare del mondo ed ha spianato la via ai movimenti di liberazione antimperialisti. Che fare? devo buttare tutto nel cassonetto e schierarmi con Pannella e la Bonino? C’è qualcuno che mi può suggerire qualche idea di socialismo alternativo da proporre ai compagni vietnamiti senza farmi seppellire da risate assassine? Siccome all’epoca di Van Thieu e dell’occupazione americana la democrazia e la libertà erano garantite, nel sud del Paese, dall’esistenza di 23 partiti (eccetto i comunisti), ben protetti dai Berretti Verdi, dalla CIA e dai B-52, devo arguire che, secondo Pannella, la vera tragedia per il Vietnam sia iniziata dopo il 30 aprile 1975 con la vittoria dei comunisti e del partito unico. Penso che non sarà facile dare risposte convincenti a compagni che l’idea di comunismo e socialismo se la sono costruita in 30 anni di feroce guerra antimperialista e 18 di resistenza ad un embargo micidiale, che li ha costretti a ben altri “digiuni” di quelli del nostro ineffabile Marco. Ma lasciamo pure in pace l’eclettico Pannella e i suoi “diritti umani”, e cerchiamo invece d’intenderci sul significato da dare alla non coniugabilità tra comunismo e mercato. Questione non banale, da cui dipende in larga misura il taglio da dare alla politica internazionale del PRC.
In un contesto di pura riflessione teorica, non avrei alcuna difficoltà a dichiararmi totalmente d’accordo sulla contraddizione dei due termini. Ma qui stiamo parlando d’altro.
L’uso e l’abuso del termine comunismo, a volte come aggettivo, altre come sostantivo, ha finito per creare molti equivoci nella sinistra e gratuite interpretazioni sul significato vero da attribuire al termine, fino a stravolgere le intuizioni ed i contenuti propostici da Marx. Non mi risulta che ci sia un solo Paese al mondo in cui il sistema possa definirsi comunista (nel senso indicato da Marx, non da Berlusconi). Il Vietnam e la Cina non fanno eccezione.
Dunque, l’impianto critico contro il preteso connubio comunismo-mercato, foriero di disastri, non regge, per la palese mancanza di uno dei due soggetti. È più corretto dire che questi Paesi hanno iniziato, correggendo errori precedenti, la lunga marcia per il superamento del capitalismo – la transizione –, a partire da una rottura politica con un sistema economico di sottosviluppo precapitalistico (ereditato da un secolo di dominio coloniale), senza l’illusoria pretesa di colmare la distanza saltando la fase intermedia (quella del mercato), e tentando di limitare al minimo i danni insiti nella collaborazione forzata con la borghesia compradora (sfruttamento selvaggio, disoccupazione, squilibri sociali, ecc.). Ma credo che a nessuno sfuggano i sorprendenti passi in avanti compiuti in questi anni di economia mista. Nel Paese di cui stiamo parlando, il Vietnam, il termine comunista è per il momento, e chissà per quanto tempo ancora, circoscritto, come aggettivo, al nome ed alle aspirazioni ideali del Partito al potere, e non alla società intera. Non a caso Ho-Chi-Min, proclamando l’indipendenza il 2 settembre 1945, si appellò ai diritti espressi non dalla Costituzione sovietica ma dal primo paragrafo della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Ma la forza e la longevità di quel Partito consiste, appunto, nell’avere ben assimilata la lezione di Marx e Lenin sul carattere processuale e sui tempi storici necessari per gestire il passaggio dal capitalismo al socialismo (prima ancora che al comunismo); e nell’aver capito che vincere una guerra di liberazione nazionale non coincide automaticamente con l’avvento del comunismo: in parole povere, il rapporto dialettico tra “utopia e stato di necessità” non può essere eluso nella lotta per il socialismo e, ancor più, per il comunismo. Il percorso richiede, più spesso di quanto si immaginasse agli albori del movimento operaio, di saper compiere, quando necessario, “un passo avanti e due indietro”. Quando e dove si sono improvvisate scorciatoie o precipitose fughe in avanti, le sconfitte sono puntualmente arrivate. “Semplicismo e volontarismo, – scrivono Burgio e Cavallaro accompagnandoci nella lettura del Discorso sul libero scambio di Marx – estremismo verbale e predicazione utopica del ‘salto immediato’ dalla società capitalistica al mutualismo e all’autogoverno di ‘zone franche sociali’, sono gli ingredienti fondamentali del ‘radicalismo moderato’ di Proudhon”, che Marx critica a fondo.
