Palestina: crolla una struttura di potere al servizio degli occupanti

*Docente di Lingue e Letterature Straniere Università di Cagliari

In un articolo apparso subito dopo la vittoria di Hamas alle elezioni della cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese (Anp) scrivevo: “Nel sistema d’occupazione il ruolo di Fatah non viene meno con la vittoria elettorale di Hamas. Fatah continua ad avere un ruolo egemone nei territori occupati. I rischi di una guerra fratricida sono aumentati. I dirigenti israeliani fanno di tutto per arrivare a questo risultato. A questo proposito va ricordato che, dopo la vittoria di Hamas alle elezioni amministrative, l’Anp ha subito forti pressioni americane e israeliane per non rimandare la data delle elezioni legislative. Va anche ricordato che alle elezioni per la presidenza dell’Anp dopo la morte di Arafat, i seggi erano rimasti aperti per due ore supplementari, oltre l’orario previsto, esclusivamente per gli uomini dei sevizi segreti e della polizia di Fatah-Anp, formalmente per permetere loro di votare. Come mai non si è resa necessaria una simile proroga questa volta? A elezioni concluse, con a capo dell’Autorità l’uomo forte di Fatah, un eventuale “governo” di Hamas potrà controllare le formazioni paramilitari dell’Anp stessa, cioè la polizia e i numerosi servizi segreti, composti esclusivamente da uomini delle varie fazioni di Fatah? Ci sono abbastanza elementi per pensare che le potenze che sostengono attivamente la politica israeliana, in primo luogo gli Stati Uniti, incoraggeranno Fatah a prendere iniziative contro il “fondamentalismo” e il “terrorismo”, per dimostrare l’esistenza di forze “laiche” nella società palestinese e farle emergere. Il timore che diversi settori dell’organizzazione palestinese si sentano autorizzati ad agire usando le tecniche già sperimentate con successo in Algeria, è un timore alquanto realistico”. (Politica do – mani, febbraio 2006). Purtroppo al risultato tanto temuto e largamente previsto di uno scontro armato tra Hamas e Fatah si è arrivati. Non è per pigrizia mentale che qui ripropongo le stesse riflessioni, ma perché lo scenario di oggi è semplicemente quello prefigurato allora, e già descritto da molti autori palestinesi fin dal 1993. Lo scontro tra le due fazioni è un motivo in più per spingere i palestinesi alla disperazione. Una disperazione che non nasce dalla consapevolezza, che viene verificata ogni giorno sul terreno, della volontà dell’establishment israeliano di privare totalmente i palestinesi della loro patria storica, di spostarli, disperderli e, se è necessario, di sterminarli, ma nasce dal senso di solitudine, di abbandono, in cui sono stati lasciati, a partire dalla prima guerra mondiale, da quando cioè è incominciata l’occupazione della loro terra con l’impianto dei coloni, l’espulsione e la distruzione della società palestinese. Oggi questo senso di solitudine è più netto: i palestinesi si sentono abbandonati anche da se stessi. Gli scontri tra le due fazioni, Fatah- Anp e Hamas, ha fatto perdere a quest’ultima una credibilità che sembrava aver conquistato con la schiacciante vittoria elettorale dell’anno scorso. L’errore di Hamas non risiede nell’aver accettato le provocazioni delle milizie collaborazioniste di Fatah, ma sta a monte. Il fatto di aver partecipato alle elezioni svolte sotto il regime degli accordi di Oslo, stipulati tra Fatah e la potenza occupante, ha semplicemente significato l’accettazione dei limiti imposti da tali accordi all’azione politica palestinese. L’Anp, nata in base a quegli accordi, non è riformabile, come si erano illusi i dirigenti di Hamas partecipando alle elezioni e come si illudono ancora molti palestinesi. Essa è ormai un ingranaggio centrale del meccanismo dell’occupazione, senza il quale cesserebbe di funzionare. L’invito che alcuni intellettuali palestinesi hanno rivolto a Hamas, dopo le elezioni, di sciogliere l’Autorità è una richiesta romantica, non realizzabile. Equivale a chiedere