Palestina: nessuna pace senza giustizia

Tra il 9 e il 10 giugno, due episodi diversi tra loro hanno contribuito a chiarire che il percorso della Road Map è qualcosa di enormemente diverso da un serio negoziato israelo-palestinese.
a) La doppia gaffe di Berlusconi in Israele, con cui ha prima scelto di non incontrare il presidente palestinese Arafat e poi ha negato che in agenda fosse previsto un incontro anche con Abu Mazen, confermano che la Road Map non è affatto un processo negoziale con due interlocutori (israeliani e palestinesi) dei quali le varie diplomazie devono tenere conto. Alcuni hanno parlato di questa scelta italiana come di “un’ombra”, altri l’hanno definita una svolta.
b) Il tentato omicidio “mirato” delle forze armate israeliane contro il portavoce di Hamas, Abdelaziz Rantisi, ha rivelato la doppiezza delle autorità israeliane. Parlano di negoziato e continuano a uccidere i leader palestinesi.
In questi due giorni di giugno la mistificazione della Road Map è stata, se non seppellita, compromessa seriamente.
Il Medio Oriente è nuovamente investito da quella strategia politica che gli americani definiscono stop and go. Per almeno due anni gli USA sono stati fermi, zitti e complici, mentre il governo Sharon/Peres scatenava l’escalation tesa a smantellare l’ANP e la seconda Intifada. Poi si sono “mossi” secondo uno scenario consueto: l’intervento militare e l’occupazione dell’Iraq e l’avvio di un negoziato israelo-palestinese. L’obiettivo è quello di ridefinire la mappa geopolitica dell’intero Medio Oriente e la geografia mondiale del petrolio in funzione della supremazia strategica degli Stati Uniti, dichiarata nel Progetto per un Nuovo Secolo Americano (PNAC).
Ed è proprio uno dei contributori al PNAC – Elliott Abrams, uno dei “likudzik dell’amministrazione USA – ad aver elaborato la Road Map.
Eppure dando un’occhiata superficiale al percorso della Road Map si può anche ricavare l’impressione di avere tra le mani un documento più avanzato degli accordi di Oslo.
Nel testo della Road Map viene dichiarata ufficialmente la legittimità di uno Stato Palestinese indipendente da costituire entro il 2005; i problemi della sicurezza – per la prima volta – non riguardano solo quella israeliana; vengono coinvolti nella gestione del percorso anche ONU, Unione Europea e Russia (ossia quanto di più simile ai soggetti di quella conferenza internazionale invocata da anni dall’OLP come garanzia del processo negoziale).
Affiancando però alla Road Map le quattrodici osservazioni avanzate dal governo israeliano, si scopre che almeno sei di queste osservazioni sono una vera e propria “lapide” sul percorso negoziale. Israele ritiene infatti non negoziabili questioni come il controllo di confini, sovranità, spazio aereo ed elettromagnetico dello Stato palestinese; il diritto al ritorno dei profughi; i negoziati con Siria e Libano; il coinvolgimento dell’Unione Europea, della Russia e dell’ONU; lo smantellamento delle colonie a Gaza e in Cisgiordania.
Sul piano formale e su pressione statunitense, il governo israeliano ha accettato la Road Map, ha iniziato ad Aqaba i colloqui con Abu Mazen ed ha smantellato degli insediamenti coloniali abusivi e disabitati (tranne uno abitato da pochissime famiglie di coloni). In compenso ha ufficializzato la sua interlocuzione esclusiva con Abu Mazen tagliando fuori Arafat (seguita supinamente in questo da Berlusconi nel suo recente viaggio in Medio Oriente).
Secondo il parlamentare arabo-israeliano Mohammed Barakeh, Sharon ha accettato di recitare questa pantomima negoziale per tre motivi.
1) Salvaguardare la relazione strategica con gli USA.
2) Alleggerire le pressioni internazionali (tra cui il boicottaggio) contro la politica dei governi israeliani.
3) Incassare i dieci miliardi di dollari promessi dagli USA a fronte di una pesantissima crisi economica e sociale interna.
“In questo modo”, sostiene Barakeh “lo Stato palestinese, previsto nel 2005, diventa nient’altro che una lontana illusione, lanciata periodicamente dall’amministrazione USA per assorbire la rabbia e l’ira delle piazze arabe contro l’amministrazione americana”.1
Una posizione analoga è quella espressa dalle organizzazioni della resistenza palestinese: dal FPLP al FDLP, da Hamas alla Jihad, sia esprimendo posizioni politiche pubbliche sia attraverso il rifiuto delle organizzazioni armate (incluse le brigate Al Aqsa, vicine ad Al Fatah) ad accettare un negoziato fondato su una illusione. Lo stesso Arafat ha usato parole durissime contro gli impegni emersi nel vertice a tre di Aqaba. Una posizione molto dura contro la Road Map e il vertice di Aqaba è stata espressa anche dalla Siria, che non ha mancato di sottolineare l’assenza dell’Unione Europea dal tavolo dei negoziati. Una posizione questa che ha marcato ancora una volta la competizione tra USA e Europa nella regione mediorientale.
In tale contesto, la Road Map é una strada che non sembra poter portare troppo lontano.
Contrariamente all’ANP che chiede l’applicazione tout court della Road Map, appaiono ancora troppi e pesanti i punti non negoziabili posti da Israele sul suo percorso.