Errori di settarismo erano comprensibili all’epoca dell’estremismo infantile e giustificabili nella fase iniziale della prima rivoluzione contro il capitale, piena d’incognite sul futuro, priva di soluzioni socialiste preconfezionate e, quel che è peggio, stretta nella morsa di uno stato di assedio politico e militare permanente. Il che non ha impedito che la sua forza propulsiva ispirasse le grandi battaglie ideali e politiche del movimento operaio e i movimenti di liberazione antimperialisti del Novecento.
Oggi, dopo la sconfitta e gli sconvolgimenti degli anni ‘90, i rapporti di forza tra imperialismo e socialismo sono cambiati. Le dimensioni planetarie della sfida richiedono aperture politiche ed economiche, anziché chiusure autarchiche, ed un calcolo continuo ed accurato, non velleitario, delle casematte che in una situazione nuova è possibile espugnare o semplicemente difendere. Il ragionamento è rozzo, ma credo sia difficile sfuggire ai complessi problemi posti dalla globalizzazione imperialista. C’è un altro modo di essere leninisti e gramsciani all’alba del nuovo secolo?
In tema di transizione, il Vietnam non fa eccezione. Definirlo fin da ora un Paese comunista è un’infantile stupidità. Le dissertazioni sulla pretesa incompatibilità della coppia comunismo-mercato diventano chiacchiere fondate sul nulla. Il Vietnam è un Paese che cerca di far fronte al meglio ai rischi, non aggirabili, connessi all’integrazione economica internazionale, dando risposte rapide e concrete alle enormi aspettative di un popolo costretto dai suoi nemici a vivere troppo a lungo in drammatica povertà. Al primo posto dei suoi “diritti umani” c’è dunque lo sviluppo economico accelerato per provvedere a 80 milioni di vietnamiti la sicurezza alimentare, il lavoro garantito per tutti, la sicurezza sociale, l’istruzione e l’accesso alle conquiste scientifiche. Ma la volontà da sola non basta. Occorrono moderni impianti industriali, progresso tecnologico ed ingenti investimenti di capitali, e ciò richiede l’apertura al mondo esterno, non l’arroccamento. È una sfida che costringe il Vietnam a misurarsi con le potenti strutture economiche e politiche neoliberiste del nuovo ordine mondiale. Nessuno si fa illusioni ad Hanoi sugli scopi, certo non filantropici, delle nultinazionali, del FMI, del WTO e della BM che investono nel Paese: erano e rimangono istituzioni di classe storicamente nemiche del progresso e del socialismo. Tuttavia la transizione impone di cedere spazi economici in cambio del tempo necessario a consolidare ed estendere gli elementi di socialismo presenti nelle sue strutture politiche, sociali ed economiche.È una scelta obbligata, peraltro non nuova, già messa in conto, 80 anni prima, da V.I. Lenin in una lettera inviata ai comunisti del Caucaso, ai quali suggeriva “come mantenere e sviluppare il potere dei Soviet come transizione verso il socialismo (…)” nonché come “utilizzare economicamente, in tutti i modi, intensamente e rapidamente, l’Occidente capitalista, con una politica di concessioni e di scambi commerciali con esso”(Lenin, Opere scelte, pagg. 675-6), non per restituire il potere alla borghesia, ma per migliorare il più presto possibile le condizioni di operai e contadini che, in fin dei conti, la rivoluzione l’avevano fatta proprio per questo. Del resto chi meglio dei comunisti vietnamiti può raccontarci i prezzi tremendi pagati da una lettura settaria e dogmatica della contraddizione tra comunismo e mercato? Il Vietnam (e la Cambogia) sono stati dissanguati dalla disputa accesa dalle deliranti farneticazioni di Pol-Pot, secondo il quale il comunismo avrebbe dovuto recidere qualsiasi legame con le strutture e le persone inquinate dall’ideologia mercantile. Sappiamo purtroppo come è finita.

Il Vietnam e noi

La globalizzazione imperialista si presenta ovunque con la stessa tendenza invasiva, violenta, dominatrice, guerrafondaia, distruttiva. Resisterle è la principale delle priorità, a Roma come ad Hanoi. La salvezza non consiste nel rincorrere modelli obsoleti o utopie fantasiose: laggiù questa resistenza si chiama oggi transizione, non piano quinquennale, mentre quaggiù, in questa parte del mondo, si chiama alternativa di sinistra.
Benissimo. C’è qualche ragione per considerare incompatibili le due strade? Non conviene rispettare le diversità ed accettare le priorità scelte dai comunisti di ciascun paese?
Nessuno è titolare di ricette infallibili. Nessuno dispone di un kit di montaggio di una società nuovissima, pulitissima, democratica, pluralista, socialista, garantita “chiavi in mano”. L’unica cosa certa è che, contro il dilagare di questa dittatura imperialista globalizzata, il Vietnam ha fatto e farà la sua parte, come noi, spero, faremo la nostra.