all’occupante di voler gentilmente porre fine all’occupazione. La richiesta di sciogliere l’Anp può diventare plausibile se adottata come obiettivo della lotta per l’autodeterminazione, una volta chiarito che l’organismo palestinese è soltanto uno strumento dell’occupazione israeliana. Nemmeno il più ingenuo dei palestinesi crede che quello attuale sia uno scontro tra “estremisti integralisti” e “moderati laici” o che si tratti di un confronto politico degenerato in scontro armato. Fatah non è la controparte “laica”, seppure corrotta, di Hamas, un movimento “clericale” o “integralista”. I due gruppi sono nati in condizioni simili e hanno matrici comuni. Il programma politico di Hamas, almeno quello con cui si è presentato all’esterno, ricalca punto per punto quello iniziale di Fatah e, successivamente, quello dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), ma i due gruppi hanno avuto percorsi diversi. Fatah viene oggi percepito alla stregua delle mafie messe al potere dal sistema coloniale nei paesi arabi. Il potere coloniale ha ovunque allevato, ammaestrato, addestrato gruppi di indigeni che adottano fogge, costumi, comportamenti, linguaggi e “cultura” (si fa per dire!) del paese coloniale. Questi gruppi distaccati dal loro ambiente sociale, che imparano a disprezzare, sono ovviamente più manovrabili, comunque più duttili e con cui, in ogni caso, è più facile confrontarsi. L’aggettivazione negativa degli indigeni non “acculturati” ha accompagnato l’intervento coloniale sin dall’inizio. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento l’aggettivo “fanatico” accompagnava regolarmente, nella stampa e nei discorsi politici, il termine “musulmano”. Oggi si preferiscono “integralista”, “fondamentalista”, “terrorista”, ecc. e “musulmano” è stato sostituito da “islamico” o “islamista”. Descrivere coi termini di “laicità” e “clericalismo” le formazioni politiche o le organizzazioni terroristiche denota una incapacità di leggere i fenomeni politici nel mondo islamico, dove la storia dei rapporti tra “religiosità” e “potere” nei diversi momenti storici non è la storia di un rapporto tra una “chiesa” o un “clero”, che peraltro non c’è, e uno “Stato”, che spesso non c’è e quando c’è non è avvertito come rappresentativo degli interessi di una “nazione”. Il richiamo a presunti valori islamici e presunti comportamenti islamici da parte di alcuni movimenti politici esprime il bisogno delle masse di sottoproletariato di difendere una propria identità presunta, non importa se questa sia qualcosa di nuovo, mai esistito prima. Il fallimento dei movimenti massimalisti e nazionalistici, e tra questi includerei Fatah, è evidente. I gruppi nati da questi movimenti, che in alcuni casi hanno guidato la lotta contro il colonialismo, giunti al potere si sono trasformati in strumenti dell’imperialismo o, se si preferisce, delle “lobbies” di banchieri, dirigenti di multinazionali, dell’industria militare americana, del mercato cinematografico ed editoriale, dei comandanti militari e dei servizi segreti americani e israeliani, ecc. Tale trasformazione ha fruttato molti arricchimenti – infatti tutti i dirigenti di queste mafie sono diventati miliardari – al prezzo di repressioni feroci. Ovunque, il sodalizio dei collaborazionisti si serve del terrore e della tortura come strumento di potere, direi quasi in modo ideologico. La tortura non è solo praticata, insegnata, imposta, ma addirittura teorizzata da certi docenti universitari israelo-americani. In certi casi è ammessa legalmente, come nella legge israeliana che sancisce la legittimità dell’uso di “pressioni fisiche” e, dopo l’attentato di New York, anche nella legislazione statunitense. Si sa che la tortura è largamente adoperata per terrorizzare le popolazioni sottomesse, ma resta grave il fatto di legalizzarla. Non si possono conciliare le aspettative popolari con le scelte politiche dei torturatori, anche se sono dei “patrioti”. Tutti capiscono che a Gaza le milizie collaborazioniste