I punti non negoziabili: una ossessione israeliana

Nel marzo del 1982, poco prima che i carri armati e gli aerei israeliani invadessero il Libano, l’ambasciata israeliana in Italia inviò ai nostri parlamentari “un documento che riassumeva il punto di vista di Israele sui problemi politici e di sicurezza nel conflitto arabo-israeliano”. Il documento era il testo della conferenza tenuta a Londra dall’ambasciatore Shlomo Argov. Il suo ferimento in un attentato fu il pretesto per scatenare l’operazione “Pace in Galilea” e l’invasione del Libano. Nella sua conferenza Argo, sosteneva che “l’ossessione di Israele per la difesa sarà permanente e incancellabile”, parlava di “decisione ad ottenere nuove linee di confine che diano più sicurezza di quelle vecchie del 1967” e assicurava che “lo spettacolo di un totale ritiro, come quello dalla penisola del Sinai (a seguito degli accordi di Camp David, NdR) non sarà ripetuto altrove”2.
Questi tre concetti strategici e quasi teologici – sicurezza, nuovi confini, nessun ritiro – sembrano essere, venti anni dopo, il progetto su cui il governo israeliano punta tuttora per dare la “sua” soluzione al conflitto israelo-palestinese.
È chiaro che sulla base della indivisibilità di questi tre concetti nessun serio negoziato di pace diventa possibile.
Il fallimento degli accordi di pace di Oslo è stato reso inevitabile dalla colonizzazione realizzata con la “massa critica” rappresentata dagli 800.000 coloni arrivati dalla Russia, fatto questo che ha portato al boom degli insediamenti coloniali sui territori palestinesi e ha via via costretto questi ultimi ad una difesa disperata della propria terra, delle fonti d’acqua, della possibilità stessa di sopravvivenza.
Il processo di colonizzazione di nuove aree intendeva mettere il mondo davanti al fatto compiuto: quasi un milione di persone che prendono possesso di terre, acqua, campi non è un processo facilmente reversibile senza rischiare un forte conflitto sociale interno alla società israeliana.3 Gli accordi di Wye Plantation e Camp David sono saltati perchè i palestinesi – anche nella loro versione più “pragmatica” ossia l’ANP – non potevano accettare la politica del fatto compiuto e continuare a frustrare le aspirazioni della propria popolazione ad un vero Stato Palestinese indipendente.