di Fatah, addestrate in Egitto da istruttori americani e israeliani, avevano ricevuto importanti quantità di armamenti allo scopo di provocare uno scontro con le milizie di Hamas. Lo scontro militare, nell’ottica israeliana, mira a creare nuovi dati di fatto, nella sostanza irreversibili: la separazione, nella prospettiva politica oltre che geografica, di Gaza dal resto dei territori occupati. Chi dovesse guardare la mappa degli insediamenti israeliani e delle aree militari chiuse può facilmente notare come Israele procede a rosicchiare il territorio e a rinchiudere progressivamente la popolazione palestinese in aree circoscritte: Gaza al sud, una al nord della Cisgiordania con al centro Nablus, e una entro il triangolo Hebron- Betlemme-Gerico. Le ultime due aree sono a loro volta frammentate da una serie di colonie israeliane insediate sulle cime delle colline e collegate tra di loro in modo da costituire un sistema di controllo militare del territorio. Il muro che si sta costruendo intorno a queste aree dovrebbe servire a rinchiudere definitivamente gli indigeni superstiti in attesa di condizioni favorevoli per espellerli. All’interno dei recinti così creati, un’autorità indigena, finanziata, armata e dipendente dall’esterno, renderebbe più semplice il controllo di una popolazione ir- requieta.L’obiettivo a breve termine è quello di spostare il conflitto in campo palestinese. In una fase transitoria, le aree indigene chiuse possono servire per far sorgere un’effimera struttura statuale palestinese. Ciò permetterebbe, tra l’altro, e nell’ambito di un programma di “scambio di popolazioni”, di “trasferire” i cosiddetti “arabi israeliani”, cioè i palestinesi rimasti nei territori dove è sorto lo Stato d’Israele. Tuttavia, i risultati finora ottenuti non soddisfano il governo israeliano che mira a portare i palestinesi a una vera guerra civile. Lo scenario è lo stesso già sperimentato con successo in Libano e oggi in Iraq. Le opzioni di ordine pratico sono molte: far esplodere autobombe contro obiettivi delle milizie collaborazioniste e attribuirne le responsabilità a Hamas per indurre una reazione ancora più sanguinaria, assassinio di qualche capo collaborazionista, per spingere i suoi seguaci a vendicarlo, ecc. L’assassinio al fine di modificare lo scenario politico è uno strumento largamente e continuamente adoperato dal sistema di potere israeliano. Gli esempi abbondano. Il più noto è quello dell’uccisione di Bashir Gemayel nel 1982. Gemayel era stato finanziato dagli americani per creare una sua milizia. I miliziani delle cosiddette “Forze libanesi”, meglio noti come “falangisti”, erano stati addestrati in Israele. Quando l’esercito israeliano aveva occupato il Libano, Gemayel era stato nominato presidente della repubblica e subito ucciso in un attentato di cui non si sono mai scoperti né esecutori né mandanti. Le milizie falangiste erano state portate dalle truppe israeliane che avevano assediato i campi profughi di Sabra e Chatila a Beirut a vendicare il capo ucciso partecipando al noto eccidio nei due campi. Gli scontri tra le milizie di Fatah- Anp e Hamas forniscono un altro alibi per celare le storiche responsabilità israeliane nel creare le condizioni disumane in cui versano milioni di palestinesi. Quelle responsabilità, che perdurano tuttora, non attenuano quelle dei dirigenti dei due gruppi armati palestinesi, e in particolare dei dirigenti di Fatah, la formazione che ha sempre goduto della struttura più solida, della simpatia della maggioranza dei palestinesi e del sostegno economico dei governi arabi – e oggi anche di quello israeliano, americano ed europeo. Parlando delle responsabilità di Fatah, bisogna distinguere, ovviamente, l’onesto operare e la buona fede di migliaia di militanti che, prima dei famigerati accordi di Oslo, si erano fatti carico delle sofferenze e delle aspirazioni delle masse e l’operato dei dirigenti in esilio, i quali hanno azzerato la lunga lotta del popolo palestinese in cambio di un