La seconda Intifada: tra libanizzazione e battaglia d’Algeri

Il ritiro israeliano dal Libano meridionale, dopo quasi diciotto anni di occupazione, metteva però in risalto che una costante iniziativa guerrigliera della resistenza libanese e palestinese (che è costata centinaia di morti alle forze armate israeliane) aveva provocato un costo umano, materiale e politico non sopportabile all’infinito per una società come quella israeliana in cui convivono sia la cultura “occidentale” sia l’oscurantismo confessionale, una convivenza difficile e conflittuale.
La seconda Intifada e la sua graduale trasformazione in guerra di liberazione (dalle lotte di strada con i sassi alle iniziative di guerriglia vere e proprie), contavano probabilmente su questa “libanizzazione del conflitto” e sull’effetto di “logoramento” per costringere i governi israeliani a prendere in esame l’opzione del “ritiro degli insediamenti coloniali” dai territori palestinesi e dell’accettazione reale e non virtuale della tesi dei “due popoli, due stati”.
In questo sta il passaggio qualitativo dall’Intifada alla guerra di liberazione che ha lasciato intravedere uno scenario più simile alla “Battaglia di Algeri” contro l’occupazione coloniale francese negli anni ‘60 che alla prima “Intifada delle pietre” della fine degli anni ‘80. In Algeria, la lotta era diretta non solo contro le forze militari francesi ma anche contro la presenza civile di tipo coloniale (i pied noirs). Le une e l’altra dovettero alla fine abbandonare il suolo algerino sotto l’incalzare dell’insurrezione popolare.
È doveroso sottolineare come nella resistenza palestinese esista una discussione molto aspra sulla opportunità di colpire obiettivi israeliani non solo nei territori occupati (colonie o militari) ma anche nelle città e nelle retrovie metropolitane di Israele. La sinistra palestinese (FDLP, FPLP, sinistra di Al Fatah) ad esempio, ritiene preferibili gli obiettivi nei territori occupati per incentivare il ritiro dei coloni all’interno dei confini israeliani, e ritiene dunque sbagliati gli attentati nel territorio israeliano perchè se anche dentro di questi avvengono attentati, verrebbe meno la “sicurezza” di una alternativa, e dunque i coloni resterebbero nei territori occupati perchè “pericolo per pericolo” tanto vale rimanere dove sono4.
Al contrario, le vecchie e nuove organizzazioni emerse nella nuova Intifada (brigate al Aqsa, Al Quds e Ezzedin Al Qassam, la prima derivazione di Al Fatah, le seconde di Jihad e Hamas) ritengono di dover continuare la strategia degli attentati (suicidi o meno) anche sul territorio israeliano.

Gli attentati-suicidi contro Israele. C’è un nesso causa effetto?
anno
numero di abitanti

1994
4

1995
3

1996
4

1997
3

1998
1

1999
nessuno

Nel settembre del Duemila, avviene “la passeggiata” di Sharon alla spianata delle moschee a Gerusalemme ed inizia la “Seconda Intifada”

anno
numero di abitanti

2000
4

2001
42*

2002
n.d.

* dei 42 attentati del 2001, ben 41 sono avvenuti dopo l’elezione di Sharon a Primo Ministro