potere effimero. Le responsabilità del gruppo dirigente di Fatah non si limitano alla mera repressione, per conto della potenza occupante, di coloro che si battono per la liberazione e la giustizia. Il potere di Fatah si è contraddistinto per la collaborazione delle milizie (i cosiddetti apparati di sicurezza) dell’Anp con i servizi israeliani, per la pratica dell’incarcerazione e della tortura fino alla morte dei prigionieri politici. Le responsabilità vanno ben oltre, fino a investire e colpire l’intero processo di liberazione dei popoli palestinese e israeliano e dei popoli arabi, nella misura in cui la collaborazione del gruppo di potere di Fatah al progetto del “grande Medio Oriente” immaginato dai cosiddetti “neocons”, oggi al potere negli Stati Uniti e in Israele, ha messo al servizio dei governi di Israele e Stati Uniti un apparato amministrativo e poliziesco capace di incidere sulle dinamiche sociali e politiche in atto. La disarticolazione del movimento di liberazione palestinese, palese negli accordi tra Fatah e i governi israeliani fin dal 1993, è stata accettata non tanto per cecità politica quanto per brama di potere da parte di un gruppo ansioso di gestire un potere qualsiasi e impaurito dalla crescita di un movimento di massa nei territori occupati. Mentre una delegazione palestinese unitaria partecipava, alla luce del sole e con il benestare della direzione dell’Olp, ai negoziati di Madrid e poi di Washington, e riferiva pubblicamente nei territori occupati sull’andamento dei negoziati, il gruppo di potere di Fatah stipulava segretamente ad Oslo, e alle condizioni israeliane, degli accordi che di fatto mettevano il più importante gruppo politico-militare palestinese alla mercé dell’occupazione israeliana e, cosa ancor più grave, introduceva nei territori occupati – attraverso la costituzione della polizia dell’Anp – una enorme quantità di armi e di uomini armati provenienti dall’estero, all’evidente scopo di spostare sul terreno militare lo scontro tra il disarmato e pacifico movimento di resistenza popolare e l’esercito di occupazione. L’impianto dell’amministrazione di Fatah ha creato dinamiche sociali nuove. In una situazione di miseria, uno stipendio, per quanto povero, di un miliziano è una boccata d’ossigeno per l’intera famiglia. Lo stipendio è ovviamente dato soltanto a chi “obbedisce”. Il commercio, e quindi la vendita dei prodotti all’estero, fondamentale per qualsiasi economia, e a maggior ragione per un’economia sotto assedio, passa necessariamente attraverso “aziende” create dai capi di Fatah-ANP o dai loro figli o mogli, sotto il controllo del governo di occupazione. Il governo israeliano, pur riscuotendo le tasse dirette e indirette dai palestinesi, non ha mai pagato i costi dell’amministrazione e dell’occupazione. I costi dei servizi, di scuole, ospedali, di amministrazioni comunali, di strade, nettezza urbana e quant’altro sono stati pagati dal lavoro dei palestinesi nei territori occupati come nel resto del mondo. I finanziamenti esteri, e lo si è visto in modo chiaro dopo gli scontri tra Fatah e Hamas, servono esclusivamente a foraggiare le milizie armate e a creare privilegi per difendere i quali le stesse milizie vengono addestrate e armate. Formalmente i finanziamenti esteri dovrebbero coprire i costi dell’amministrazione e vengono versati allo scopo dichiarato di aiutare il processo di pace che dovrebbe portare a realizzare la separazione fra israeliani e palestinesi, relegando questi ultimi in una riserva. A questo proposito va sottolineato che la dottrina separatista è una vera trappola. Invece della liberazione e della riconciliazione di palestinesi e israeliani, vengono propagandate idee di spartizione, separazione e segregazione che alimentano i conflitti invece di spegnerli e che creano situazioni difficili da superare e dalle conseguenze imprevedibili su un piano più generale, quale la costruzione del “muro di separazione” che fa dei palestinesi, cioè degli abitanti originari di