Una contabilità piuttosto dolorosa ma obiettiva come quella indicata nella tabella rivela piuttosto chiaramente come gli attentati suicidi fossero andati scemando nel corso degli anni ‘90, fino ad arrivare al 1999 ed ai primi nove mesi del 2000 senza alcun attentato contro Israele. Ciò significa che in qualche modo i negoziati di Oslo e la prospettiva di un accordo duraturo che portasse ad uno Stato palestinese indipendente, avessero depotenziato la strategia degli attentati. È altrettanto evidente come dopo la provocazione di Sharon alla spianata delle moschee e l’escalation della repressione israeliana, il numero di attentati sia schizzato nuovamente verso l’alto.
Il nesso tra causa ed effetto emerge così in tutta la sua evidenza.
Inoltre, in un documento reso noto da Edward Luttwak nell’autunno del 2001 (ad un anno dall’inizio della seconda Intifada) le autorità di Tel Aviv si dicevano convinte di poter gestire la repressione della rivolta palestinese con un bassissimo costo umano da parte israeliana. Ma le cose, come noto, sono andate diversamente.5
Da quanto riportano le corrispondenze di molti inviati, il clima di insicurezza all’interno degli insediamenti coloniali e nel cuore stesso dello Stato di Israele, sta producendo danni rilevanti all’economia ed alla coesione della società israeliana. L’opzione della guerra totale rappresentata da Sharon, avrebbe voluto evitare tutto questo. Il suo obiettivo era, al contrario, quello di condurre una repressione rapida e definitiva, espellere quanti più palestinesi possibili dai territori contesi e ridurre i rimanenti alla condizione dei bantustan sudafricani.
Per realizzare ciò, il governo israeliano non può fare a meno del sostegno degli Stati Uniti e della complice neutralità (e indulgenza) dei paesi europei. L’attivizzazione sistematica delle lobbies filo-israeliane in tutti i paesi che contano, è diventata una sorta di mobilitazione generale alla quale nessun “ebreo” deve sottrarsi, anche a costo di esagerazioni e fughe in avanti come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi due anni.
Risiede in questo il tentativo di dipingere il conflitto coloniale israelo-palestinese come un conflitto di civiltà, con Israele intesa come bastione “democratico” del modello occidentale (con tutti i suoi difetti ma ritenuto comunque il “miglior modello possibile”in quella regione) contro il terrorismo e la barbarie arabo-islamica che minaccia tale modello.
La campagna “islamofobica” e antiaraba che si è andata scatenando negli USA e in Europa dopo gli attentati contro le Torri gemelle di New York coincide esattamente – forse troppo esattamente – con quella orchestrata sulla difesa del bastione israeliano in Medio Oriente.

Le nuove guerre contro i “rogues states”

È stato con un tempismo perfetto che gli Stati Uniti ed Israele, appena terminata l’invasione angloamericana dell’Iraq, hanno indicato i prossimi “target” della loro escalation in Medio Oriente: Siria ed Iran.
L’Iran pare destinato ad essere il prossimo obiettivo dell’escalation statunitense. Ma lo zampino israeliano in questa definizione non è irrilevante. L’Iran sostiene apertamente gli Hezbollah libanesi ed Hamas, che rappresentano un punto di riferimento per molti e una spina nel fianco nella ossessione della sicurezza israeliana.
La Siria poi era da tempo nel mirino di Tel Aviv e Washington. Per Israele il problema riguarda il contenzioso sulle alture del Golan, che le autorità israeliane vorrebbero annettere per assicurarsi una postazione strategica ed un bacino idrico di primaria importanza. Per gli Stati Uniti la posta in gioco è direttamente connessa ad obiettivi geopolitici e al controllo sulla geografia del petrolio.
Già nel gennaio del 2001, infatti, il quotidiano statunitense Los Angeles Times riportava con grande preoccupazione il fatto che la Siria, in barba all’embargo, aveva riaperto l’oleodotto proveniente dall’Iraq, chiuso nel lontano 1982. “Questo oleodotto clandestino”, scriveva il quotidiano statunitense, “frutta due milioni di dollari al giorno al regime di Saddam Hussein”.
Ma le relazioni tra Iraq e Siria nel frattempo erano andate assai più avanti della singola questione dell’oleodotto. I due governi avevano discusso di accordi commerciali tesi ad arrivare un mercato comune, avevano discusso del problema strategico delle risorse idriche (sui quali entrambi i paesi hanno un gravissimo e rischioso contenzioso con la Turchia per le acque del Tigri e dell’Eufrate), ma avevano discusso anche di ripresa della cooperazione militare in funzione anti-israeliana. Un accordo strategico tra Siria e Iraq (che il Dipartimento di Stato e il Pentagono fanno rientrare tra i rogues states, gli “Stati-canaglia”) non poteva non coinvolgere la Giordania, costringendola o ad un cambio di potere o ad un cambiamento di rotta.
Le autorità israeliane e statunitensi avevano cominciato a guardare con estrema preoccupazione a questo risveglio dei rapporti tra due importanti paesi arabi, che per anni hanno animato “il Fronte del Rifiuto” verso gli accordi di pace con Israele.
La rinascita di un asse Bagdad-Damasco ed un possibile cambiamento di rotta della Giordania avrebbero inoltre offerto alla resistenza palestinese una retrovia finanziaria e organizzativa ed una sponda politico-militare estremamente importante.