quella che fu la terra santa, un corpo estraneo, delimitato e separato, da rigettare ed espellere alla prima occasione. Il muro ha effetti nefasti non solo su israeliani e palestinesi ma sul concetto stesso di convivenza civile su scala mondiale. Oggi la maggioranza dei palestinesi sembra ancora convinta che la liberazione risieda nella costituzione di uno “Stato”. Ciò sposta i termini del problema: antepone questa questione a quella più urgente dei diritti fondamentali dell’uomo, fa dimenticare che lo “Stato” ha ragione di essere soltanto se è garante dei diritti, se è “Stato di diritto”. I palestinesi sono stati trascinati sul terreno insidioso della spartizione e dell’esclusivismo e chiamati a rispondere a questioni marginali volte a eludere il problema reale: quello dell’occupazione della loro terra, dell’espulsione di gran parte di loro, della dispersione della società, della cancellazione della Palestina. Prima dello Stato e di ogni altra questione, i palestinesi hanno bisogno di diritti: diritto alla vita di ciascun individuo, diritto all’integrità fisica – in contrasto con la legislazione israeliana vigente -, diritto alla dimora nel proprio territorio – che può chiamarsi Israele o quel che si vuole -, diritto alla proprietà della terra – che ovviamente contrasta con la legge israeliana sulla “terra ebraica” e sulla “proprietà degli assenti”-, diritto alla casa – e non vedersela demolire -, diritto alla libera circolazione nel proprio paese Palestina/Israele, al lavoro, allo studio, diritti civili e diritti politici. Ogni discorso che tende a deviare l’attenzione dai diritti fondamentali è ingannevole e va respinto, compreso quello sui confini e sui bantustan. Gli scontri tra Hamas e Fatah non hanno solo leso la credibilità dei due gruppi, ma messo in evidenza l’insostenibilità della formula “due popoli, due Stati”. Alla perdita di credibilità del vecchio progetto politico dell’Olp non è certo estraneo il logorio messo in essere dal governo israeliano attraverso un processo negoziale impari, il cui oggetto è la spogliazione dei palestinesi dello spazio fisico. La coabitazione col sistema di occupazione trasforma necessariamente il partner in collaborazionista. Continuo a credere nell’azione di massa, cosciente, costante, meticolosa, democratica, che, come nell’ormai lontano 1987, ha portato a quella insurrezione popolare disarmata e non violenta che tanto aveva spaventato il vertice dell’Olp e il governo Shamir da indurre entrambi ad azioni miranti a portare lo scontro sul terreno militare. Oggi, il disarmo delle formazioni armate è diventato una impellente necessità vitale per il popolo palestinese, a cominciare dalle bande più pericolose: gli svariati apparati di servizi segreti dell’Anp. Sembra un obiettivo utopico e irraggiungibile. Certamente non sarà un percorso facile ma un processo lungo, difficile e dagli esiti incerti. Sarà difficile isolare i collaborazionisti armati perché, nella situazione di miseria in cui sono ridotti i palestinesi, le milizie continuano a ricevere cospicui finanziamenti dall’estero, ragione per cui troveranno sempre nuovi adepti. Tuttavia, è più realistico parlare di disarmo e riconciliazione che di ingannevoli strutture statuali armate al fine di aiutare a realizzare il sogno sionista di egemonia in “una terra senza popolo”. Il disarmo non solo dei palestinesi ma anche degli israeliani è possibile e permette una convivenza civile tra le due popolazioni presenti sul territorio della Palestina storica. È una prospettiva realistica e raggiungibile per il semplice fatto che la stragrande maggioranza degli israeliani e dei palestinesi vuole vivere, lavorare, vedere crescere i propri figli in pace. È una prospettiva di segno diametralmente opposto alla politica dei dirigenti israeliani, dei collaborazionisti palestinesi e dei loro sponsor americani che illudono le masse con promesse di pace tribale armata, mentre sul terreno creano le condizioni affinché non si possa mai realizzare alcuna pace.