Palestina e Israele: una simmetria impossibile

L’occupazione militare dell’Iraq e le minacce di aggressione contro Iran e Siria hanno impresso quella che Sandro Viola definisce “scossa violenta al quadro mediorientale che Stati Uniti e Israele vogliono imporre nel quadro della guerra preventiva”6.
In tale contesto, abbassare la guardia nella mobilitazione in solidarietà con i diritti del popolo palestinese sarebbe un errore gravissimo, come lo è l’accettazione di una simmetria impossibile che riduce la contraddizione tra occupazione coloniale e diritto alla resistenza a “conflitto israelo-palestinese”. Con Berlusconi a presidente semestrale dell’Unione Europea, diventa necessario alzare il tiro dell’iniziativa, per esempio rilanciando la campagna per la sospensione del Trattato di associazione commerciale tra Israele e UE anche nella forma del boicottaggio popolare dell’economia di guerra israeliana. I palestinesi hanno davanti altri mesi durissimi, ma il discorso riguarda ormai anche noi e il popolo della pace sceso in piazza massicciamente contro la guerra preventiva.

Note

1 Mohammed Barakeh, “La Road Map: l’illusione”, in La Rinascita del 6 giugno

2 Vedi la prefazione di Sergio Giulianati, per molti anni responsabile esteri della CGIL, al libro Israele senza confini, edizioni Sapere 2000, 1984. curato da Antonio Moscato, Sergio Giulianati e dal Comitato Palestina della Fondazione Internazionale Lelio Basso

3 Èinteressante a questo proposito, l’articolo di Christian Chesnot comparso su Le Monde Diplomatique del febbraio 2000. Secondo Chesnot, alla base del fallimento degli accordi c’era la questione dell’acqua e della distribuzione delle risorse idriche nella regione. Se si fosse data attuazione ai capitoli degli accordi relativi all’acqua, Israele si sarebbe vista costretta a recedere dalle posizioni di controllo detenute. A fronte dell’escalation di nuove colonie, questo avrebbe provocato un collasso del modello coloniale israeliano.

4 Su questo punto vedi l’intervista a Nayef Hawatmeh del FDLP sul manifesto del 5 febbraio, in cui afferma chiaramente: “Dall’inizio della resistenza armata palestinese abbiamo chiesto subito, non solo ad Hamas e alla Jihad islamica, ma a tutti i partiti e forze politiche, di fermare ogni forma di lotta armata contro i civili in Israele”.
Conferma di questa impostazione è venuta anche dai colloqui con i leader delle organizzazioni della sinistra palestinese effettuati durante una delegazione a Damasco.

5 “Le strategie israeliane. Così la prossima guerra non costerà troppe vite”. Il documento israeliano è stato illustrato e commentato da Edward Luttwak su Panorama del 9 agosto 2001. Per i dati sugli attentati suicidi in Israele tra il 1990 e il 2001 vedi invece la scheda sul sito www.Forumpalestina.org/ Medio Oriente, che riprende dati ufficiali forniti alla stampa

6 Sandro Viola “Lettera ad un amico della Palestina”, in La Repubblica del 25 febbraio.